Ma il rosa è un colore da femmine?

di Redazione Smemoranda

La Sfatina sfata pregiudizi - Storie di Smemo

Dopo i migranti ci rubano il lavoro e altri pregiudizi, la Sfatina (super eroina disegnata da Maicol & Mirco) cercherà di sfatare i peggiori stereotipi di genere e i pregiudizi rivolti all’universo LGBT, a pochi giorni dall’arrivo alla Camera della legge contro l’omo e transfobia lunedì 3 agosto. Ad aiutarci nell’impresa il comico Daniele Gattano, che con la sua ironia ci aiuta a risolvere l’atavico dubbio: ma il rosa è un colore da femmine o gay?

Io prima di comprare una maglietta mi faccio la foto in camerino e la mando a tre miei amici, è un sistema molto democratico quindi se in due mi danno l’ok la compro altrimenti la lascio lì.

Ci sono più elementi di valutazione: il prezzo (mai sopra i 25 euro), il marchio (mai grande altrimenti fa cafone anni 90′) e il “gaymetro”, l’unità di misura con cui si stabilisce quanto poco virile sono con indosso una maglietta rosa.

In più io ho l’aggravante dell’omosessualità quindi il ragionamento che mi scatta è: “già sono gay, già ho i polsi a centrifuga, se mi vesto pure di rosa sfondo il gaymetro”. Il rosa è un colore femminile, a dirlo non sono io ma il packaging del Vagisil, eppure una volta era diverso, ad esempio ne “Il grande Gatsby” il protagonista indossa il “pink suit”, il completo rosa che negli anni 20′ era invece considerato un colore deciso e forte, dunque adatto più al maschio che alla femmina al contrario di oggi, epoca in cui il maschio alfa deve stare attento anche a ciò che beve, e non mi riferisco solo al Cosmpolitan che puzza di gay fan di “Sex and the city” (quale io sono) ma anche alla classica Coca Cola Light, la parola “light” non è virile e la frase: “Per me una Coca light” in bocca a un uomo fa lampeggiare il frociometro almeno quanto la frase: “Stasera non esco che c’è Chi l’ha visto?”, ecco quindi che l’azienda notando la bassa percentuale di acquirenti uomini ha fatto uscire “Coca Cola Zero” lattina nera, font più spesso e facce di calciatori stampate sopra.

Attenzione anche all’emotività! Se piangi vedendo Titanic significa che sei sensibile, ed essere sensibili significa essere gay, quindi io dovrei essere etero dato che non ho pianto vedendo Jack morire ma ho sofferto tantissimo vedendo Rose da vecchia buttare una collana in diamante blu nell’oceano solo perché voleva fare la figa sentimentale.

In qualche modo, chi più chi meno, ci si corregge da soli per aderire a un modello di mascolinità tossica, poi mettici un po’ di patriarcato ed eccomi qui in balia del “oddio una maglietta rosa no no no” anche se alla fine l’ho comprata (due ok e un solo pollice verso) ammetto che mi sta bene e ogni volta che qualcuno mi fa notare che è rosa riciclo fuori la storiella del pink suit di Jay Gatsby, che fa pure intellettuale anche se non ho ancora capito: ma essere intellettuali è una roba da maschi o da femmine?

Jay-Gatsby-pink-suit
Leonardo di Caprio nel ruolo di Jay Gatsby

Chi è Daniele Gattano

Daniele nasce e scappa da Verbania, bellissima ma non ci vivrà. Debutta come comico a “Colorado” (Italia1), approda poi su Real Time per i “Diversity Media Awards 2017”, farà poi parte del cast di “Stand up comedy” su Sky – Comedy Central nelle stagioni 2017 – 2019 – 2020. Sempre su Comedy Central sarà in “Comedians solve world problems” e poi su Raidue in “Battute?”. Si è anche cimentato nel web, il suo video “E se ho l’HIV?” diventa video ufficiale per “ANLAIDS 2018” di cui ha presentato il convegno nazionale. Ha presentato il “Bologna Pride 2017”, il “Milano Pride 2019” e quest’ultimo “Milano Pride 2020”. Il suo spettacolo di Stand up comedy si intitola “FUORI”, non ha riempito i teatri ma nemmeno li ha svuotati. Nonostante  la deriva come comico era partito bene frequentando le scuole di teatro serie (Stabile di Genova e Galante Garrone di Bologna) ma Peter Stein non si è mai accorto di lui. Spera di vincere un Telegatto, di essere intervistato da Lilli Gruber e di fidanzarsi con Chris Martin, ovviamente la cosa a cui tiene di più è la seconda. Se vivrà vedrà…

daniele-gattano
Daniele Gattano.
Foto di Gianluigi Sansonetti

 

LE PAROLE GIUSTE sulla diversità di genere di Anna Maria Caruso, Garante dei diritti per l’infanzia e l’adolescenza del Comune di Milano (in carica fino a giugno 2020).

«La diversità di genere è uno dei temi che più spaventano e dividono giovani e meno giovani. Il primo pregiudizio è che il genere è per sempre. Non sempre è così e la natura spesso gioca brutti scherzi e alla conformazione esteriore del proprio corpo non corrispondono gli organi interni e/o il corredo cromosomico. Il genere è fatto di immagine di sé e immagine che gli altri ci trasmettono e perciò si costruisce nel tempo. Già nei primissimi contesti, in cui si svolge la socialità dei più piccoli, linguaggi educativi, attività motorie, diversità di colori, ripartizione di piccole incombenze, orientano verso una diversità di genere che va a comporre l’immagine di sé, che non sempre corrisponde ad altri input che provengono dalla propria sensibilità. L’adolescenza è il periodo dei dubbi e delle ambivalenze e la propria sensibilità fa fatica ad affermarsi rispetto all’immagine di sé che altri tendono ad accreditare. Se il dentro e il fuori coincidono, i giovani crescono serenamente ma se questo non accade, il percorso è lungo e la fatica è enorme: a volte riesce ad emergere solo con costi molto alti per l’individuo e per chi gli sta vicino. Nel corso dei secoli, la diversità è stata ritenuta un peccato, una violazione delle regole sociali del tempo, un’ occasione di libertà. La diversità di genere non va confusa con l’orientamento sessuale che può essere una naturale conseguenza della diversità ma può emergere anche dal lato più oscuro di ognuno di noi. Merita rispetto l’omoaffettività ma anche la curiosità nelle proprie scelte sessuali, quando queste scelte non costringono il partner a subire comportamenti non condivisi. L’omoaffettività spesso fa nascere famiglie, anche con figli: certo queste famiglie non sono composte da un papà e da una mamma, ma i sentimenti d’amore circolano tra i suoi componenti con la stessa intensità anche se richiedono maggiore consapevolezza. Una signora si è rivolta all’Ufficio del Garante dell’Infanzia raccontando che, quando era un signore, si era sposato e aveva avuto una figlia. Aveva affrontato una serie di interventi chirurgici e seguito il percorso necessario per il cambio di identità. Chiedeva di essere consigliato su come riallacciare i rapporti con la propria figlia. Questa è solo una storia vera, con un grande carico di sofferenza per tutti ed è partita dalla determinazione di un uomo che voleva essere donna ma lo ha capito tardi».