I vecchi come occupazione principale cercano di non morire.
Io sono a metà, se tutto va bene. Ho quarantacinque anni e non sono poi così rovinato, ma è già da un po’ che mi preoccupo di cercare  di non morire. Per ora sto benino, a parte la disgrazia che fumo ancora troppo, ho una leggera forma di ulcera, ho smesso di giocare a calcio con i ragazzini e scopo con discreta crescente moderazione.
Mi chiamo Alessandro Cortesi, per gli amici Alex. Di professione faccio l’editor e della vita non mi lamento. Guadagno bene, piaccio senza essere troppo bello, ho successo. Forse è per questo che mi preoccupo di non morire.
Ma da oggi mi sento un privilegiato. Da questa notte, per la precisione. Ho incontrato mio padre.

Angelo era una donna. Biondissima e con gli occhi tristi. Che c’entra con mio padre? Ci arriveremo dopo. Ora racconto. Era una donna, anzi lo è, e non si chiama così. Ma gli angeli non hanno sesso e non vedo perché noi umani dobbiamo banalizzare tutto. Angelo, dunque, e non Angela, come faceva per anagrafe. È stata la mia prima ragazza vera. Facevo il liceo. Di lei mi è rimasto quel bisogno stordente che gli adolescenti hanno di possedersi, bruciando ogni minuto della giornata l’uno con l’altra. Vedersi telefono pensarsi cinema fare l’amore sacco a pelo  toccarsi baciarsi scriversi ancora vedersi e pensarsi. Non accade più in quel modo, dopo. Di prima volta ce n’è una sola, Angelo, che aveva ali troppo grandi per alzarsi in volo, mi ha regalato il ricordo di questo nostro possesso senza respiro.

Sono stato sposato a lungo con una donna bionda. Con lei ho fatto tre figli. Biondi. Mi ha lasciato un cuore biondo e qualche lacrima di troppo. Anch’io le ho lasciato qualche lacrima. Quando le lacrime di due persone che si vogliono bene si incontrano dentro a un letto, la notte, si crea una strana magica alchimia di anima e sale, qualcosa di liquido che segna percorsi sui cuscini ma non asciuga gli angoli degli occhi. È quello il momento di dirsi addio. Fermando quegli strani arzigogoli così. Prima che il vento del cuore e il caldo della testa li cancellino per sempre.

Genny arrivò in Italia bambina. Si spogliò di tutto e tutto non le bastò. Per me umiliò la sua intelligenza. Ero troppo giovane per capirlo, e lei giovanissima. Oggi saprei lusingarla di ogni attenzione che non le ho mai saputo dare. Le chiederei di parlarmi per ore con tutte le frasi che un tempo le spensi in gola raccontandole di me. Farei della sua vita, così contorta dopo i nostri abbandoni, un giaciglio. E mi addormenterei cercandole la mano.

Quando arrivò Cabiria avrei dovuto leggere subito  la fine di un giallo che non prevedeva premeditazione, ma solo gli imperscrutabili intrecci della sua follia. Ci sono donne nate per nuocere all’animo umano. E uomini anche, s’intende. Cabiria condivise con me il peggior momento della mia vita. Ne fu carnefice e vittima, come sempre, quando il carnefice non sfugge al giudizio finale. Terminammo malissimo la nostra relazione impossibile, succede a volte, contro ogni logica del senso buono. Quando un falò brucia troppo in fretta e la legna da ardere è stata approntata alla men peggio, i ceppi scoppiettano di impurità. E il fuoco nato per generare veglie complici, si stravolge in incendio.
Di lei, della Donna-Fuoco, salvo quelle fiammate di follia positiva che mi ha lasciato nei sogni, quando riesco ancora a volare.

Amalia lavorava per il suo pubblico. Quando serviva un avanaclub di sette anni e quando cantava Bernstein. Scremava la sua vita così, tra i sogni dello spettacolo, che non l’accolse mai da star, e la quotidianità dei tavoli; lì sì, Amalia era stella di prima luce. Di lei porto dentro i suoi occhi di ragazza del Sud. Porto il suo volto irraggiungibile per intensità, le sue parole essenziali e feroci, sarcastiche, intense. Porto dentro il suo desiderio di stupirmi sempre, le sue carni lisce e lunari, il suo corpo statuario ovunque perfettamente glabro e marmoreo come una Venere dimenticata in un antico porto e levigata da secoli di maree.
Amalia piena di vassoi stracolmi e di sogni impossibili. La guardavo barcamenarsi in mezzo a mille. Io solo sapevo di essere il prescelto, e ne godevo pazzamente. Seppe esser grande, definitiva, nelle sue gimcane tra i giovani della notte, a lanciare desideri, a evitare mani, a dare numeri di cellulare sbagliati, a accennare carezze a chi le sapeva apprezzare. Molto meno abile fu con quella sua musica, la cosa che amava di più. Preferì l’alba del pub alle tre ore con l’anziana vocal coach, la mattina. Sacrificò la sbarra e le scarpette jazz al gioco degli sguardi dietro al bancone. Lo spettacolo, quello vero, è rigore, cercai di spiegarle da subito. Ma anche il nostro amore era nato sghimbescio, e io non sono uomo di spettacolo. Al massimo avrei potuto spiegarle come si scrive un romanzo, magari. Ma Amalia se n’era già andata prima dell’incipit. E non sapeva scrivere.

Tamara scrive. È il suo mestiere. Lo fa ancora, credo, anche se non leggo più molto di lei da un po’. Magari ha aperto una gelateria ecologica, come avrebbe voluto. La incontrai in una notte milanese di quelle un po’ movimentate. Stava con Paola da molti anni e la lasciò per me. Vidi Paola soffrire. Vidi Tamara soffrire per Paola. La nostra relazione non durò moltissimo ma mi fece capire molte cose delle donne. Cose che credevo di sapere, ma mi sbagliavo. Dopo di me Tamara è stata con un fonico di Potenza, con un giornalista di Varese, con una guida alpina di Chamonix. Alla fine ha sposato un medico di Cantù e ha due figlie. Ma la profondità dei baci e la dolcezza dei suoi respiri gliel’hanno regalata le donne. Per gli uomini che le sanno leggere senza spaventarsi, sono gemme preziose.

Ora sto con Elisa. Lavoriamo insieme da quattro anni. Io sono, come si dice, il suo capo. È la più brava redattrice della casa editrice e credo proprio che avendo quindici anni meno di me, prenderà il  mio posto. Magari anche prima che me ne vada via: a volte basta sbagliare due titoli di seguito per essere fottuti. Non è  un gran bel mondo quello che viviamo. Con lei mi sono sentito idiota e scontato all’inizio, quanto coinvolto e travolto col passare del tempo. Lavorava con me da poche settimane e non mi dava del lei soltanto perché da noi non  si usa. Un giorno siamo saliti in ascensore insieme, tornavamo da una pausa caffè in cui ci eravamo confrontati molto professionalmente su Roland Barthes. Ricordo bene. Alla chiusura delle porte, prima di premere il tasto del sesto piano Elisa mi stava spiegando quanto secondo  lei fosse riduttivo Frammenti di un discorso amoroso, lo riteneva il mito di una generazione, la mia, più che un capolavoro assoluto di semantica. Pigiai il sesto e dissi sovrapponendo la mia voce alla sua: “Scommetti che ti bacio?” Mi guardò per un istante  negli occhi con un lieve sorriso e rispose: “Devi solo provarci…” La baciai. Serrò distinto le  labbra. Poi mi strinse dolce a sé con un braccio e mi baciò lei. Con l’altro cercò tra i tasti lo “stop” e fermò l’ascensore a metà strada. Ecco, forse “a metà strada” è la frase giusta per segnare la nostra storia. Non so quanto durò quel bacio. So che l’ascensore rimase fermo un bel po’ e soltanto dopo pensai che fu una cosa veramente strana. Quello è l’unico, lentissimo montacarichi dell’azienda, minuti snervanti d’attesa, sempre occupato. Quella volta fu come se il  mondo si fosse fermato. Nessuno richiamò l’ascensore al piano. Non so per quanto ci baciammo. Mi parve un secolo. Fu lei a decidere quando farlo ripartire. Un attimo prima che si riaprissero le porte mi disse solo: “Alex,  non devi farmi questo. Non è giusto.” Per molti giorni non accadde più nulla e non ci cercammo. Elisa è anche una donna bellissima. A volte ti chiedi se sia una fortuna davvero, essere così belle e intelligenti. Essere sempre così irraggiungibili e uniche. Trascorrere gran parte del proprio tempo ad allontanare vecchi arrapati e giovani ansiosi. Elisa l’ha sempre fatto con grandi delicatezze, ma senza indecisioni. Tutti lo sanno, “con lei non ce n’è”. Forse è per quello, tirando fuori il peggio di me, che mi misi e la misi alla prova. Elisa ha un ragazzo, lo aveva già da anni, quando vi fu quel bacio. Non è mai riuscita a staccarsene del tutto. Lui lavora a Roma e lavora tanto, e questa è la cosa che ci ha permesso di continuare. Ora che stiamo insieme da quasi quattro anni so che nessuna come lei mi ha mai dato un sapore così intenso alla vita. La seconda volta che uscimmo, quando fingendo distrazione annoiata la invitai a teatro con il pretesto che mi avanzava un biglietto, disse subito di sì. Fu una notte lunghissima e piena di parole. Da allora ho incominciato a vivere per lei e dentro di lei. Non ho trascorso una sola ora delle mie giornate senza dedicarle un sussulto, un pensiero, una carezza. Anche nelle sue fughe contraddittorie a Roma, quando cercava di capire. E io per non trascorrere la domenica a Buscopan mi rifugiavo tra le gambe amiche di mie vecchie fiamme con molta comprensione e nessun destino. La nostra storia va avanti e andrà avanti così, forse fino alla fine.  L’amore, quello profondo, non  è mai un pranzo di gala. È una rivoluzione. E le rivoluzioni lasciano molte vittime, a volte qualche ideale incompiuto.
Di Elisa terrei tutto, se riuscissi a afferrare qualcosa senza che mi scivoli via. Ma Elisa è sabbia e è acqua e mai contemporaneamente. Sabbia e acqua, se non le stringi assieme, sfuggono tra le dita…

Mio padre. È morto molti anni fa. Uomo per bene. Pieno di insofferenze  terrene e di credo assoluti nell’aldilà. L’altra notte era lì, in un angolo della stanza, accanto all’armadio a muro. Sono certo che ero sveglio. Era ancora abbastanza giovane, l’immagine che conservo di quando ero ragazzo. Non ha parlato, no, mi ha trasmesso un pensiero, ma chiaro.
Non preoccuparti di non morire. Vivi. Quando succederà rimarrai stupito del Dopo, come è accaduto a me. Il paradiso, come ce l’anno insegnato sui libri di dottrina, non esiste. Ma è più bello di come ce l’immaginavamo. Ognuno potrà scegliere il  meglio delle esperienze della sua vita e tenersele per sé in eterno. Per esempio le donne che hai amato, quelle che hai sognato di amare… Avrai da loro tutte le cose che più ti hanno reso felice. Certo, siamo aria, e non possiamo mai più averle accanto a noi in carne e ossa, ma godiamo della loro Essenza. Io per esempio ho portato con me di tua madre la pazienza infinita, la complicità delle scelte, l’intesa sessuale di tanti anni. Ma ho preferito le tette della zia Giuseppina; la passione per il calcio di Ester, il mio primo amore;  la cultura della mia collega Ann…
Sparito. Mio padre se n’era andato. O forse sono io a essermi riaddormentato. Da quando mi imbottisco di valeriana non riesco più a risvegliarmi neppure per andare in bagno.
Però questa mattina recandomi al lavoro – Elisa non c’è, è a Roma… – ho provato a ripensare a loro, alle donne importanti della mia vita. E a ciò che mi hanno lasciato. Non si sa mai, quarantacinque anni sono pochi ma sono già una vita. Nell’Ottocento era una buona età per andarsene. Meglio portarsi avanti con il cuore


Gino&Michele


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Smemoranda 2008


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