Respect è un po’ meno di Aretha Franklin

di Redazione Smemoranda

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Incredibile, che la regista di Respect Liesl Tommy abbia deciso di cancellare quasi completamente tutta la parte della gioventù di Aretha Franklin, quella più formativa e più tragica. Il rapporto complicatissimo con il padre, i veri e propri abusi sessuali che ha subito da altri uomini nel corso della prima adolescenza, sono appena accennati.

Respect, il film sulla vita di Aretha Franklin

Chiaro, da una parte questa scelta rispecchia l’immagine pubblica di Aretha Franklin, quella della diva senza punti oscuri, che aveva sepolto qualsiasi sofferenza del passato sotto le sue gigantesche pellicce di visone, come usavano fare le donne nere di successo negli Stati Uniti. Donne nere che si sono emancipate ancora più tardi rispetto alle donne bianche nella società, e negli anni Cinquanta erano statisticamente molto a rischio di subire violenze sessuali nell’ambiente familiare. La reazione a queste violenze era quella imposta dalla società: nascondere tutto sotto il tappeto, non c’era possibilità di fare diversamente. Quindi la scelta di nascondere la parte più scioccante della vita di Aretha Franklin corrisponde alla scelta della stessa Franklin, ma significa perdere una parte fondamentale di questa storia.

Rimane un racconto abbastanza formulaico, quello della star che raggiunge grandi vette di successo e intanto sprofonda nella depressione, nell’alcool e quant’altro, per poi riprendersi con un battito d’ali del suo talento mostruoso. Sembra che il film sia più impegnato a fare un bel compito, a toccare tutti i punti segnati sulla lista della spesa, invece che voler raccontare qualcosa di nuovo, ma anche qualcosa di davvero sentito. Manca un po’ di anima, che per un film sul soul è francamente strano.

Jennifer Hudson è tutto Respect

Detto ciò, Respect è anche un film ben costruito. C’è Jennifer Hudson, che non solo è molto credibile nel ruolo della protagonista, ma siccome è una cantante, ha anche l’occasione di ricantare, reinterpretare Aretha Franklin: difficile non ammirare questa attrice che si misura con un’artista inarrivabile e riesce a offrire delle grandi performance. La voce è la sua, non ci sono grandi trucchi. Per fare un esempio (non a caso), quando Rami Malek ha interpretato Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody, hanno preso la sua voce e l’hanno coperta con altre due: una, quella del più affermato imitatore di Freddie Mercury; due, quella di Freddie Mercury stesso. Quindi in pratica lì non si può dire che fosse lui a cantare. Qui invece è tutto un altro discorso.

Non ho citato a caso Bohemian Rhapsody perché in fondo l’operazione di Respect è simile. C’è una grande produzione, un nome arcifamoso, e una vita che viene semplificata, gli angoli più pericolosi smussati. Come a dire: non vogliamo sfidare il pubblico, ma dargli solo quel po’ di dramma che è necessario a far andare avanti la storia. Peccato, speravamo in un po’ di anima. L’ho già scritto?