Rogue One: a Star Wars story

di Michele R. Serra

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Rogue One: a Star Wars story

È un periodo di guerra civile. Navi spaziali Ribelli, colpendo da una base segreta, hanno ottenuto la loro prima vittoria contro il malvagio Impero Galattico.
Durante la battaglia, spie Ribelli sono riuscite a rubare i piani segreti dell’arma decisiva dell’Impero,
la MORTE NERA, una stazione spaziale corazzata di tale potenza da poter distruggere un intero pianeta.
Inseguita dai biechi agenti dell’Impero, la Principessa Leila sfreccia verso casa a bordo della sua aeronave stellare, custode dei piani rubati che possono salvare il suo popolo e ridare la libertà alla galassia…

Sono le parole con cui si apriva il primo Guerre Stellari – quello che poi qualcuno ha deciso che era il quarto episodio e si intitolava Star Wars: una nuova speranza, ma non importa – nel 1977. Quelle parole scritte nello spazio, che si perdevano nell’infinito a mano a mano che le leggevi sullo schermo, sono anche, esattamente, il riassunto dall’inizio alla fine dell’ultimo film della saga, arrivato nelle sale a quasi quarant’anni di distanza da quel momento in cui George Lucas ha cambiato la storia del cinema di Hollywood. Perché questo nuovo film, che si intitola Rogue One, si svolge esattamente prima dell’Episodio IV. Quindi, in qualche modo, sappiamo già come va a finire, sappiamo già dove va a parare. Però, nelle galassie lontane come nella vita, alla fine l’importante è il viaggio.

Il viaggio di Rogue One: a Star Wars story inizia con una ragazza poco oltre i vent’anni, perché insomma nel periodo post-2010 pare proprio che ai registi e agli sceneggiatori responsabili di Star Wars piacciano le eroine al femminile. Meglio così. Dopo la Rey interpretata da Daisy Ridley di Episodio VII, ecco Jyn Erso con il volto di Felicity Jones. Che se la cava niente male, come del resto tutti gli altri membri del cast, tutti bravi e probabilmente consci della responsabilità che un film del genere ti mette sulle spalle. Ecco, la cosa forse più banale ma anche più bella a proposito di cosa voglia dire oggi fare un film di Star Wars l’ha detta il regista Gareth Edwards: “ È la scatola di giocattoli più fantastica con cui tu possa mai giocare. È il lavoro più bello del mondo”. Difficile dargli torto. Poi con una scatola di giocattoli ci fai quello che vuoi, ovviamente. Lui, visto che aveva a disposizione tanti soldatini spaziali, ci ha fatto un film di guerra.

E infatti si spara un sacco, in questo Rogue One (a blasterate, ovviamente). Però intendiamoci: è un film di guerra, ma è anche un film Disney, visto che la casa di Topolino si è mangiata la Lucasfilm fondata da George Lucas ormai da qualche anno. Eppure allo stesso tempo, nonostante non arrivi ai picchi di ansia e paranoia dei film di guerra classici a cui sembra ispirato, Rogue One rimane onesto nel suo perseguire una coerenza narrativa e di tono. Cioè, Gareth Edwards ha deciso che questo è un film giocattoloso, ma anche in qualche modo oscuro e triste. E oscuro rimane, a dispetto del fatto che forse un film più solare avrebbe fatto vendere più pupazzetti. Forse. Vedremo come va.

Al di là di ogni possibile riflessione sul film, non si può negare che Gareth Edwards – l’aveva già dimostrato con Godzilla – abbia un gran occhio per il cinema spettacolare. E questo è uno (sicuramente non l’unico, per carità) dei motivi per cui la battaglia finale di questo Rogue One, diciamo più o meno l’ultimo terzo del film, è semplicemente wow. Ed è sufficiente a metterlo una spanna sopra Episodio VII.