Squid Game: da Netflix alla scuola

di Valerio Fiormonte

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A Torino, in una scuola media, il professore di italiano Daniele Martino ha deciso di rendere più consapevoli i propri alunni sulla fascinazione inconscia provocata dalla celebre serie tv “Squid Game”.
L’allarme riguardo gli effetti della serie tv era scattato quando alcuni bambini delle elementari, giocando in cortile, avevano iniziato a contare fino a tre per poi fingere di sparare a chi veniva eliminato. “Ho voluto rispondere all’appello del Garante per l’infanzia che all’epoca aveva esortato gli educatori a discutere insieme ai ragazzi i motivi del successo planetario di una serie basata sulla violenza che uccide chi perde”, spiega il docente, “L’obiettivo dell’unità di apprendimento è stato di rendere consapevoli i miei allievi di terza media della fascinazione inconscia di cui sono succubi, farli ragionare sulla loro “addiction”.

Bambola assassina in classe!

Il lavoro con la classe è durato un mese. Inizialmente il professore ha chiesto ai ragazzi perché, secondo loro, questa serie fosse così popolare. “È emerso che erano attratti dalla dimensione del gioco, dalle tute e maschere usate dalle guardie assassine, dai jingle: poche sequenze diventate virali sui social come Instagram e TikTok e non l’intera serie”.
Per una settimana, poi, il professore ha richiamato all’ordine i suoi studenti con il jingle della bambola assassina gigante; nel momento in cui lo faceva partire, si fermavano tutti nella paura di una qualche rappresaglia didattica come ad esempio una verifica a sorpresa.

Il gioco del calamaro

Alla fine il docente, in collaborazione con il collega di educazione fisica, ha organizzato il “gioco del calamaro” nella palestra, ultima prova a cui sono sottoposti i personaggi della serie. Lo scopo del trasformare i ragazzi da spettatori a protagonisti era quello di farli arrivare a domandarsi quale fosse il divertimento che tanto li affascinava all’inizio. “Hanno vissuto la paura di perdere e quindi di morire, è stata un’ora di una tensione enorme. Davvero nessuno voleva saperne di essere buttato fuori dal campo”, racconta il professore, che insiste molto anche sulla responsabilità dei genitori “Resta il tema della mancata sorveglianza sui consumi online dei figli: ho studenti che dormono sui banchi perché trascorrono la notte sul web, quando basterebbe requisire i device prima di andare a dormire”.