Somewhere. Quello che ho capito io

di Alessia Gemma

Recensioni
Somewhere. Quello che ho capito io

La storia di un attore, Johnny Marco, che c’ha dei problemi. Non si sa quali, ma c’ha dei problemi. Beve, fuma e sta in silenzio per i primi 30 minuti del film. Poi dice solo inutilità. Ma con voce roca e sofferta. Si capisce bene che vive in un albergo pieno di bellone, che c’ha una figlia di 11 anni stronzetta-ben-vestita e pure la ferrari (che a un certo punto si rompe, e alla fine diventa la vera grande protagonista).

Il film, bello. Se fosse durato 11 minuti. Il resto, tutto superfluo. Si indugia su ogni inutile particolare: la pattinata scarsa, il suonatore di chitarra scarso… a un certo punto Johnny deve posare per una maschera: inquadratura fissa sull’attore ricoperto di gomma fresca, il truccatore dice: “devi aspettare 40 minuti che si asciughi”. Panico in sala: della gente è andata a prendere viveri, temendo che quei 40 minuti sarebbero stati reali. Invece, la regista ce ne ha concessi solo 7, per dormire.

Poi ci sono le ballerine di lapdance, e il Grande Dubbio, uno dei pochi, forse l’unico, che solleva il film: “come cacchio fanno ‘ste due smandrappone a tenere il palo fisso nella camera? dove lo attaccano?”. Il resto è attesa: dopo il 6° giro di Ferrari aspetti che il film inizi, poi aspetti un mucchio di scene lunghissime trovino una funzione, poi aspetti che succeda qualcosa, poi aspetti che qualcuno muoia (anche tra gli spettatori), poi supplichi che finisca, infine speri che qualcuno la faccia pagare, alla giuria del Festival di Venezia. Magari provi pure a chiedere il rimborso del biglietto e dei pop corn al botteghino.

Una figlia di Coppola forse ha cercato di spiegarci, attraverso il rapporto protagonista/ragazzina, il suo rapporto padre/Coppolina- insopportabile-già-a-11-anni, sottolineando che lei è stata l’unico amore della sua vita. Ma chi se ne frega!
Tarantino doveva essere svenuto, quando ha visto il film. Già, qualcuno giustifica questa gran figura di cavolo fatta dal Festival di Venezia, con l’ormai ex fidanzamento tra Tarantino e la Coppolina. Deve essere stato un grandissimo amore, almeno.

Dimenticavo: c’è anche un’agghiacciante sequenza ambientata in Italia. Milano: Giorgia Surina, Simona Ventura, Nichetti, Valeriona Marini (che per un altro film disse: “ho fatto un film unico nel suo genere. Di che genere sia, però, non lo so”, e evidentemente è il suo metro di giudizio per accettare una parte), qualche altro anonimo vaccone, i Telegatti… tutti doppiati, male, da loro stessi. Un momento fondamentale per il cinema italiano: il più insignificanete della storia.

Non dimentichiamo Laura Chiatti: dalla sfilata sul red carpet veneziano, sembrava che avesse interpretato un ruolo chiave del film, e invece son solo 5 minuti e 40 secondi della solita Laura Chiatti. Che, gira che ti rigira, sempre a ciulare finisce.

Momento clou: l’antieroe, il depressone, il ribellone in Ferrari deve usare un rialzo di legno per fare le foto durante la conferenza stampa con l’attrice… così, la Coppolina ci avverte che non è tutto bello e perfetto come sembra. O come dicono a Venezia.

Coppolina, ritenta! Anzi, no.