Run The Jewels, alla rivoluzione non servono ritornelli

di Michele R. Serra

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È molto difficile che non ti stiano simpatici, i Run the Jewels. Un po’ perché sono due musicisti che si sono sempre sbattuti, sono sempre stati fedeli a quello che pensavano fosse giusto, e alla fine hanno raccolto un successo che nessuno si sarebbe aspettato, quando ormai erano vecchiotti per il mondo del rap. Tipo. Uno, Killer Mike, era un rapper della (ormai) old school di Atlanta, conosciuto per le sue collaborazioni con gli Outkast nei primi Duemila. Come dire: bene così, cosa vuoi fare di meglio.

L’altro, El-P, era il produttore che si era inventato il suono spazial-distopic-hip-hop ben prima di gente tipo Kanye West; aveva fatto cose meravigliose con Company Flow e Cannibal Ox; ma era rimasto una perla più o meno nascosta nell’underground. E invece, a 45 anni suonati, i due oggi sono il supergruppo hip-hop che tutti amano, quello con il nome scritto in grande sui poster dei festival, e perfino il preferito di un signore di una certa età come Bernie Sanders.

Il fatto è che la storia dei Run the Jewels è qualcosa di sorprendente, ma ormai è difficile che il loro quarto disco RTJ4 ci sorprenda. Perché sappiamo cosa aspettarci: un suono super hardcore ma allo stesso tempo raffinatissimo, testi pieni di ironia amarissima, di discorsi rivoluzionari, e soprattutto neanche l’ombra di un ritornello. Cioè, a dire la verità in questo disco qualche ritornello c’è. E quando c’è, bè, te lo ricordi.

A parte questo e a parte una carriola di ospiti potentissimi, pop con Pharrell, soul con Mavis Staples, rock con Zack de la Rocha, c’è davvero tutto, bè a parte questo il resto del quarto album in studio dei Run the Jewels in effetti è quello che ci aspettiamo. Però questo non significa che sia noioso, anzi siamo dalle parti del perfezionamento di una formula che già funzionava prima, e che sembra ancora fresca. In fondo, non è tanto diversa da quella del rap delle origini, e quindi non è così sbagliato dire che i Run the Jewels sono i Public Enemy del 2020.

E certo, poi c’è il fatto che tutto il disco sembra fatto per raccontare gli ultimi mesi della comunità nera, quelli dopo l’omicidio di George Floyd, quelli della collera contro l’ingiustizia che ancora la opprime. La realtà è che invece è stato tutto scritto prima dell’ultima onda di Black Lives Matter. E ci fa capire che le radici di quei problemi sono molto più profonde dell’ultimo hashtag su twitter.