“Non hanno voglia di lavorare” e altri pregiudizi

di Laura Giuntoli

La Sfatina sfata pregiudizi - Storie di Smemo

Dopo Ci rubano il lavoro e altri pregiudizi,  la Sfatina (super eroina disegnata da Maicol & Mirco) continua a sfatare i peggiori luoghi comuni sui migranti. Questa volta lo fa insieme a Sofia Trezzi, psicologa e consulente dell’Unità di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione IRCC Ca Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, una realtà che si occupa dei Minori Stranieri non Accompagnati con disagio psichico dal 2009.  Si tratta di un gruppo di lavoro multiprofessionale composto da psicologi, medici neuropsichiatri, educatori, assistenti sociali e mediatori culturali, che lavorano in stretto raccordo. I loro pazienti sono ragazzi tra i 15 e i 18 anni di tante nazionalità diverse, che hanno in comune l’aver vissuto eventi traumatici che li hanno portati ad abbandonare la propria famiglia e il proprio paese durante l’adolescenza.

Come si svolge il vostro lavoro all’Unità di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione IRCC Ca Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano con i minori migranti?

L’equipe esiste da più di 10 anni e comprende medici neuropsichiatri dell’infanzia e adolescenza, psicologi, educatori, assistente sociale e diversi tirocinanti. Siamo presenti negli spazi dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (UONPIA) del  Policlinico e, a volte, nelle strutture dove alloggiano i ragazzi che migrano senza i loro famigliari (MSNA), e offriamo colloqui individuali, lavori di gruppo e incontri di aggiornamento e formazione sulla salute psichica dei MSNA. Lavoriamo a stretto contatto con gli altri servizi che si occupano di questi ragazzi: il servizio sociale che li segue per la parte burocratica e amministrativa, le comunità di accoglienza dove vivono, i tutori volontari che fanno le veci dei loro genitori per quanto riguarda le decisioni importanti. Con tutti questi adulti, come anche con noi, medici, psicologi ed educatori, si instaura anche un rapporto emotivo e lavorare insieme permette di costruire una relazione di fiducia con il ragazzo, che sa di poter contare su un gruppo che lavora insieme a lui per costruire un percorso positivo di integrazione e benessere.

Quanti ragazzi avete in cura ogni anno? Da dove vengono?

A Milano vivono circa 700 MSNA, ma solo il 10% di loro, di solito, ha bisogno di un servizio di salute mentale come il nostro. Si tratta di ragazzi, soprattutto maschi, che arrivano in Italia da soli, senza la propria famiglia. La maggior parte di loro ha tra i 15 e i 18 anni e spesso provengono dal nord Africa (Egitto Tunisia, Marocco) oppure dall’Albania e dal Kosovo. Incontriamo anche diversi ragazzi che provengono dagli stati subsahariani (Senegal, Guinea, ma anche Somalia ed Eritrea) e dall’Asia (Pakistan e Afghanistan soprattutto).

Qual è il percorso di una ragazza o di un ragazzo che arriva alla UONPIA del Policlinico?  E quando va via, cosa succede?

I MSNA sono seguiti da diversi adulti e servizi che si prendono cura di loro e li vedono nel quotidiano. Quando un ragazzo mostra di stare male, perché è molto triste o molto arrabbiato, oppure perché non riesce ad inserirsi nel nuovo contesto di vita, a scuola, sul lavoro o in comunità, gli operatori che si occupano di lui possono chiedere il nostro intervento.  Nelle situazioni più gravi, quando la sofferenza è troppo grande ed è già presente un disturbo psichiatrico, i ragazzi ci vengono segnalati dai medici del Pronto Soccorso dove sono stati portati perché hanno cercato di fare del male a sé stessi o ad altri. Noi cerchiamo di ricostruire la storia insieme a loro per comprendere meglio i loro vissuti, il carattere, la personalità. Ci confrontiamo anche con chi li conosce bene e li vede in altri contesti (la scuola, la comunità, il lavoro). Spesso non si destreggiano ancora abbastanza bene con l’italiano, oppure preferiscono parlare di temi importanti e delicati nella loro lingua natale, quindi lavoriamo con dei mediatori culturali che non solo traducono le nostre parole ma aiutano sia noi che i ragazzi a comunicare in modo chiaro e a dare un significato adeguato alle nostre parole. Ad esempio il significato che ha il linguaggio non verbale cambia molto da una cultura all’altra: per alcuni ragazzi non guardare negli occhi una persona adulta è segno di rispetto, mentre potremmo scambiarlo per disinteresse e rifiuto. Oppure, in Italia un ragazzo di 17 anni è minorenne, il suo lavoro è andare a scuola e costruirsi delle amicizie ed interessi, mentre in molti altri paesi a 17 anni si è già adulti e pronti a guadarsi da vivere e contribuire al mantenimento dei propri famigliari.  Al termine del percorso di valutazione possiamo proporre dei percorsi di sostegno psicologico ed educativo, degli spazi dove i ragazzi possono rielaborare le loro fatiche e sofferenze con dei professionisti e/o con altri ragazzi che come loro hanno vissuto la migrazione in età adolescenziale, ma anche conoscere meglio le loro risorse ed individuare delle startegie per fronteggiare le loro difficoltà. A volte, quando la situazione clinica è grave è necessario un trattamento psicofarmacologico per ridurre la sintomatologia e consentire al ragazzo di sentirsi meglio, di riprendere il suo percorso di vita con meno sofferenza.  I percorsi sono diversi per ogni ragazzo, variano  per intensità, per durata, per tipologia di intervento e non è possibile definire un iter standard. La neuropsichiatria dell’infanzia e adolescenza si occupa solo dei minorenni, ma qualora ci siano delle fragilità significative e venga riconosciuto il prosieguo amministrativo  possiamo seguire anche dei giovani adulti (ragazzi tra i 18 e 21 anni). Talvolta è necessario individuare dei servizi che li possano seguire anche dopo il compimento dei 18 anni o dei 21 anni, per questo motivo  lavoriamo con l’ambulatorio di Etnospichiatria dell’Ospedale Niguarda che si occupa di migranti adulti con problemi psichiatrici. La maggior parte dei ragazzi che vediamo, quando ci salutano tornano alla loro vita e proseguono nel loro percorso, che è fatto di tanta scuola e formazione per poter avere un lavoro e dei documenti una volta autonomi e adulti. Il loro lavoro principale però è quello di costruire una nuova identità di cittadini a cavallo tra due mondi: l’Italia, dove ci sono i loro compagni di comunità, gli educatori, il futuro lavorativo, e il paese dove sono cresciuti e hanno ancora i loro genitori, fratelli, sorelle.

Quando avete iniziato a fare questo lavoro, avevate dei pregiudizi sui migranti che poi si sono rivelati infondati?

Penso che tutti abbiamo dei pregiudizi e degli stereotipi, ci danno dei punti di riferimento da cui partire per conoscere il mondo e l’altro, ma possono anche bloccare la nostra curiosità e renderci rigidi e impauriti. Tanto più siamo disposti a riconoscere i nostri stereotipi (sia positivi che negativi) sulle persone, quanto più facilmente potremo giocarci e smentirli, senza perdere l’orientamento. Noi però incontriamo persone e non categorie, ogni persona è diversa e apre un mondo di valori, interessi, abitudini; l’incontro con l’altro ci arricchisce e trasforma permettendoci di essere sempre meno rigidi nella nostra visione del mondo. L’importante è essere disposti a lasciarsi cambiare e mettere in discussione le nostre certezze senza categorizzare le persone ma riconoscerle come individui con loro caratteristiche uniche. Ad esempio, noi psicologi possiamo credere che gli adolescenti soffrano perché hanno bisogno di maggiore libertà e indipendenza, mentre molti dei nostri pazienti, che sono diventati autonomi fin da molto giovani, vorrebbero più protezione e attenzione da parte degli adulti intorno a loro.

Sfatiamo insieme una serie di pregiudizi sui migranti.

• I migranti sono forti e sani, vengono qua a non fare niente. I migranti in media sono giovani, questo lo dicono le statistiche. Tra di loro alcuni sono più sani e altri meno sani, dipende da tanti fattori. Sicuramente molti di loro sono psicologicamente forti: nonostante le storie tragiche vissute nei paesi di origine, i traumi che possono vivere durante il viaggio, e lo spaesamento e la nostalgia che vivono una volta arrivati, la maggior parte di loro riesce ad integrarsi nella nuova società anche se non ci sono i genitori e famigliari ad orientarli e supportarli. Questo è un lavoro molto duro e per farlo possono contare sulle proprie risorse personali, ma è importante che trovino un ambiente in cui avere fiducia e che offra loro delle opportunità. La maggior parte dei ragazzi che vediamo non vede l’ora di studiare e lavorare, ma a volte non possono perché non hanno ancora un permesso di soggiorno o per altri problemi burocratici. Questo è molto difficile da accettare ed è il momento in cui più facilmente le fragilità si mostrano. Il “non fare niente” è quello che fa stare più male i ragazzi, che aumenta l’impatto dei gravi traumi vissuti e fa ammalare.

• Se ami i tuoi figli non li metti sul barcone. Molti dei ragazzi che incontriamo sono partiti di loro spontanea volontà, a volte senza che i genitori fossero d’accordo. Partono perché vogliono aiutare la loro famiglia e perché soffrono nel vedere i loro genitori e fratelli ammalati o senza prospettive economiche. Partono perché vogliono diventare degli adulti e sentirsi importanti, mettersi alla prova e dimostrare quello che valgono. Spesso partono perché restare è morte certa. Purtroppo non sempre sanno esattamente cosa li aspetta durate il viaggio, né immaginano con chiarezza i problemi che dovranno affrontare una volta in Italia, ma sono disposti a rischiare per la propria famiglia. L’amore che lega figli e genitori è universale e anche le scelte più difficili vanno comprese anziché giudicate.

• Ok i profughi, ma i migranti economici non provengono da situazioni così gravi. Uno dei ragazzi che seguiamo viene da un paese dove non c’è guerra ed effettivamente non è dovuto scappare da nessun conflitto. Però in questo paese lui non era mai potuto andare a scuola perché non c’erano scuole nel suo villaggio, dove suo papà di anno in anno, a causa della siccità e dei costi dei semi, riusciva a raccogliere sempre meno grano dal suo campo e di conseguenza avevano sempre meno da mangiare, finché è morto e non c’è stato più neanche quel poco, dove sua mamma in questo momento è malata, ma non sa dove andare perché non ci sono ospedali, e nel frattempo lei peggiora e nessuno sa dirle perché.  La guerra non è l’unico motivo per cui la vita diventa una sfida quotidiana alla sopravvivenza.

• È esagerato paragonare i campi libici ai campi di concentramento. Tanti ragazzi durante il viaggio e soprattutto durante la permanenza nei campi libici, vedono morire persone care e rischiano la propria vita per gli stenti e la violenza. Il viaggio per l’Europa per molti di loro lascia, nel corpo e nello spirito, cicatrici terribili. Noi vediamo soprattutto le cicatrici nell’anima, ma lavoriamo anche con chi si occupa delle ferite nel corpo. Possiamo dire che nessuno ne esce perfettamente indenne, proprio come chi ha vissuto l’orrore dell’olocausto. Possiamo anche dire che, esattamente come per i campi di sterminio nazisti, chi è vittima di trattamenti disumani nei campi libici non ha compiuto nessun reato. La criminalizzazione dei migranti, come degli ebrei all’epoca del nazismo, non si basa su nient’altro se non su delle logiche di razzismo, abuso e potere.

• Gli immigrati portano le malattie. L’esclusione sociale non è un virus e non è contagiosa, ma può far ammalare chi ne è colpito. Molti ragazzi sviluppano patologie psichiatriche non solo a causa dei traumi che hanno vissuto prima di partire e/o durante il viaggio, ma anche per le esperienze che vivono in Italia. In questo caso parliamo di ritraumatizzazione: un sistema di accoglienza e una società che ha paura di minori in difficoltà o che non è in grado di integrare la novità portata dal diverso, è una società che fa ammalare. Il trauma è un’esperienza di particolare gravità che compromette il senso di stabilità e continuità fisica o psichica di una persona.  La rottura che provoca il trauma ha profondi effetti sulla mente, sul corpo e sulle relazioni interpersonali. Possiamo pensare alle ferite provocate da esperienze estreme di violenza oppure alle ferite psicologiche di chi viene tagliato fuori dal contesto in cui vive e si sente vittima di pregiudizi e stereotipi negativi. Le ricerche evidenziano che le difficoltà incontrate nel post-migratorio (la discriminazione, il difficile accesso ai servizi, la povertà e la mancanza di lavoro, il ritardo connesso al riconoscimento del proprio status legale e al permesso di soggiorno) sono veri e propri fattori ritraumatizzanti per ragazzi vulnerabili. Bisogna preoccuparsi della salute dei migranti come di tutti i cittadini, ma dovremmo occuparci ancora di più della salute delle nostre città: il razzismo fa ammalare chi lo vive e chi lo esercita.

LE PAROLE GIUSTE sui minori migranti della Garante dei diritti per l’infanzia e l’adolescenza del Comune di Milano Anna Maria Caruso. Il tema delle migrazioni è complesso e transnazionale. Come Garante dell’Infanzia di Milano vorrei limitarmi ad alcune note sui Minori stranieri non accompagnati che, a migliaia, sono arrivati a Milano, nel corso di questi anni. Il numero dei minori stranieri presenti in Italia al 31/12/2019 è di 6.054, a Milano circa 800 di questi, pur essendone transitati a migliaia nell’arco di questi anni. Il 90% di loro ha un’età compresa tra 14 e 17 anni e i paesi di provenienza sono soprattutto Egitto, Albania e Pakistan, oltre ai paesi dell’Africa subsahariana. Sappiamo che la presenza straniera a Milano si caratterizza come fenomeno complesso ed in continua evoluzione. Diversi sono i paesi di provenienza così come i progetti e i modelli migratori. Per i minori stranieri soli, a complessità si aggiunge complessità, a fragilità altre fragilità, altre problematiche. In particolare, l’età molto vicina ai 18 anni di questi ragazzi rende urgente indirizzarli verso l’autonomia personale e lavorativa perché sono soli e possibili prede di chi opera fuori legge, ma vanno soprattutto aiutati a costruirsi un futuro sostenendo le loro capacità e la loro voglia di affermarsi.  Le esperienze della migrazione e del viaggio possono minare la capacità di reagire di alcuni giovani  che vanno allora affiancati da persone competenti che li aiutino a soffrire meno e a liberare risorse sane.

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