Solitudine non è isolamento

di Viviana Correddu

Storie di Smemo
Solitudine non è isolamento

L’asfalto brucia, sono le prime ore del pomeriggio e fa un caldo fottuto. Mi accoglie nella sua dignitosissima casa a Certosa, quartiere del ponente genovese, con le sue solite gambe gonfie e fasciate, e la sua mole importante e gentile; mi sento subito a mio agio, mentre mi chiede se preferisco del tè freddo o del chinotto, che poi mi verserà di continuo senza mai farmi restare senza, durante tutta la nostra chiacchierata di quasi due ore. Scelgo il chinotto, e ce ne andiamo di là, nella stanza in cui lavora. Una lunga scrivania in legno è stracolma di cose, accendini, fogli, libri… e poi un computer. Mentre lo vedo fumare, penso che finalmente posso farlo anch’io liberamente. Non ci sono marmocchi intorno. Me la prendo comoda, e si parte da lontano.

Lello io lo avevo sempre visto in comunità vicino ad Andrea, il Vecio, il Gallo, don Gallo… chiamatelo un po’ come volete. Non avevamo mai immaginato, di ritrovarci a parlare nella sua casa, in quella casa che il Gallo aveva frequentato tante volte, in cui era andato a prenderlo per portarlo con sé, o per riaccompagnarlo dopo una serata in comunità o una cena fuori. Andrea per lui aveva sempre accortezze, attenzioni… come un padre che ricambia con affetto l’amore di un figlio. Ma in realtà non so quasi niente di Lello, in comunità ci si vedeva di sfuggita, un cenno con la testa, un ciao distratto quando ci si incrociava. Anni diversi, diverse esperienze, un grado di confidenza con il Vecchio decisamente differente. Quando Andrea ci ha lasciati, ricordo un grande abbraccio con lui… e poi un riconoscersi nello sguardo, quando in seguito ci si incontrava, sorrisi pieni, braccia aperte per riaccogliersi reciprocamente. Poi esce il libro. Esce “il Gallo siamo noi”, e su Messanger mi arriva un suo messaggio di sostegno che davvero mi allarga il cuore, per la sua spontaneità e purezza. Oggi ci ritroviamo qui, seduti ad una scrivania sorseggiando chinotto. Stabacchiamo una sigaretta dietro l’altra, una via l’altra come i ricordi che ad uno ad uno si susseguono stuzzicati dalla mia curiosità, e dalla mia fame di ascoltare.

Come dicevo, si parte da lontano. Lello bambino, ha due genitori che gestiscono una trattoria nel centro storico di Genova. “Trattoria Olga”, esattamente in vico Sant’Antonio, tra via Prè e via Balbi. Ed è proprio partendo da quei ricordi che salta fuori il nome di Don Gallo come da un cilindro: “Andrea era uno dei clienti della trattoria, molto frequentata in quegli anni anche dai cosiddetti vip. Veniva ogni tanto con i suoi amici dottori, e io ho questo ricordo da bambino di questo prete con il sigaro e il colbacco, che raccontava barzellette sporche. A quindici anni e mezzo ho iniziato a lavoricchiare…poi mi sono imbarcato per un paio d’anni. Girare il mondo da ragazzo è stata una bella esperienza. Una volta tornato a Genova, erano i primissimi anni ’80, mi avvicinai alla comunità San Benedetto, e a quel prete che da bambino avevo visto tante volte. Per un periodo andavo solo di giorno, a Sanbe… ero in pelletteria, facevo il pellettiere. Poi si aprì il cantiere per costruire la Cascina Antonio Canepa a Mignanego, nell’entroterra Genovese. Era il primo Agosto dell’83. Ci rimasi circa tre anni, per poi tornare giù a Genova. Lì mi proposero di fare il responsabile del negozio Ciacchi, nel cuore dei vicoli, dove si vendono ancora oggi abiti usati a poco prezzo. Una realtà che resiste. Via via il tempo è trascorso, mi sono allontanato dalla comunità e poi ci sono tornato… così per varie volte, ma il rapporto con quel prete che da bambino mi era rimasto scolpito tra i ricordi, è diventato poi un qualcosa a cui non avrei rinunciato più.”

Lello e il GalloParliamo del Gallo, di quel loro rapporto confidenziale, fatto di premure e attenzioni reciproche, di sfoghi, di viaggi in giro per l’Italia. E spunta di continuo quella parola che anche io uso sempre: privilegio. Anche lui mi parla di quel privilegio che d’istinto si provava nello stargli a fianco. Era “TANTA ROBA…” mi dice Lello… e ce la ridiamo di gusto. Perché poi mentre si parla del Gallo, si finisce spesso per fare risate di pancia, e Lello ha un sacco di aneddoti divertenti da raccontare. Ma magari un’altra volta. Io adesso voglio parlare di lui. Di Lello. E allora gli chiedo, dopo tutto quel tempo in comunità, dopo aver avuto quell’immenso privilegio di stare accanto ad Andrea, volendogli bene ed essendo avvolto dal suo affetto per tanti anni… io gli chiedo come vive il Lello di oggi. E lui esordisce con una frase che un po’ mi spiazza, e allo stesso tempo mi tocca e mi fa riflettere. Perché è profonda. Perché la dice con una consapevolezza e una naturalezza..che mi colpiscono in faccia. Mi fa pensare a quanto a volte siamo legati a preconcetti che invece in un attimo vengono facilmente smontati dalla realtà di due occhi franchi e senza veli.. che vanno dritti al punto. E squarciano ciò che il comune pensare costruisce.

“Vedi… io sono una persona sola… ma NON ISOLATA. LA DIFFERENZA è SOSTANZIALE! Ci sono persone che vivono sempre in mezzo alla gente, frequentano vie sovraffollate, e tu le vedi… lo percepisci che non ci sono, che sono disconnesse, isolate dal resto del mondo. Io vivo da solo, esco poco, sono un pigro e la salute non mi aiuta; sono libero da legami di ogni tipo, non ho una relazione con una donna, non ho figli. Ma non sono una persona isolata. La mia casa è aperta, ho amici che spesso mi vengono a trovare, che accolgo sempre con piacere..anche stasera, vedi! C’è la Champions!! Barcellona-Juve. Viene un caro un ragazzo, è giovane, con una storia alle spalle pesantissima…per me, è come se fosse mio figlio! Viene, sta qua con me, ceniamo… a me piace cucinare, sono un ottimo cuoco sai? Ci guardiamo la partita, due chiacchiere… La mia vita è così. Lavoro da casa, per un’azienda che fa videogiochi. Sono sempre stati la mia passione, e per caso, attraverso i tanti contatti che avevo con gente di quel mondo, ho iniziato a prestarmi prima per gioco, e poi via via è diventato il mio lavoro. Fondamentalmente li testo, per vedere se c’è qualcosa che non va…devo “giocarli tutti”, dall’inizio alla fine. Decisamente divertente. Oppure faccio le traduzioni dall’inglese all’italiano, allora devi entrare dentro la trama, perché alcuni hanno una vera e propria storia, devi seguire i personaggi, saperli interpretare. La mia passione sono i giochi di ruolo. Pensa…un periodo mi ero così intrippato con un gioco di ruolo, di quelli che ti inventi un’identità tutta tua, che non me ne bastava una sola..me ne sono creato due, e giocavo con entrambe utilizzando due computer contemporaneamente. Ero arrivato ad un punto che giocavo anche 24 ore su 24. È in quel periodo che ho iniziato ad avere problemi alle gambe…non uscivo mai, non camminavo, e mi sono gonfiate. Poi un giorno, mentre uccidevo dei mostri, sento suonare alla porta di casa. Mollo i mostri, apro la porta, e mi trovo il Gallo, con altri due amici. Se non esci di casa, ti riempiamo di botte!! Mi intimò Andrea.. allora mollai i mostri dove li avevo lasciati e uscii con loro. Avevano ragione. Sta di fatto, che i videogiochi restano la mia passione, quindi cosa voglio di più. Io faccio esattamente la vita che voglio fare. Mi piace stare solo, ma non isolato dal mondo, e la tecnologia in questo senso aiuta, anche se anche qui sono diventato più pigro negli ultimi anni..sono meno attento alle novità. La spesa però ad esempio, la ordino da casa, basta un clik. Scelgo quello che mi serve, l’ora..e tac! Mi arriva in casa. Ho Wathsapp sulla schermata del pc..vedì? Devi avere Chrome, vai su Wathsapp e da qua controllo il mondo! Aahahah Ed è più comodo, perché scrivere sulla tastiera, non è come scrivere col telefonino, per i ragazzini è semplice… per noi vecchi…

Facebook all’inizio lo usavo di più… ma poi mi sono rotto di vedere le solite puttanate che la gente pubblica. Cosa vuoi che mi interessi che hai comprato il pane! Ma che cazzo me ne frega se hai comprato il pane!! Questo bisogno di comunicare tutto. Ma è veramente questo il comunicare?… io non lo so se è questo il comunicare… mi faccio delle domande. Ho l’idea di no. Che non sia vera comunicazione questa. Alla gente va bene così… io invece mi sono stufato.

Comunque il punto è che anche stare bene con se stessi non è semplice, saper stare da soli è una conquista, bisogna conoscersi, volersi bene. Ed io non vorrei vivere diversamente da come vivo. Questo è l’importante.”

Scrivo, con la sua voce in cuffia. Ancora penso a queste sue parole, e poi mi fermo. Perché ad un certo punto Lello dice che l’unica cosa che in questi ultimi due anni lo fa soffrire, è la mancanza di Andrea, del Gallo, del Vecio… chiamatelo un po’ come volete. Perché per lui il Gallo era immortale. Non era pronto, non era preparato all’idea che ci lasciasse. E non gli dà fastidio se qualcuno dice che “è morto”, ma che lui quel termine non lo userebbe mai; preferisce dire che “ci ha lasciato”, o che “è partito”..ma “morto” proprio no. La morte poi, è un qualcosa che fa fatica a comprendere, che gli fa paura, e per il Gallo quell’espressione proprio non la accetta. E mentre ancora lo sento parlare di lui, nella registrazione che ho fatto, mi rendo conto all’improvviso che quando Lello parla di Andrea, il Gallo, il Vecio…ne parla al presente. La scelta istintiva del verbo dico..lui non dice mai “il Gallo diceva..il Gallo faceva…” Lello dice: “Andrea fa, dice, ascolta”. Non è un lapsus, non è un errore. Lo riascolto, e penso solo che quel verbo al presente, e non al passato, sia semplicemente di una tenerezza infinita.

Lello ha 53 anni, compiuti di fresco. Un po’ orso, di una pigrizia sempre più incalzante. Un uomo gentile. Tante storie da raccontare, un privilegio da custodire e nello stesso tempo da condividere, da non sprecare. Una buona forchetta, dice… un ottimo cuoco. Ho intenzione di metterlo alla prova, e mia figlia… sarà di sicuro un’assaggiatrice implacabile!