In Barack Obama, Patrizio aveva creduto fin dall’inizio. Anzi. Fin da prima dell’inizio.
“È Hillary, il nostro uomo.” Affermava invece il padre di Lucilla, durante le primarie. E lui esclusivamente per non contraddirlo (o meglio, per non essere mai riuscito a farlo) evitava di dire la sua.
D’altronde, il padre di Lucilla aveva sempre ragione: era una delle certezze sulle quali il suo matrimonio si basava.
Patrizio al professor Bennacchi non doveva molto: doveva tutto. Era stato lui, il professore, dopo l’esame in Diritto Internazionale, a convincerlo di possedere un talento innato, una specie di vera e propria vocazione per la diagnosi dei fatti di politica estera. Sempre lui, il professore, a organizzare un concorso messo su apposta per farlo diventare ricercatore in Scienze Politiche. Per poi spingerlo (sempre lui, il professore) ad affiancare alla carriera universitaria un corso di specializzazione in giornalismo e a sostenere l’esame per entrare nell’albo dei professionisti.
E proprio quella sera, gli aveva organizzato una festa a casa sua.
 “Patrizio, finalmente ti presento Liz, mia figlia Lucilla.”
 “Piacere: suo padre mi parla sempre di lei.”
 “Mai quanto il suo professore parla a me di lei.”
“Ma datevi del tu!” Li aveva invitati a fare il professore. Per poi sparire, fra gli invitati alla festa per il suo pupillo, e lasciarli soli. Il pupillo e la figlia.
Si erano sposati di lì a pochi mesi.
Di lì a un anno avevano avuto un bambino (che avevano chiamato Giuseppe, come il professore).
Di lì a tre anni ne avevano avuto un altro (stavolta una femmina, e l’avevano chiamata Maria Rosa, come la madre, buonanima, del professore).  
Lucilla si era rivelata una madre affettuosa e una moglie assolutamente devota al marito. O meglio. A quello che il marito faceva. Era la prima e la più severa lettrice di tutti i pezzi che Patrizio aveva cominciato a scrivere prima per le pagine locali di un piccolo quotidiano, poi per quelle nazionali di quello stesso quotidiano. Almeno una volta a settimana un pezzo di Patrizio aveva addirittura un richiamo in prima pagina.
 “Attento, qui rasenti il qualunquismo.”
“Alla terza riga non potresti evitare quel ‘che’ a inizio frase? Fa tanto letteratura giovanile.”
 “Il cerchiobottismo a volte è una necessità, ma in questo caso non funziona. Sbilànciati.”
E via così. Lucilla era fondamentale per Patrizio. O meglio: per il progetto che adesso il professor Bennacchi si era messo in testa per Patrizio. La direzione di quel quotidiano. Prima di mirare a quella di una testata ancora più importante, certo. 
Bisognava stare parecchio attenti, quindi. Esporsi, ma mai più di tanto. Criticare, e magari con asprezza, ma chi si era certi sarebbe stato criticato di lì a poco da altri (quelli giusti) con ancor più asprezza. Navigare a vista.
“Non ti pare, Luci, che ultimamente ci manchi qualcosa?” Aveva domandato Patrizio alla moglie una notte, prima di spegnere la luce.
“Sì, Patri. Aveva convenuto lei. Ultimamente nei tuoi pezzi, almeno fra le righe, intravedo una – come posso chiamarla? – mollezza che non mi piace per niente.”
Ma se a qualche mollezza Patrizio alludeva, però, quella non riguardava i suoi articoli. Riguardava il loro matrimonio. Ormai erano sposati da undici anni. Da circa sei, facevano sì e no l’amore un paio di volte l’anno, di solito d’estate, in vacanza. In generale, fin dai primi tempi in cui si erano cominciati a frequentare, non è che a Lucilla sembrasse interessare più di tanto quella cosa lì, come la chiamava lei, con una specie di sottile disprezzo, ereditato dal padre, nei confronti di tutto ciò che poteva considerarsi ordinario, alla portata di tutti.
“Non la trovi sopravvalutata, quella cosa lì?” Domandava spesso a Patrizio che a lungo andare in effetti si era trovato a sottovalutarla, quella cosa lì, come tutte le esigenze a cui, se ci vengono negate, riusciamo non solo a rinunciare in pratica, ma che arriviamo perfino a rinnegare in teoria.
Diciamolo pure: non si era trattato nemmeno di chissà che sacrificio. A essere proprio onesti, Lucilla non gli era mai piaciuta un granché, da quella prima sera in cui l’aveva conosciuta alla festa. Non che fosse brutta, no. Anzi: aveva un’eleganza innata, una linea del corpo sinuosa, braccia e gambe magre e proporzionate, ma qualcosa di grigio le incombeva addosso, una sorta di austerità, di quel rifiuto al banale appunto, che rendeva piuttosto difficile anche solo immaginarla a gambe aperte, con i capelli in disordine, i lineamenti scomposti e in faccia l’espressione idiota del desiderio.
Lavorando ai ritmi in cui lavorava, d’altronde, Patrizio aveva finito per non avere neanche troppo tempo per pensarci, a quella cosa lì.
Quand’era arrivata la notizia di Chicago, poi, per un mese in famiglia non s’era parlato d’altro.
    “Professore… Ma… È sicuro?”
“Ti ho detto di sì. Vogliamo o non vogliamo diventare direttori?” Parlare al plurale quando si rivolgeva al genero era un’abitudine cara al professor Bennacchi.
“…Sì, ma…”
“Ma, che?”
“Ma il giornale ha già due inviati in America che sono lì da anni per…”
  “E allora? Mica devono tornare a casa. Devi solo raggiungerli tu.”
“Ma è giusto che a Chicago, la sera delle elezioni, ci sia uno di loro, uno che per tutto questo tempo ha vissuto lì proprio in attesa…”
“Senti, Patrizio. Vuoi dirmi che ho telefonato al direttore per niente? Lui ha molta stima di te, lo sai. Ed è convinto che tu, con la tua presenza a Chicago, possa dare un valore aggiunto a quello che succederà. Sta per cambiare il mondo, lo sai, no?”
“Sì…”
“E poi fallo per me: che in Barack Obama ho creduto da subito, quando tutti all’inizio confidavano nella Clinton.”
E così Patrizio, a metà ottobre, era partito per gli Stati Uniti. Carico delle aspettative della moglie e del suocero e del biasimo della redazione del giornale.
Per prima cosa avrebbe dovuto passare cinque giorni a New York. Appena arrivato avrebbe potuto contattare i corrispondenti esteri del suo giornale che vivevano lì da anni: ma avvertendo quanto fosse inopportuna la sua presenza lì, preferiva evitare.
Anche se a New York non conosceva nessuno. Anche se non c’era mai stato, se non di passaggio. Comunque: il giorno dopo gli avevano fissato un’intervista esclusiva con Paul Auster, per chiedergli un commento sulla più lunga campagna elettorale di sempre e la più eccitante degli ultimi decenni. Insomma: restava solo da passare una serata.
Il suo albergo era alle spalle della Grand Central Station. Si era messo a passeggiare, in breve si era perso come si può credere di perdersi senza in realtà riuscire a farlo a New York, aveva attraversato Park Avenue, la Quinta, un’esplosione di neon e di facce – tantissime, tutte diverse, fra le quali era possibile orientarsi solo cercando quelle familiari di Obama e McCain nei poster sui muri o sulle spille appese ai baveri delle giacche –sulle magliette, gli diede il benvenuto in Times Square.
E gli salì in petto qualcosa di buono, come una specie di felicità. Così. Dal di dentro. Come da tempo non gli capitava.
Chissà Lucilla che avrebbe pensato, di tutto quel casino. È l’America che ti ricatta con le sue lusinghe più perverse, avrebbe detto: qualcosa del genere. Ma Patrizio sentiva questa sconosciuta allegria montargli dentro. Concentrò l’attenzione su un’enorme M’n’ms rossa che su uno schermo gigante saltava su e giù. Gli era irrimediabilmente simpatica. Con quegli occhioni. Quelle gambette. Quel corpo caramella così sicuro di essere nel giusto, a esser fatto così. In fondo, sullo schermo del grattacielo accanto, due ippopotami si erano lanciati in una specie di tarantella. E in quello ancora accanto un astronauta stava dimostrando che le Nike sono le scarpe ideali nel caso ti vada di fare una bella corsa sulla luna.
“Tonight we are closed.” Lo risvegliò all’improvviso una voce, accanto a lui, che lì per lì attribuì alla M’n’ms.
“W-e a-re c-l-o-s-e-d.” Scandì di nuovo la voce. La prima cosa che Patrizio incrociò di Liz, fu il sorriso. Un sorriso più rotondo di una M’n’ms, più luminoso della luna della Nike, più al neon di tutte le insegne messe insieme di Times Square.
Aveva vent’anni, o meglio, li avrebbe compiuti fra un mese, raccontava a Patrizio di fronte a due cheese cakes impossibili, gigantesche e gialle, che avevano ordinato da Planet Hollywood.
A essere chiuso, era il Garden of Winter Theatre, dove Liz si esibiva ogni sera: Patrizio si era incantato a guardare Times Square lì davanti, e lei aveva pensato volesse vedere “Mamma Liz”, il musical in cui recitava. Faceva la parte di una delle amiche di Sophi, la protagonista. Era il suo primo ruolo importante, continuava a spiegare a Patrizio, con le dita sporche della panna acida che accompagnava le cheese cakes. Fin da quando era piccola voleva fare la cantante, ma mai mai mai avrebbe sperato di partecipare a un musical di Broadway, nemmeno nei sogni.
Parlava, e parlava, e Patrizio la ascoltava, ma un po’ non l’ascoltava, e capiva che i suoi nonni erano del Congo, ma si perdeva la parte della storia che riguardava come fossero arrivati in America, capiva che per lei e la sua famiglia la vittoria di Obama avrebbe significato davvero qualcosa (davvero davvero: lo aveva ripetuto due volte), ma non seguiva il discorso sulle naturali motivazioni dell’importanza di quel significato, e non perché non lo interessasse quello che diceva Liz, no, anzi, lo interessava moltissimo. Ma la pelle di quella ragazza era così nera da brillare, e poi il profumo che aveva addosso, un misto di vaniglia e forse muschio, o mughetto, Patrizio non riusciva a distinguere che cosa fosse ma gli sembrava l’odore più eccitante del mondo: e come Liz muoveva le mani mentre parlava, Dio, sembrava disegnare nell’aria la mappa di un pianeta sconosciuto, e come accavallava e scavallava le gambe, come buttava all’indietro la testa quando rideva, come rideva: ecco, rideva come chi lo fa perché gli viene proprio dallo stomaco di farlo, e la lingua, come se la passava sulle labbra, incredibile e rosa, e le sue tette, oh, le tette di Liz, erano quelle che lo distraevano da tutto quello che Liz avrebbe potuto dire: erano enormi, ma rimanevano ferme, le tette di Liz, scoppiavano dentro una maglietta azzurra con su disegnata la Puffetta e con scritto It’s not easy being a Smurfette.
“Allora? È proprio così difficile essere una Puffetta?” Gli chiedeva Patrizio, mentre le sfilava la maglietta, nell’appartamento a Prince Street che Liz condivideva con un’altra attrice della sua compagnia. È così difficile? E Liz rideva e si lasciava spogliare, è difficilissimo, gli rispondeva in italiano, che chissà dove l’aveva imparato l’italiano, non faceva in tempo a chiedersi Patrizio, che non aveva più tempo di chiedersi niente, perché Liz ormai era nuda e gli prendeva le mani e se le voleva sentire addosso, sulla pancia, sulle gambe, su quelle tette mai viste e gli diceva spogliati, che aspetti, spogliati.
    Avevano fatto l’amore per tutta la notte.
   Mentre Paul Auster gli parlava, il giorno dopo, lui non faceva che pensare a Liz.
   L’aveva raggiunta subito, nel primo pomeriggio. Aveva trovato la porta dell’appartamento aperta: lei lo stava aspettando in vasca, coperta di schiuma. Si era buttato su di lei completamente vestito, senza togliersi nemmeno le scarpe.
Avevano fatto l’amore di nuovo, e ancora, poi lei gli aveva preparato delle frittelle alla banana, e ancora avevano fatto l’amore.
Quella notte, Patrizio la passò da Liz. Anzi: con Liz che gli teneva una mano fra le gambe, perché a me mette pace così, posso? gli aveva domandato. E poi si era addormentata.
Al contrario di Patrizio, che non riusciva a prendere sonno. Perché dopo una giornata intera a non farlo, gli era improvvisamente capitato: e si era messo a riflettere.
Lucilla ogni tanto la tradiva, certo che sì. Ma non si può esattamente parlare di tradimento, quando si fa con qualcuno che ha i tuoi stessi identici e validi motivi perché sia necessario che non venga mai fuori che cosa è successo: con la sorella di Lucilla, per esempio, per di più sposata e con due gemelli in arrivo, come si sarebbe potuto parlare di tradimento? E con la migliore amica di Lucilla? E con la moglie dell’altro ricercatore della cattedra di Bennacchi?
No, quelli non erano stati tradimenti, rifletteva adesso Patrizio, il respiro di Liz a scandire il tempo di quella notte, la mano attorno al suo pisello a fermarlo. Non erano stati affatto dei tradimenti: erano stati sfoghi naturali che come primo scopo, ancora prima del piacere, avevano quello della certezza di non cambiare nulla dell’ordine che governava la sua vita.
Con la migliore amica di Lucilla, poi, non era nemmeno venuto.
Comunque: quello che stava succedendo ora, in quella stanza di New York in Prince Street, non c’entrava niente con quello che gli era capitato fino a quel momento.
Niente: nemmeno con Lucilla. Era proprio questo il punto, pensava Patrizio: nemmeno con Lucilla tutto questo c’entra qualcosa.
E mancano solo tre giorni.
“It’s the time.”
“It’s the time.”
Non c’era troppo da aggiungere, quella mattina, all’areoporto. Era il giorno della vigilia delle elezioni.
Un aereo per Chicago e la possibilità sempre più concreta della direzione del quotidiano aspettavano Patrizio.
Ricordati di non dimenticarmi, lo aveva implorato Liz, prima di lasciarlo andare verso il metal detector.
“E tu che dopodomani sono di nuovo qui.” Lui.
Perché sì: aveva deciso.
Poche ore prima, durante quella che altrimenti sarebbe stata l’ultima notte insieme, Patrizio aveva deciso che no. Non doveva andare così. Lungo la schiena di Liz che gli dormiva accanto, lungo quelle braccia, quella mano fra le sue gambe, Patrizio aveva deciso resto qui.
In cinque giorni ho avuto a che fare con l’idea che da qualche parte ho sempre avuto di me stesso più che in tutti i miei trentott’anni. Accompagnare Liz al teatro, guardare per tre sere di seguito lo spettacolo senza annoiarmi mai perché lo spettacolo è lei, sognare di farle da manager, da cameriere privato, da autista, pur di rimanerle vicino: sognare di essere un suo rene, un polmone, un globulo bianco, per entrarle dentro, definitivo come certe malattie, e contagiarla di quella che, da portatrice sana, lei ha attaccato a me.
Perché si sentiva davvero come una febbre addosso, Patrizio, da giorni. Rispondeva alle telefonate di Lucilla distrattamente, se lo faceva, e quando il professore era intervenuto e l’aveva chiamato per ricordargli. “Lo sai che ci stiamo giocando il tutto e per tutto ad essere a Chicago, vero?”, lui si era messo a ridere, a ridere sì, perché nel frattempo lui e Liz stavano bevendo un cappuccino al pistacchio da Starbuck’s e Liz non si era accorta di essersi sporcata la punta del naso di schiuma verde.
Cose così.
E allora quell’ultima notte (che avrebbe dovuto essere l’ultima ma ultima non sarebbe stata), Patrizio l’aveva svegliata.
“Se lascio tutto e ricomincio da te, tu ci stai?” Le aveva domandato, un po’ in italiano e un po’ in inglese. E Liz aveva risposto con un sorriso che dentro aveva tutti i sorrisi del mondo, e si era messa a piangere.
Sì. Piangeva. Patrizio le era andato dietro. Due scemi. Che piangevano, ridevano, e alle cinque del mattino si erano messi di nuovo a fare l’amore.
E mentre adesso il Grant Park di Chicago comincia a riempirsi, e c’è nell’aria la sensazione forte che qualcosa di più forte sta per accadere, e mentre gli inviati di tutte le testate del mondo chissà che hanno fatto per esser scelti proprio loro per essere proprio lì, proprio oggi, Patrizio pensa alla sua nuova vita. Chissà il professore che faccia farà: si domanda. E gli viene da ridere, proprio da ridere, da non riuscire a trattenersi, a immaginare la conversazione fra lui e la figlia.
“Ti ha lasciato per un’attricetta di Broadway?”
“Ti rendi conto papà?”
 “Inammissibile, Lucilla.”
Lucilla. Patrizio pensa a Lucilla. Chissà come la prenderà, lei a cui solo l’idea della possibilità di una reazione in quanto tale è sempre parsa volgare.
Arrivano le sette e comincia lo scrutinio delle schede. E Patrizio, sballottato avanti e indietro e a destra e a sinistra da una folla che così tanta tutta insieme, ed emozionata, non l’ha vista mai, pensa e pensa e arriva alla conclusione che con i bambini è meglio sia lui a parlare, perché per come è fatta Lucilla magari chissà che mostro lo farebbe apparire ai loro occhi.
Tanto la prossima estate me li vado a prendere in Italia e li porto con me a New York a conoscere Liz. La adoreranno. E li porterò tutti e tre a Magic Kingdom, che sarà come portarci tre bambini, pensa, perché Liz è fatta così… Com’è fatta, Liz? Si chiede. 
Intanto: “Pare che ci siamo.”, gli dice l’inviato di un altro quotidiano italiano, e gli si aggrappa a una spalla dalla tensione, e in effetti ci siamo, ci sono, i duecentosettanta grandi elettori necessari, e c’è: il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.
E Grant Park esplode, si trasforma in una nazione intera che si trasforma in tutto il mondo che in quel momento: chissà, spera, magari cambio per davvero.
C’è chi canta, c’è chi piange, chi si sente male da quanto si sente bene, e Patrizio non riesce a pensare che a Liz, alle gambe piene di muscoli lunghi e sottili che ha, a quelle tette irripetibili, a come la mattina strizza gli occhi per una mezz’ora prima di svegliarsi davvero, e si accorge di non conoscere nulla di lei all’infuori di quelle tre o quattro cose, e questo è l’amore, capisce all’improvviso: cominciare da qualcosa che nemmeno sai che cos’è.
E potrebbe essere tutto.

Il giorno dopo, Patrizio prenderà il primo aereo per Roma.
Quando Obama finalmente apparirà sul palco, quella notte che è già leggenda, lui tirerà fuori dalla tasca il cellulare per digitare un messaggio.
“Con questa elezione il cambiamento è arrivato in America”, comincerà il suo discorso Obama.
“No we can’t”, scriverà Patrizio a Liz.


Chiara Gamberale


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Smemoranda 2010


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