Milano, Linate: l’aereo in arrivo da Roma toccò terra. Mauro raccolse con calma le sue cose, in attesa che aprissero i portelloni. Nel frattempo, si guardò intorno. Una coppia con neonato lo intenerì. Una ragazza troppo magra scivolò nel corridoio. Era chiaro che aveva fretta e lui la lasciò passare, ricevendo in cambio un’occhiata scocciata.

Il volo era in ritardo, tanto per cambiare. Giada sbuffò. Sull’autobus non c’era neanche un posto a sedere. Si aggrappò al palo di sostegno e accese il cellulare. L’autobus partì bruscamente. Lei, per un attimo, perse l’equilibrio e urtò un altro passeggero. Neanche brutto, pensò. Peccato si fosse vestito, al buio, con le prime cose che gli erano capitate a tiro.

Mauro si diresse verso il nastro del recupero bagagli. Ad agitarlo c’era un’inquietudine del tutto inedita. Quel pensiero era ormai diventato un’ossessione. La sua cabin bag, che era stato costretto a imbarcare per via di un flacone di shampoo, fu una delle prime a comparire sul nastro. Di quell’arancione chiassoso, non gli assomigliava affatto. Non a caso, era un regalo di Carlotta, che non aveva capito niente di lui. O forse aveva capito tutto, visto che sei mesi dopo l’aveva lasciato.

Giada passò dal bagno a rinfrescarsi il trucco. Anche se erano solo le nove del mattino, non era il caso di farsi vedere con l’ombretto sbavato. E poi era meglio lasciar sfollare al recupero bagagli: detestava la calca. Quando arrivò, la sua valigetta era fra le poche rimaste. La notò subito: quella nuance glamour non aveva eguali. Ne afferrò con decisione la maniglia e si diresse al parcheggio dei taxi.

Mauro salì al volo sull’autobus numero 73, che aveva già il motore acceso e partì poco dopo sgommando. Che fortuna, pensò. Che doppia fortuna, in realtà. L’amico che lo ospitava abitava in corso XXII Marzo, a due passi dalla fermata. Timbrò il biglietto e prese posto. Si sentiva già stanco – per la levataccia e la tensione nervosa – ma sapeva di non poter avere alibi. Non quel giorno.

Il tassista aveva cercato di attaccare bottone. Lei aveva risposto a monosillabi. Poi si era attaccata al cellulare. Briefing, brain storming, follow up. Tacco alto e pettinatura alla moda. Evidentemente, non era tipo da dare troppa confidenza. Nonostante il traffico, non impiegarono molto a raggiungere quell’hotel del centro, più costoso che elegante. Giada chiese la ricevuta, pagò, scese senza salutare.

Fu il portinaio a consegnargli le chiavi. Mauro salì i quattro piani a piedi, trascinandosi la valigia. Se la ricordava meno pesante, ma doveva essere una sua impressione. Arrivò davanti alla soglia col fiato corto. Una volta dentro, preparò un caffè, forte e nero, per farsi coraggio.

Giada si guardò intorno e ciò che vide le piacque: mobili di design, dipinti moderni, una candida moquette. C’era anche un televisore a schermo piatto, ma non avrebbe avuto tempo di usufruirne. Sfruttò invece il collegamento Internet, per leggere le e-mail ricevute nel frattempo. La sua assistente le faceva gli auguri per la presentazione. Lei incrociò le dita e sospirò.

Un pigiama di seta rosa, un abito nero da sera, una cartella piena di fogli. Che cosa ci faceva quella roba nella sua valigia? Subito dopo, Mauro realizzò che quella non era la sua valigia. A preoccuparlo, però, non fu tanto ciò che aveva trovato, quanto quello che aveva perduto. Chissà se ora sarebbe riuscito ad andare fino in fondo…

Giada guardò l’ora. Prima di uscire, c’era giusto il tempo di un veloce ripasso. Il materiale che aveva preparato era più che eloquente, ma conveniva fare un’ultima prova. Dalla sua performance di quel giorno dipendevano il prestigio, la carriera e un possibile aumento di stipendio. Tutto, insomma.

La valigetta era identica alla sua, forse solo un po’ più nuova. Mauro cercò l’etichetta identificativa, che trovò. C’erano un nome, Giada Colleoni, e un indirizzo di Roma. Niente numeri di telefono. Ispezionò il bagaglio, in cerca di indizi. Da un lato, il desiderio di scoprire come rintracciarla; dall’altro, il disagio nel frugare in mezzo a cose non sue. Alla fine, venne a capo di poco. Solo indumenti e accessori, tutti raffinati e modaioli. La chiave per capire chi fosse Giada e perché si trovasse a Milano era tutta in quella cartella.

Sgomento e panico. Impiegò qualche istante a realizzare quello che era successo. Uno scambio di valige, all’aeroporto. Ora, aperta sul letto, la cabin bag di un altro. E la sua favolosa proposta di campagna pubblicitaria finita chissà dove. Notti in bianco, pasti alla scrivania, week-end in ufficio. Aveva dedicato tutta se stessa a un progetto che ora rischiava di andare a monte. Urlando frasi irripetibili, tirò fuori tutto il contenuto della valigia e lo lanciò in giro alla cieca. Come cieca era la sua rabbia. Magliette stinte e mal stirate, jeans che avevano conosciuto tempi migliori, un paio di scarpe da ginnastica. E poi, sul fondo, una busta bianca con una scritta. Quattro parole che la atterrirono.

Non si intendeva di pubblicità, ma quella proposta di campagna gli sembrò azzeccata. Il cliente potenziale era il più grande produttore italiano di caramelle. Forse bastava chiamare in azienda per scoprire come rintracciare l’abile pubblicitaria. Un pizzico di fortuna e sarebbe presto rientrato in possesso delle sue cose. Di una, in particolare.

“Le mie ultime volontà” lesse Giada a voce alta. Poi, senza esitazioni, lacerò la busta. Dentro, tre pagine scritte fitte, con una grafia angolata e nervosa. La lettera cominciava con “Per me non ha più senso vivere” ed era conclusa da un eloquente “Perdonatemi, se potete”. In mezzo, il racconto di una vita disperata, costellata di abbandoni e fallimenti. Lungi dal commuoversi, Giada si innervosì ancora di più. “Ma questo non poteva pensarci prima ad ammazzarsi…” sbottò.

Scoprì facilmente che l’azienda aveva indetto una gara fra agenzie per la nuova campagna dei chewing-gum alito fresco. La dottoressa Giada Colleoni dell’agenzia L’idea giusta era attesa per mezzogiorno. “Arrivo!” assicurò Mauro alla centralinista, lasciandola interdetta.

Smaltita la rabbia, Giada cercò di capire come salvare il salvabile. Doveva trovare quell’idiota prima che mettesse in pratica il suo piano. A lei bastava riavere la sua valigia e, soprattutto, la sua idea di campagna. Poi lui facesse quello che gli pareva. Si buttasse sotto il metrò o si impiccasse a una guglia del Duomo, per lei era lo stesso. Dall’analisi del bagaglio dello sconosciuto ricavò poche informazioni. I suoi abiti dicevano che era magro, sciatto e sui 35. Per il resto, il buio. Stava per gettare la spugna quando, frugando nelle tasche di un giubbetto jeans, trovò un biglietto. “Teatro Nuovo, venerdì sei maggio, mezzogiorno”.

La centralinista l’aveva spedito al secondo piano. La segretaria non l’aveva neanche ascoltato. Senza capire come, Mauro si era trovato catapultato in sala riunioni. Le porte si erano chiuse e tre paia d’occhi l’avevano fissato in modo interrogativo. A loro non interessavano scambi di valige, loro volevano idee di campagne. “Quindi lei sarebbe l’assistente della dottoressa Colleoni che non è potuta venire?” quella dell’amministratore delegato non era una domanda, ma una verità da cui non ci si poteva scostare. Mauro, sconfitto, annuì.

Mentre il taxi correva verso il Teatro Nuovo, sentimenti contrastanti si agitavano in lei. Dopo la rabbia per l’occasione persa, pian piano si stava insinuando la preoccupazione per il potenziale suicida. Forse era un attore mancato, bocciato a un provino proprio in quel teatro. Forse lì aveva avuto una delusione d’amore. Fatto è che aveva scelto quel luogo, per morire. E lei lo doveva fermare. Sentiva che non avrebbe potuto convivere con un eterno senso di colpa. E un lavoro mal pagato.

Silenzio. Il gotha dell’azienda rifletteva. Mauro teneva d’occhio la porta, sperando di veder comparire da un momento all’altro Giada Colleoni. Lei non si fece vedere. In compenso l’idea piacque e sbaragliò la concorrenza. “Complimenti anche a lei per la presentazione – lo gratificò l’amministratore delegato – Ha mai pensato di fare teatro?”.

L’addetto alla biglietteria faticò ad arginare quel fiume in piena. No, quella mattina non si era visto alcun aspirante suicida, spiegò. L’unica attività in corso era una selezione di testi drammaturgici, aggiunse. L’informazione sembrò placare la ragazza. E suscitare in lei un certo interesse. “Posso andare a vedere?” chiese con un tono finalmente educato. L’addetto le indicò un capannello di persone. “Rimoldi era ora!” tuonò quello che sembrava il capo. “Ma non doveva essere un uomo?” chiese poi. “Sono un’amica” disse lei, stupendosi delle sue stesse parole.

Complimenti e strette di mano. Nel ricevere quegli attestati di stima, Mauro provò un certo orgoglio. Per la bella idea che aveva presentato e per la brava pubblicitaria che l’aveva concepita. E per lui stesso, che ne era stato all’altezza. Evidentemente era quella, e non un’altra, la sua missione di quel giorno.

Giada si rese conto di non potersi tirare indietro. Così cominciò a leggere quello che aveva capito essere un testo teatrale e non il commiato di un suicida. Quelle parole, intense e struggenti, la avvinsero, riga dopo riga, rendendo la sua interpretazione sempre più vibrante. E arrivarono a sciogliere un grumo di tensione e malinconia di cui solo allora scoprì l’esistenza. Al diavolo la presentazione, l’agenzia, il lavoro. Dopo tanto tempo, si sentì di nuovo viva. E ancora più viva la fece sentire lo scrosciante applauso finale.

La mattina dopo, check-in del volo Milano-Roma. “Io non la posso proprio aiutare, deve rivolgersi allo sportello lost & found” si stava sentendo dire la passeggera. Poi udì una bella voce profonda alle sue spalle. “Miss Colleoni, I suppose”. La ragazza troppo magra si voltò e sorrise al ragazzo mal vestito. Lui ricambiò il sorriso, poi fece scivolare la carta d’identità sul banco. “Ci dia due posti vicini, per favore: abbiamo un sacco di cose da raccontarci”


Lucia Tilde Ingrosso


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