Per tutti i ratti è iniziata la scuola guida

di Mia Canestrini

Sei una bestia - Storie di Smemo

Dopo aver avvistato sua infiammosità il pettirosso in Piazza Duomo, a Milano, ho pensato che forse vale la pena spendere due parole sulla fauna urbana. Per fauna urbana noi zoologi intendiamo quell’insieme di specie un po’ furbette che decidono di abbandonare gli habitat naturali per trasferirsi dentro le mura delle nostre città, in cerca fondamentalmente di cibo facile e temperature più miti. Alcune suscitano sentimenti di comprensibile disgusto e ribrezzo, altre ci lasciano indifferenti, altre ci fanno un po’ paura e altre ancora come vedremo sono considerate adorabili.

La natura, del resto, già da un po’ non è più quell’entità discreta e lontana che abita le campagne e via via i boschi e le montagne, con un gradiente di selvaticità esponenziale mano a mano che si sale di quota. La natura, inesorabile e opportunista, si è affacciata da tempo nei cortili delle case, nei giardini pubblici, nei parcheggi e per le vie del centro di Milano e di molte altre città italiane, europee e non solo. Arriveremo a parlare di lupi che si fanno un bagno nel Naviglio grande, a due passi dalla Darsena, ma oggi vi voglio far innamorare di un tizio che deve la sua gloria e la sua esplosione demografica proprio ai nostri centri abitati. Signore e signori, il ratto.

Non cominciate a dire “Che schifo!” perché vi sento da qua! Dire ratto è, tanto per cominciare, riduttivo. Di ratti in Italia ne esistono due specie, il ratto norvegico, che non è alto e biondo ma grosso e amante delle fogne, e il ratto ratto, ma proprio ratto (oh si chiama così) che è piccolo e nero e ama arrampicarsi su alberi e tetti delle case. Questi simpatici mammiferi, che un tempo hanno decimato la popolazione umana di tutta Europa portando la peste bubbonica (vale sempre la pena ricordarlo), oggi ci salutano dalle fogne come It, con le loro manine rosa luride, e anche dalle grondaie, magari lanciandoci qualche pigna in testa. Che adorabili mascalzoni.

In Italia sembra ce ne siano qualche centinaio di milioni e nel mondo ce ne sono sì e no qualche miliardo, dei quali due in Cina (beh dove se no). Diciamo che seguirci ovunque, perfino imbarcandosi con noi sui mercantili per colonizzare tutto il Pianeta non gli è piaciuto per niente. In città i ratti di entrambe le specie hanno trovato le condizioni perfette per vivere, più che in natura, dove comunque sopravvivono egregiamente mangiando qualunque altro essere vivente alla loro portata. Rifiuti, resti di pasti, ristoranti non proprio al top delle pulizie (Gordon Ramsey scansate), discariche, tutto fa brodo.

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In più, cooome se non bastasse, i ratti sono super intelligenti. Innanzitutto i ratti in città ci stanno come il cacio sui maccheroni, perché – sapevatelo – guidano la macchina. Per ora hanno imparato a farlo 17 ratti dell’Università di Richmond, in Virginia, grazie ad un team di ricerca impegnato nello studio delle malattie neurodegenerative. I ricercatori hanno costruito delle macchinine su misura, macchinine trasparenti per vedere che mosse facessero i ratti nell’abitacolo (non so tipo diti medi agli altri ratti, dita nel naso o chattare sul telefonino, quelle cose che si fanno in auto con la mano libera), fili di rame a mo’ di volante e ruotine di ordinanza. Insomma questi ratti si sono ritrovati di colpo su delle jeep in miniatura. Poi sono state posizionate cose che amano, come i cereali, in giro per la stanza e per tutti i ratti è iniziata la scuola guida: tentativo dopo tentativo hanno imparato ad andare diritto, sterzare a destra e sinistra e raggiungere il loro cibo preferito, come se si stessero dirigendo al supermercato.

ratti-che-guidano

Ora, immaginiamo che scappino. Che scappino e trovino qualche macchinina giocattolo. Nel giro di qualche settimana avremmo milioni di topi motorizzati che imprecano nel traffico, sgommano ai semafori e parcheggiano in divieto di sosta. Ancora una volta, saremmo di fronte ad animali imbruttiti. Sarebbe un fenomeno dilagante, legato ad un aspetto più sorprendente rispetto alla capacità di guida in sé: i ratti amano proprio guidare, li rilassa. A dirlo sono gli ormoni che emettono mentre guidano (ma non quando ad esempio sono trasportati, in quel caso si attaccano alla maniglietta laterale come la nonna quando la accompagniamo dal parrucchiere e si stressano moltissimo). Tutto ciò mi depone a favore della loro presenza numerosa negli ambienti urbani. Forse un giorno ci consegneranno loro la spesa a casa.

In più i ratti sono gentili. Se uno gli fa una gentilezza loro ricambiano. In un altro esperimento le pantegane sono state messe di fronte alla possibilità di donare un pezzo di banana a un’altra pantegana, semplicemente tirando una levetta. La pantegana banana-rifornita a sua volta poteva attivare una levetta che forniva cereali alla pantegana benefattrice. A furia di scrivere pantegana e levetta non ci sto capendo più niente, ma insomma per scherzo i ricercatori hanno inserito una terza pantegana che forniva carote. A quella arrivavano meno cereali perché le carote sono meno amate delle banane. Perciò sì, gentili, ma con giudizio: invece che mettere le stelline, i ratti rispondono alla qualità del servizio con dosi di cereali. Anche questo mi sembra deporre a favore della loro presenza di diritto in città e denota un notevole livello di imbruttimento.

La loro società assomiglia così tanto alla nostra che forse anche questo è un segno: si riconoscono tra parenti, si aiutano, si prendono cura di chi è indisposto o ferito. Il loro cervello, spero nessuno si offenda, è risultato essere molto simile al nostro e forse più sviluppato, poiché in grado di processare informazioni che derivano anche dai baffi. Uomini vi sfido a farlo (oggi tutti a strisciare i baffi sul libro di matematica per vedere se capite qualcosa di più).

Nemmeno a dirlo, i ratti possono stringere legami molto particolari con gli esseri umani, quasi fossero dei pet, e riconoscono il nome che diamo loro. Quindi un giorno potrebbe essere che io mi ritrovi a salutare un ratto seduto al posto di guida nell’auto accanto, entrambi fermi a un semaforo: “Ciao Enrico, tutto bene?!” – gli lancio una banana e lui mi tira un pugno di corn flakes, mi prende negli occhi ma fa lo stesso, poi mi racconta che sta andando a prendere i bambini a scuola, che sua suocera sta poco bene e che quest’estate hanno deciso di andare a Formentera, perché hanno imparato a pilotare gli aerei.