S-Monti, l’agenda di Mario. E Gino, Michele e i due Francesco

di La Redazione

Attualità
S-Monti, l’agenda di Mario. E Gino, Michele e i due Francesco

Con l’inedito ‘chiamatemi agenda’, che è il tempo del dovere, Mario Monti diventa il gerundio d’Italia…” Francesco Merlo, La Repubblica 24 dicembre 2013

Bello, ‘sto pezzo. Dice delle cose interessanti e le dice bene. Francesco Merlo scrive con la solita abilità. Leggiamo e ci divertiamo, anche quando non siamo del tutto d’accordo nelle sfumature. Per esempio quando dice: “Fateci caso: le parole originate da un gerundio sono le più antipatiche della lingua italiana, agenda, pudenda, mutanda, memorandum, e c’è pure il crescendo che in musica è il sostantivo del volume (rossiniano) e in economia è il sostantivo dello sviluppo (schumpeteriano)…”.

Leggiamo e pensiamo ai tempi gloriosi, pensiamo a quando è nata, quasi per caso, Smemoranda, un parto così naturale e lieve che il “chi” si fosse inventato la parola s-memoranda, e il “come”, si è perso nella storia nostra, della nostra città, dei nostri tempi, del nostro mondo… e un po’ del costume e della cultura italiana.
Nessuno di noi pensò allora alla bruttezza del gerundio, suono per altro rotondo come don Abbondio, il vilipendio, MarlonBrando, l’Armando, e il porcomondo; come anche la Rossanda, l’Uganda, l’Olanda, la ghianda, il panda, la Standa (l’unica che non c’è più). Tutti pensammo che s-memoranda era un po’ come s-ricordare, s-mutandarsi, s-belinare, s-puttanarsi. La esse privativa così rivoluzionaria da incarnarsi in neologismo.
Bene. Dopo la precisa dissertazione sull’ex premier Mario Monti e la sua agenda, Merlo conclude il suo pezzo con una chiamata diretta in causa, ci pare anche affettuosa.

“Qualcuno, e fu la trovata di successo di qualche anno fa, è arrivato ad aggredire e stravolgere persino il nome dell’agenda che da memoranda finse di essere, ricordate?, il proprio contrario: smemoranda. Lo scopo è sempre lo stesso, togliere spazio alla durezza del dover essere, all’agenda, farla scomparire prima ancora di usarla, perché questo è il destino di tutte le cose che si coniugano al gerundio, questo è il paradosso dell’agenda, diventare un pretesto per la propria soppressione. ”

Amen. Forse ha ragione Merlo: noi inconsciamente vorremmo essere agenda e non vorremmo esserlo al medesimo tempo. Vorremmo fissare il tempo e perderlo all’unisono. Imporci un rigore fatto di date e lancette e dissolverci nell’oblio…
E allora grazie sinceramente a la Repubblica per avercelo ricordato con garbo. Ma… Ma, come dice il poeta: “Ma se io avessi previsto tutto questo (dati causa e pretesto) forse farei lo stesso/ mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso/ e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare/ho tante cose ancor da raccontare per chi vuol ascoltare, e a culo tutto il resto”.

Gino e Michele

Foto di Siamo la Gente, il Potere ci temono