Re della terra selvaggia

di Michele R. Serra

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Re della terra selvaggia

L’educazione dei figli è difficile, quello di genitore è un mestiere difficile. Ne sono sicuro, anche se non ho mai fatto il genitore, e non ho mai educato nessuno. Detto questo, voi, alla vostra bambina, unica figlia femmina, vi rivolgereste mai gridando roba tipo: “Fammi vedere i muscoli! Chi è l’uomo? Chi è l’uomo? Tu sei l’uomo!

Pesantino, eh? È quello che si sente dire tutti i giorni da suo padre la piccola Hushpuppy, che non ha neanche otto anni. Del resto, la sua non è una famiglia “normale”, non è una casa “normale”, e non è una situazione “normale”. Normale è sempre una parola scivolosa, ma in questo caso sento di poterla usare senza timore, perché Hushpuppy vive con suo padre in una baracca, in una specie di palude (“La Grande Vasca”) del Sud degli Stati Uniti, in una comunità di gente molto povera che vive di caccia e pesca. Una comunità in cui non esiste il denaro. Nella Grande Vasca tutto quanto casca, letteralmente, in pezzi.

Più in là, lontano, oltre la grande diga, c’è una città dove vive la gente in un modo che noi potremmo considerare normale. Qui, nella Vasca, si lotta ogni giorno per sopravvivere, a contatto con la natura.

Re della terra selvaggia ha vinto tanti premi nei festival più importanti d’America e ha avuto quattro nomination all’Oscar, compresa quella per la miglior attrice alla piccola protagonista Quvenzhané Wallis, solo 9 anni. Un esordio con il botto per il regista Benh Zeitlin, che a neanche trent’anni si afferma oggi come uno de nuovi talenti del cinema indipendente americano.

In effetti, niente da dire sul talento: si vede che Benh è uno che ha voglia di fare cinema, di raccontare con le immagini prima ancora che con le parole. Avete presente il cinema di Terrence Malick? Il paragone ci sta.

Però, ci sono molti però, in questo film.

Primo però: Benh Zeitlin è anche un musicista, e ha composto lui stesso i brani musicali di Re della terra selvaggia. Non sono male, eh; però lui li sbatte sopra tutto, con un effetto come minimo ridondante.

Secondo però: lo stile di regia. La cinepresa non sta mai ferma, trema in continuazione. Uno stile che potrebbe… come dire… non piacere a tutti, ecco.

Terzo però: le idee visive su cui è costruito il film sono buone per fare un videoclip, o qualcos’altro di breve. In un lungometraggio di un’ora e mezza, rischiano di annoiare.

Ripeto. Non posso né voglio dire niente contro un regista di 29 anni che dimostra di avere coraggio, che ha la sfrontatezza di puntare in alto, che cerca di fare poesia per immagini.

Però, se alla quarta volta che sento la piccola, dolcissima Hushpuppy fare una riflessione sulla vita, sento solo una gran voglia di sprofondarmi nella mia poltronetta e dormire, cosa posso farci?