Harrison Ford ha un cane finto

di Michele R. Serra

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Harrison Ford ha un cane finto

Il richiamo della foresta: un grande classico della letteratura per ragazzi. Che poi, cosa vuol dire “per ragazzi”? Perché è “per ragazzi” un romanzo molto drammatico e anche piuttosto violento? Perché è “per ragazzi” un capolavoro della storia della letteratura americana, scritto da Jack London? Perché è “per ragazzi” un libro che a 120 anni dalla sua pubblicazione ha ancora qualcosa da dire, ha ancora fascino per chi vive nel 2020? Boh. Detto questo.

Il richiamo della foresta versione 2020 è un film assolutamente “per ragazzi”, e assolutamente disneyano. Da una parte è disneyano perché Disney ha comprato la Fox, cioè la compagnia che ha prodotto il film; dall’altra, è un film Disney anche perché è in larga parte un cartone animato. Nel senso che è un film dal vero, con attori in carne e ossa (tipo, Harrison Ford!), però dentro c’è un protagonista finto, nel senso che è creato da un gruppo di animatori digitali: Buck, il cane, è solo un mucchio di poligoni. A tutti gli effetti, un cartone animato.

Come hanno fatto a fare il cane Buck?

È molto interessante anche come l’hanno fatto: volevano un cane che fosse realistico, ma anche capace di avere espressività umana. Quindi hanno preso un attore specializzato in motion capture (Terry Notary) e gli hanno fatto fare il cane. In pratica Terry recitava insieme agli altri attori, per dare loro un punto di riferimento, e magari aiutarli a trovare lo sguardo di quello che poi sarebbe diventato il cane. Morale della favola: a Hollywood non va di moda fare le cose semplici. A questo punto, avrebbero forse potuto usare un cane vero? Boh, comunque gli animalisti sono giustamente contenti.

La bellezza (del film) è nell’occhio di chi guarda

Per lo spettatore, il primo impatto coi cani fasulli è francamente un po’ strano. Però quando ti abitui – diciamo dopo la prima mezz’ora – ti rendi conto che l’espressività di Buck è davvero un valore aggiunto, e che probabilmente non avrebbe mai funzionato se avessero fatto metà e metà: un po’ cane vero, un po’ cane finto. Lo stesso si può dire per gli incredibili scenari naturali in cui è immerso il film, che dovrebbero essere la propaggine più settentrionale degli Stati Uniti: siamo nel territorio del fiume Yukon all’epoca della corsa all’oro, fine Ottocento. Questi scenari sono ricostruiti con gli effetti speciali e il green screen. E allora, se a voi non dà fastidio l’effetto-playstation, è anche possibile che vi piaccia molto. In fondo è una specie di versione migliorata della realtà. Non aumentata, proprio migliorata dal punto di vista estetico: più alberi, colori più pieni, effetti di luce… certo, non è come vedere una valle vera, non è come vedere lo spettacolo della natura. Quindi, molto di questo film dipende da come lo guardate, da che tipo di occhio avete. Ma non si può negare che tecnicamente sia ricco e davvero riuscito in questo senso.

La parte – come dire – emotiva, invece, è forse un filo troppo tarata sulla sensibilità del pubblico molto giovane per essere apprezzata da chi ha più di dieci anni. Ma d’altronde, l’abbiamo detto, è un film per ragazzi. E al contrario del romanzo da cui è tratto, non è un capolavoro.