Sonetti erotici e meditativi

di Luca Maria Palladino

Storie di Smemo
Sonetti erotici e meditativi

Se ti capita di entrare nei sonetti erotici e meditativi del signor poeta Giuseppe Gioacchino Belli immediatamente capirai che non è indispensabile capire il romanesco, così come non è indispensabile capire cosa dice David Bowie nella sua canzone che s’intitola “China Girl”. In effetti, se ci si lascia trasportare dal ritmo di questa canzone e dalla voce profonda come il mare di David Bowie si può facilmente constatare che… oh oh oh ohoo little china girl! Non è magnifico non sapere dove si vuole andare a parare? Non è fantastico annegare nell’abisso di questa canzone? Non è sublime ascoltare il proprio corpo che si muove tra le allusioni? Non è proficuo capirla purtuttavia?

Con questo preambolo vorrei manifestare che la plebe che canta il Belli nei suoi sonetti non sa eppure insegna a sapere di sapere, e lo fa agli alunni che siamo noialtri: poveri fijji de miggnotte.

La plebe ai tempi del Belli c’insegna ad ascoltare il nostro corpo, c’insegna a combattere il potere brutto e cattivo con l’ironia, c’insegna a resistere contro i soprusi dei preti, agucchiatori della fessa; c’insegna a liberare il nostro corpo, c’insegna a vivere d’imprevisto e a, vivadio, fare l’amore.

Nei suoi sonetti erotici e meditativi il Belli dà voce al popolo romano, minacciato dalla società del tempo alla condanna perpetua all’onanismo, alla pena capitale de morì ammazzato dentro un cuore e una capanna.

Peccristo, li preti se ssò inventati la storiella che il sesso libero è peccato mortale, un biglietto di sola andata per l’inferno, e se la ssò inventati probabilmente per contrastare l’aumento demografico, ché tante bocche da sfamare potevano recare una minaccia per le proprie di bocche, ché quanno il popolo ha fame diventa feroce ed entra financo in canonica a riempirsi la pancia. Credo che questa guerra che la società dei preti ha fatto al volgo, con il risultato di togliergli la libertà del corpo, sia stata vinta da mo’, basti osservare la nostra epoca, dove il sesso non è come dovrebbe essere, ossia un bisogno corporale al pari di quella abitudine che si spera sia quotidiana e che si chiama defecare, ovverosia cacare. Per esempio, dopo che abbiamo defecato non ci sentiamo rinascere? Non ci sentiamo liberi dalle feci? Al contrario, dopo che abbiamo eiaculato non ci sentiamo in qualche modo prigionieri e nudi e soli e stitici? Io trovo che ci hanno tolto il piacere de ffotte, ci hanno tolto il piacere della carnalità e brutalità dell’atto. Ci hanno tolto la naturalezza del movimento, la spontaneità della messa in scena, e ci hanno condannato alla solitudine. L’ultra società consumistica della nostra epoca ha preso piede solamente perché si è vietato il sesso libero: a quest’ora non stavamo a cazzeggià su internet se ci avevamo il possesso della nostra primordialità; a quest’ora stavamo con i blue-jeans macchiati di erba all’altezza delle ginocchia, a quest’ora eravamo felici.

Ad ogni buon conto, con il Belli il popolo di Roma, e non solo, trova inchiostro che afferma, trova una piazza dove urlare liberamente il proprio dissenso, la propria contrarietà alla castità.

La voce che il Belli dà al popolo non è edulcorata per nulla al mondo, nessun ricamo vi è, nessun marchingegno che distorce la parola, non vi è nessuna censura nelle parole del Belli, e questo è avanguardia. I sonetti erotici e meditativi di Giuseppe Gioacchino Belli, editi da Adelphi, sono un inno alla sorca e all’uscello, puzzano di santa iggnuda e vvera verità.

Il Belli, dunque, nei suoi fondamentali sonetti ci esorta al libero amore, a ffotte senza remore, ad essere mignotta e puttaniere, con un memento mori di pura e commovente onestà, ossia “da paura”: arricordateve che cresce il naso, crescono li cojjoni e cala il cazzo.

Beati coloro che leggono il Belli e che fanno all’amore come si cacano semi di lino, con disinvoltura, perché guadagneranno il regno dei cieli qui e ora, “in sto monnaccio iniquo e ppeccatore”.

“Dateme un omo che nnun abbi vizzi:

Diteme cuale cazzo nun z’addrizzi”

Giuseppe Gioacchino Belli