Una specie di lieto fine

di Paolo Nori su 12 mesi - Smemoranda 2013





Io ci son delle cose, non delle cose importanti, delle cose poco importanti, ci son queste cose che non sono mai riuscito a spiegarmi, per esempio il fatto che, quando scrivi un libro, prima o poi ti succede che qualcuno ti chieda: Perché scrivi? Un lettore, o un giornalista, o un qualcuno che, dal momento che scrivi dei libri, si sente in diritto di chiederti: Perché scrivi? Che non è una domanda che non si può fare, per carità, si può fare, solo che certuni, per esempio io, quando vanno a presentare i loro libri, o quando gli fanno delle interviste, si aspettano di sentirsi dire delle altre cose, per esempio che il loro libro è molto bello, per esempio, e che sono stati molto bravi, a scrivere un libro del genere, e invece si sentono chiedere: Perché scrivi? e sentendosi chiedere: Perché scrivi? gli sembra di sentirsi anche chiedere: Perché non fai qualcos’altro, che magari ti viene poi meglio? E allora rispondere, a questa domanda, uno risponde già un po’ di malagrazia, perché è già, in un certo senso, una domanda sbagliata, essendo la domanda giusta una domanda completamente diversa, cioè più o meno una domanda del genere: Ma come hai fatto a scrivere un romanzo così bello che io prima di leggerlo non pensavo nemmeno che si potesse scrivere, un romanzo bello così?Invece domande del genere, così acute, così perspicaci, è difficilissimo, sentirsele fare, pensare che sarebbe così bello, darebbe l’opportunità di rispondere: Una domanda molto intelligente, complimenti, è una domanda talmente bella che non ho niente da rispondere, che sono soddisfazioni, dare delle risposte del genere, e succede purtroppo così raramente, bisogna accontentarsi di rispondere invece a delle domande meno acute, meno perspicaci e meno intelligenti come, per esempio: Perché scrivi?. Che tra l’altro son domande che hanno fatto un po’ a tutti, non sono domande che hanno fatto solo a te, pensate per te, no, sono delle domande che girano, ma da degli anni, sono usate, son fruste, a Luigi Malerba, per esempio, una volta, gli hanno chiesto, in Germania, degli studenti tedeschi: Perché scrivi? e lui, dopo aver sospirato, che chissà quante volte gli avevan rivolto questa domanda invece di altre domande che avrebbero potuto rivolgergli con molto più costrutto del tipo la domanda: Ma come hai fatto a scrivere un romanzo così circolare come Il serpente? Cos’hai usato, un compasso?, che mi risulta che sia una domanda che non gli hanno mai fatto, lui quella volta lì, quando questi studenti tedeschi privi di fantasia gli hanno chiesto, a Malerba, Perché scrivi?, lui sembra che abbia risposto: Per capire quello che penso, che però, dopo, alla fine, tutto sommato, io, devo dire, sono contento che gli hanno fatto quella domanda, perché la risposta che ha dato Malerba è una riposta che io, la prima volta che l’ho sentita, ho pensato: Ma pensa. Che la gente di solito pensa che uno che scrive le cose che pensa le pensa prima, di scriverle, e invece, a sentir la risposta di Malerba, vien da pensare che il pensiero è una cosa, non so come dire, come un prodotto, della scrittura, come se uno che scrive non pensasse con il cervello, ma con i polpastrelli, che è una cosa, a pensarci, che a me fa pensare a quella frase di Gogol’ che dice E tutto questo succede perché la gente pensa che le idee si trovino nel cervello, non è vero, le porta il vento dalle parti del Mar Caspio, scrive Gogol’, o qualcosa del genere, io le citazioni ogni tanto le sbaglio, forse ho sbagliato anche quella di Malerba, a pensarci, se l’ho sbagliata pazienza, cosa devo fare?, io me la ricordo così. E così mi ricordo anche quell’altra, lì, di quell’altro, come si chiama, Garcia Marquez, io faccio fatica moltissimo anche a ricordarmi i nomi, l’altro giorno ci ho messo delle ore a farmi venire in mente il titolo di una rivista di letteratura di carta che è rimasta una delle ultime riviste di letteratura di carta che pubblicano dei racconti, dieci anni fa c’era pieno di riviste di letteratura di carta che pubblicavano dei racconti adesso è rimasta quasi solo quella lì che io non mi ricordavo il titolo, mi veniva in mente Vie Nuove, non era Vie nuove, mi veniva in mente Quaderni piacentini, non era Quaderni piacentini, mi veniva in mente Tempi moderni, non era Tempi moderni, era una rivista di letteratura di carta che poi il titolo me l’aveva detto una mia amica che l’aveva cercata su Google, aveva messo su Google Riviste di letteratura, uno dei primi risultati era il nome di questa rivista di letteratura che adesso però io non me lo ricordo, eh, io ormai ho quella memoria lì, cosa ci posso fare?, adesso magari prima della fine mi viene in mente, ma è difficile, va ancora bene che mi è venuto in mente il nome di Garcia Marquez, delle volte io mi dimentico perfino Garcia Marquez, che se non mi veniva in mente adesso non sapevo come finire questa specie di racconto, che a lui a Garcia Marquez una volta una rivista tedesca gli han chiesto, a Garcia Marquez: Perché scrivi? e lui, dopo aver sospirato, che chissà quante volte gli avevan rivolto questa domanda, invece di altre domande che avrebbero potuto rivolgergli come per esempio la domanda: Ma come mai nel tuo romanzo i personaggi han tutti lo stesso nome? Ti sei sbagliato?, che mi risulta che sia una domanda che non gli hanno mai fatto, lui quella volta lì, quando questi giornalisti tedeschi gli hanno chiesto, a Garcia Marquez, Perché scrivi?, lui sembra che abbia risposto: Perché i miei amici mi vogliano ancora più bene di quanto me ne vogliono, che è una risposta che io, la prima volta che l’ho sentita, ho pensato: Ma pensa. Che, effettivamente, in un certo senso, adesso in generale io non lo so, ma, secondo me, ho l’impressione che la gente si metta a scrivere anche per quello; che io, quand’ero piccolo, che mi sono accorto che non tutti mi volevano bene, mi ricordo c’ero rimasto male, cioè non mi ricordo l’occasione precisa in cui me n’ero accorto, mi ricordo la sensazione vaga come di un dolore, di un’offesa, e questo fatto di scrivere, e di pubblicare, e di pubblicare una cosa enorme come un romanzo, quando a me mi è successo io mi ricordo l’avrei detto a tutti, e mi ricordo che avevo, nella mia testa, l’impressione che fosse una specie di risarcimento, e avevo anche questo pensiero che, dopo l’uscita del romanzo, tutti mi avrebbero voluto bene, che è una cosa stupida, un pensiero da uomo del sottosuolo, Io sono da solo e loro son tutti, e per me scrivere ha voluto anche dir quello, parlar con quei tutti, e, non so come mai, ero convinto che il mio romanzo sarebbe piaciuto a tutti, quei tutti, e quando mi sono accorto che non piaceva a tutti, ci son rimasto malissimo, ma non volevo dir quello, volevo dire un’altra cosa, che quando me l’hanno chiesto a me, quella cosa lì, Perché scrivi?, che a me non me l’han chiesto in Germania, me l’han chiesto in Italia, più di una volta, e quando me l’han chiesto a me io mi ricordo mi è venuto da rispondergli che io scrivo per disperazione; e mi viene in mente una cosa che ho pensato qualche anno fa e che ho anche scritto in un libro che io sono nato negli anni sessanta, e qualche anno fa ho pensato che quelli che son nati negli anni venti, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevan dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati; quelli che eran nati negli anni trenta, e che avevan vent’anni negli anni cinquanta, avevan dovuto lavorare perché c’era stata la guerra e c’era un paese da ricostruire; quelli che eran nati negli anni quaranta, e che avevan vent’anni negli anni sessanta, avevan dovuto lavorare anche loro perché c’era il boom economico e una grande richiesta di forza lavoro; quelli che eran nati negli cinquanta, e che avevan vent’anni negli anni settanta, avevan dovuto contestare perché il mondo così com’era stato fino ad allora non era più adatto alla modernità o non so bene a cosa. Poi eravamo arrivati noi, nati negli anni sessanta e che avevamo vent’anni negli anni ottanta e l’unica cosa che dovevamo fare, era stare tranquilli e non rompere troppo i maroni.
Mi sembrava che noi, mi era venuto in mente, fossimo stata la prima generazione che, se ci davano un lavoro, non era perché c’era bisogno, ci facevano un favore. Cioè era come se il mondo, che per i nostri genitori era stata una cosa da fare, da costruire, per noi fosse già fatto, preconfezionato, e l’unica cosa che potevamo fare era mettere delle crocette, come nei test, mi era venuto in mente una volta e l’avevo anche scritto dentro di un libro e ci avevo anche scritto che noi, lo strumento che avevamo a disposizione per entrare nel mondo non era l’entusiasmo, o la forza morale, o il desiderio di riscatto o non so cosa, era la disperazione, ho scritto tempo fa dentro di un libro e lo riscrivo oggi, e voi che lo leggete potreste pensare che riscrivo sempre le stesse cose e avreste ragione, e la prossima volta che mi vedete, ammesso che mi vediate, potreste chiedermi Perché scrivi?, ma con un tono come per dire Perché non fai qualcos’altro che magari ti viene un po’ meglio?, e se non mi vedete, che probabilmente la maggior parte di voi che state leggendo questa specie di racconto non mi vedrete mai nella vostra vita, potete chiedermelo per mail, che la mia mail la trovate in rete senza troppi problemi, state solo attenti che io, quando me lo chiedete, c’è il caso che me lo dimentichi, che vi ho invitato io a chiedermelo via mail, e è facile che vi risponda con tutta una pippa sulla disperazione; quel che dovete fare, in quel caso, è non rispondermi niente, così io penso che vi ho dato una riposta che vi ha ammutolito e sono contento, e voi siete contenti anche voi che mi avete fatto contento, se farmi contento è una cosa che vi può fare contenti, altrimenti, facciamo così, non chiedetemi niente che siamo a posto, il che corrisponde a una specie di lieto fine, se non mi sbaglio, ma magari mi sbaglio e allora pazienza, cosa vuoi fare?


Paolo Nori


Vedi +

Smemoranda 2013


Vedi +