È il turno del pomeriggio, quello della pena e della miseria. Comincia alle 14.30, mezz’ora prima dell’apertura del casinò, orario continuato sino alle quattro del mattino. Quando entriamo le sale dell’ex villa nobiliare odorano ancora di lisoformio. I croupier si scaldano le mani smazzando le carte e facendo girare le ruote. Loro sono l’élite, quelli pagati bene e con i turni umani. Tutti gli altri, i camerieri e quelli come me, la bassaforza, i superflui. Al circo raccoglieremmo la merda degli elefanti, qui aiutiamo i vecchietti a cambiarsi il pannolone e i perdenti a sbronzarsi e tornarsene a casa senza fare scene.
Soprattutto io, perché parlo italiano e nel turno del pomeriggio il clienti sono soprattutto spaghetti.
Andreas esce dal buio muovendosi a scatti sulle gambe secche. È il direttore di sala, quindi per i lavoranti la voce di Dio. Ha l’occhio lucido, i baffi ingialliti dalle sigarette. 
Mi batte una mano sulla spalla, poi dice ad alta voce. “Arrivano. Hanno trovato traffico.” Poi a me, più piano. “E comprati una camicia nuova, ogni tanto.” Mi guardo i polsini, sono lisi per i troppi lavaggi. Ho due camicie bianche, quando stacco ne metto una a bagno nel lavandino dell’albergo, la sfrego con il sapone e l’appendo sopra il calorifero. Il giorno dopo è pronta.
“Sarà fatto, padrone. Con la prossima paga.”
Andreas ammicca, mi batte di nuovo sulla spalla. “Questa l’ho già sentita”. Rientra saltellante. Gli piacciono le ragazzine e si fa dare la mazzetta dagli stagionali, ma ha un debole per me. Altrimenti mi avrebbe già cacciato a pedate.
Il pullman spunta sopra il cavalcavia, blu e verde, suonando il clacson per avvisarci. Come ci hanno insegnato, alziamo le mani a salutare. Benvenuti, benvenuti, siete a casa vostra. È lunedì. Il pullman ha sulle fiancate le scritte verdi degli Amici dell’Austria. Parte tutti i sabato mattina da Milano, dalla stazione Centrale. Una settimana a scoprire le meraviglie della Terra delle Sacher, cambiando due locali al giorno. Baden, Bregenz, Graz, Innsbruck. Rinfreschi gratuiti e fiches di benvenuto. Il martedì, invece, arriva quello dei World Casino e il mercoledì il Vienna- Parigi. Giovedì ritornano gli Amici e venerdì i World sulla strada del ritorno. Sabato e domenica ci toccano i weekend salisburghesi. Sempre di pomeriggio, quando si gioca meno e si finisce presto.
Siamo fuori dal giro che conta. Bad Busten è troppo piccola, gli alberghi puzzano di muffa, le terme non vantano guarigioni miracolose di storpi e obesi. Il casinò è fallito due volte, senza contare il retatone per evasione fiscale della gestione passata.
L’unico bonus sono i giapponesi. Giocano solo fiches di piccolo taglio e fanno casino, ma arrivano regolarmente sei o sette volte il mese in fila dietro la bandierina.
Quando il pullman si ferma davanti all’ingresso, dalla sala parte la colonna sonora. Questo mese è Black Betty di Tom Jones:  serve ad avvisare i lavoranti all’interno che è ora di togliersi le dita dal naso. Thomas, il barista, spegne la sigaretta sul tacco e fila a piazzarsi dietro il bancone. Prima di venire qui lavorava sulle navi facendo la cresta ai fornitori. Niente di male, lo fanno tutti, ma lui non divideva con i colleghi. All’ultimo viaggio lo hanno mandato all’ospedale a colpi di mazza ferrata; il toupè gli copre le cicatrici sulla testa.
La mandria scende. Età media settanta, braghe corte, cappellini, canottiere e peli bianchi a profusione. Una cicciona in ciabatte accenna un passo di danza sulle note. Il lunedì sono tutti più allegri, hanno ancora soldi da spendere. Nel giro di ritorno c’è sempre qualcuno che rimane fuori a passeggiare nel parco con il muso lungo.
I camerieri in guanti bianchi fanno ala reggendo vassoi di Mimosa e Bloody Mary con il sedano che spunta. Tom Jones ha lasciato il posto a Light My Fire.
I clienti bevono, cliente che beve è cliente che spende, li conduciamo all’interno con una rapida strisciata delle tessere nel lettore magnetico. Con i tour organizzati ci si registra all’inizio del giro e si riceve la chiave universale del regno, validità un anno. Sul davanti della tessera c’è la foto del pollo, dietro una simpatica fanciulla in abito da sera con un bicchiere di champagne. Allegra e ammiccante, mai vista una così da queste parti. Uno alla volta li facciamo passare oltre i tendoni di broccato rosso, sotto la scritta trilingue “È richiesto abbigliamento decoroso”. In realtà li faremmo giocare anche in mutande.
Nelle due ore seguenti faccio la spola tra l’ingresso e la sala grande, l’unica aperta di pomeriggio con tre tavoli da roulette, due da stud-poker e tre di Black Jack. Puntata minima alla roulette dieci euro, puntata massima 300 per le multiple, 3600 per le Chance doppie e 5400 per le semplici.
Adesso la musica in sala è un medley di walzer suonati al sax. Andranno avanti sino al mattino, uniformi e ipnotici. Conduco due anziani al bagno perché si rinfreschino prima del colpo apoplettico: c’è sempre uno che si sente male prima di sera. Sorrido a tutti, raccolgo e riconsegno le fiches che cadono alle matrone in lamè. Ogni tanto mi fermo al bar a salutare le ragazze. Si chiamano Helena, Sonia e Jessika, sui documenti c’è scritto studentesse. Tutte e tre bene in carne, siedono con la schiena alle slot machines cercando di far durare il loro succo di frutta. Sui loro bicchieri si riflette l’insegna del Jackpot da centomila euro, ma non giocano mai se non glielo offre qualcuno. Sanno che non lo vince nessuno dai tempi di Al Capone, e lui ci sapeva fare.
Quando torno dal quinto giro in bagno Andreas mi fa segno con la testa. Lo raggiungo alla porta della sala, dove aspetta con le braccia dietro la schiena, aprendo e allargando i pugni.
“L’hai vista quella?”, mi chiede, indicando con il mento una ragazza in abito scuro. È seduta a uno dei tavoli di Black Jack, tra due anziani con il cappellino da baseball che fanno un casino d’inferno e una vedova che fuma col bocchino. La ragazza non sembra divertirsi troppo. Sui trenta, caschetto nero e lunghe mani affusolate.
“È una di quelli del pullman.” Dico. “La più giovane dell’ultimo mese”.
“Giusto. E ha puntato due volte in un’ora. Se è solo una puttana offrile da bere e dille di spostarsi al bar, ma nel caso contrario cerca di farle cambiare idea. Sai cosa intendo, vero?”
So cosa intende. I pullman attirano un sacco di imbroglioni non autorizzati dalla casa. Fanno amicizia con i turisti, li aiutano a giocare, si fanno prestare dei soldi, spariscono. Oppure fingono di innamorarsi di un vecchietto con un piede nella fossa e lo pelano prima che lui riesca a sfilarsi la pancera. Chi mi paga non gradisce dividere i guadagni e fornisce un abito scuro a quelli come me per scacciare la concorrenza.
La ragazza, però, non mi sembra un avvoltoio professionista. Non cerca di attaccare bottone con nessuno, neanche con il playboy fin-de-siècle che le sorride spesso da sotto la paglietta bianca. Tiene gli occhi sulle fiches, che tocca con le punta delle dita, come le facessero schifo.
Sospiro. “Perché non lo dici a Karl? Lui si diverte a fare il duro.” Karl è un ex culturista con due by-pass per gli steroidi. È approdato a Bad Busten dopo aver cercato di sfondare come attore del porno. Non riusciva a mantenere l’erezione, ma faceva la sua figura con i muscolazzi unti di olio. Passano ancora alcuni dei suoi cortometraggi nelle tv a pagamento degli hotel, con la scritta “Amateur”.
Andreas sorride senza muovere i baffi. Ci vuole allenamento per riuscirci. “Perché lui prima muove le mani e poi chiede. Tu, invece, sei più furbetto. Tienila d’occhio sino a quando non ti fai un’idea”. Si allontana.
Faccio il giro lungo della sala, poi mi piazzo dietro il croupier del tavolo della ragazza, seduto sullo sgabello del sorvegliante. Lei mi guarda brevemente poi riabbassa gli occhi. Piccole gocce di sudore le brillano sul labbro superiore. Decido che è il caso di parlarle, ma non faccio a tempo. Mentre mi avvicino comincia a tremare. Poi si alza di scatto e con una manata rovescia sul pavimento le sue fiches e quelle della vedova allegra. La vecchia strilla, ma la voce della ragazza la sovrasta.
Grida. “Bastardi! Mio padre si è perso tutto. Bastardi!
Si mette a frugare nella borsa, ma prima che tolga la mano le siamo già addosso in due. Io e Karl il culturista.
Karl le afferra il braccio sinistro rimediando un colpo di tacco sulla rotula, io la mano destra. C’è una pistola, dentro. Lo dico sempre che bisognerebbe piazzarci un metal detector in quel cazzo di ingresso.
Torco il polso alla ragazza finché lascia cadere il ferro. Lei intanto continua a gridare che il padre si è giocato la casa e la salute. E che adesso non hanno più niente, niente…
La impacchettiamo e la posiamo sul marciapiede in attesa della polizei, che la recupera nel giro di mezz’ora. Per come grida, forse era meglio un’ambulanza. Ma ci penseranno loro, credo.
Li guardiamo andare via a sirene spiegate. Karl spegne la sigaretta sul tacco. “Cazzo. Ed è solo lunedì” dice.
“Già” rispondo.
Torniamo dentro a rassicurare i superstiti.


Sandrone Dazieri


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Smemoranda 2005


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