Sanremo non è sempre Sanremo

di Alessia Gemma

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Sanremo non è sempre Sanremo

Sono stata a Sanremo durante il Festival di Sanremo, era la mia prima volta. Non ho retto e mi è venuta la febbre a 40 sul più bello. Comunque l’ho seguito tutto, dall’inizio alla fine, un po’ da casa, un po’ dalla sala stampa, un po’ dal teatro, un po’ in albergo, un po’ in auto, un po’ sulla carta scritta, molto sui social.
Ho tifato tantissimo, fino a innamorami, ho ascoltato e letto tutti i testi delle canzoni più di una volta, ho ascoltato le conferenze stampa. Insomma, ho studiato.

E alla fine il colpo di scena: il 69° Festival della canzone italiana lo ha vinto Mahmood. Un insospettabile.
Oggi le polemiche di chi non lo vuole vincitore perché è arabo, di chi non lo vuole vincitore perché viene strumentalizzato come arabo, di chi non lo vuole vincitore perché la sua canzone è brutta, di chi non lo vuole vincitore perché tutti parleranno di lui solo perché è arabo e gay…

Quello che ho imparato calandomi nel grande circo è che con Sanremo devi semplificare il ragionamento, per poterne tirare fuori qualcosa e non esserne troppo distante se hai voglia di entrarci dentro e capire un po’ meglio le dinamiche. A vederlo da vicino vicino, da dentro l’Ariston, è un carrozzone italianissimo, con imbarazzi che traspaiono in tutte le conferenze stampa su cosa va detto e cosa non va detto “non possiamo anticiparvi tutto, lasciateci qualche colpo in canna… si potrà dire canna a Sanremo?” ha ironizzato Baglioni alla prima conferenza stampa.

Ammassato fuori dall’Ariston c’è un pubblico affamato di vip e selfie. E anche particolarmente razzista, a girarci dentro e ascoltare i discorsi. Lo dico perché ho sentito questo, ad esempio: “Pensa anche adesso pure tra i re d’Inghilterra ci starà una negra, quella che si è messa col principino. Ha la madre tutta negra. È una furba, così furba che mette tra i re pure un figlio mezzo nero”…
Il solo fatto che il Festival della canzone italiana sia stato vinto da un ragazzo con un nome arabo è rivoluzionario laggiù. Quantomeno dà fastidio, provoca e rincuora.

I discorsi troppo alti, le analisi troppo raffinate, a Sanremo si perdono o restano agli ultimi posti come una canzone degli Zen Circus. Diventano incomprensibili.

I dati ci dicono che Sanremo quest’anno si è svecchiato grazie a cantanti nuovi e giovani ed è miracolosamente riuscito ad attirare l’attenzione anche di un pubblico tra i 16 e i 20 anni che in genere non accende mai la tv. Ci sono stati picchi di ascolto su cantanti come Ultimo, fari accesi su Achille Lauro, vecchi che sono stati costretti ad ascoltare rap, un pochino di trap e reggae, i social sono esplosi e i veri autori di Sanremo2019 sono stati gli utenti twitter.
Ovvio che Sanremo resta Sanremo, e questo forse è il bello: la normalità che diventa d’impatto e provocatoria. Mahmood è solo un giovane cantante, in genere ai ragazzi non gliene frega niente se sia arabo, gay, rosso, biondo o nero; però a Sanremo se Mahmood vince spacca solo perché si chiama Mahmood, è una provocazione enorme, è politico, va bene.
Achille Lauro canta di un’auto, i ragazzi non arrivano a drogarsi per una canzone, non è mai successo. Al massimo ascoltano canzoni dopo essersi drogati, ma questo è un altro discorso. A Sanremo però l’auto di Achille Lauro diventa droga e i vecchi s’indignano e le rockstar diventano immense. Va bene così. Il gap generazionale ha sempre contribuito al passaggio culturale.

Sanremo non è Woodstock, Sanremo è il servizio pubblico italiano, è mammaRai, è gli anni 50, è vecchi alberghi decadenti colmi di vip e pseudo vip, è lo star system che si mischia al popolo, Sanremo è il vestito buono della domenica. Sanremo è l’italietta. Ora Sanremo è anche il cambio generazionale, è la musica che comunque va avanti, il rap, la trap, il nichilismo dei più giovani che non parla più di amore, è l’arrivo di nuove culture, di nomi arabi tutti italiani.