Stai con la sposa

di Alessia Gemma

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Stai con la sposa

Avevo una repulsione per i flash mob. Ero intollerante. Non so bene perché. Mi sembrava ci fosse stata negli ultimi 5 anni un’esplosione di flash mob e la loro principale funzione sociale si fosse confusa con quella pubblicitaria, di marketing. Mi sembravano il conformismo di un’azione che per definizione doveva essere invece insolita. Abbiamo chiamato flash mob ogni raduno sincronizzato e organizzato sulla rete, che durasse meno di un’ora e ti cogliesse alla sprovvista in un posto qualunque, in metropolitana per esempio, dove mi trovai in pieno inverno a viaggiare divertita tra centinaia di persone in mutande e piumino. Non erano tra noi per la pace nel mondo ma per pubblicizzare un marchio di moda giovane e americana. I flash mob non li sopportavo forse anche perché sono un fenomeno nuovo (il primo risale al 2002 a New York chiamato “No Pants Subway Ride”. In Italia è arrivato per la prima volta a Roma nel 2003) e quindi ancora non li inquadravo bene. La parola flash mob per me suonava come le parole Tablet o Hipster o Poke Facebook o, peggio, Musical. Sì, io percepivo i flash mob come musical veloci d’avanguardia, mezzi pubblicità sveltina, mezzi istallazioni umane. Quindi, dopo i mimi, per me il peggio.

Foto miaNon avevo capito niente. Giovedì 23 ottobre sono andata spontaneamente (senza ritrovarmici in mezzo intendo, come quella volta che in centro a Milano centinaia di ragazzi intorno a me inforcarono improvvisamente le cuffiette e cominciarono a ballare sfrenati nel silenzio più assoluto) al mio primo flash mob. Titolo: Io Sto Con La Sposa. Scopo: “celebrare la vita e dire basta a quelle politiche sui visti che hanno causato tanti morti in mare”. Punto di partenza: anni prima un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri però, decidono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati. Così mascherati, attraverseranno mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri. Un viaggio carico di emozioni che oltre a raccontare le storie e i sogni dei cinque palestinesi e siriani in fuga e dei loro speciali contrabbandieri, mostra un’Europa sconosciuta. Un’Europa transnazionale, solidale e goliardica che riesce a farsi beffa delle leggi e dei controlli della Fortezza con una mascherata che ha dell’incredibile, ma che altro non è che il racconto in presa diretta di una storia realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013. Regola: presentarsi in piazza Duomo a Milano col vestito da Sposa. Il mio, ancora caldo di balli e reduce solo da un avventuroso e comodo viaggio in metropolitana di 4 fermate verso l’altare, era in lavanderia. Parto male.

Giovedì 23 ottobre, ore 18 in punto, esco dalla metropolitana di Milano credendo di trovare in Piazza Duomo un mare di spose, non le singole spose cinesi che dalle 9 del mattino alle 18 di sera fanno le foto davanti al Duomo e al Suv dopo la cerimonia a Palazzo Reale, ma le spose ribelli, quelle che hanno reso rivoluzionaria una delle tradizioni più radicate e comuni al mondo, il rito di passaggio che unisce tutte le culture, dopo la nascita e la morte. 

E invece trovo la piazza invasa da centinaia di maschi ubriachi e sudati, con le sciarpe da stadio, che lanciano con entusiasmo fantozziano bottiglie di vetro e petardi verdi in nome del pallone. Attorno camionette antisommossa. Piazza Duomo in sommossa, per il pallone. Niente di politico.

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Guado i rivoli di birra versati a terra e raggiungo le spose davanti la Galleria Vittorio Emanuele. Belle, giovani, forti, gentili e consapevoli, soprattutto in quel contesto di follia maschia, soprattutto con accanto quel tifoso ubriaco e completamente inosservato che continuava a mostrare loro il suo comunissimo cazzo. L’ho detto: io sarei per la parità di genere, ma l’uomo rimane pubblicamente un fregnone.

Le spose non erano tantissime, forse 50? O forse 20, ma avevano i vestiti voluminosi. Belle come solo una donna giovane può essere vestita di tradizione e rivolta. Potenti. Forti. Consapevoli. Gentili.

La causa nobile, soprattutto in tempi di razzismo manifesto, in una città ora divisa tra encomiabile e doverosa quanto spontanea accoglienza per persone che scappano dalla guerra e il primo utile ristoro che trovano è la stazione Centrale di Milano, e il leghismo infame, che confonde le malattie, le nazionalità, le guerre, manifestando di elevato solo l’ignoranza.

Al calare del giorno sul mio primo flash mob una nuova riflessione mi alimenta la testa: il vestito da sposa è simbolo estremo e sociale di condivisione e di suggello di un’unione, dunque, per legge proprio, espressione pubblica di amore supremo. Infatti è concesso il vestito da sposa anche ai leghisti, ai razzisti, agli omofobi, nonostante gli sfugga completamente il senso dell’amore e del rispetto e dell’unione.

Io sto con la sposa non è un film di denuncia: non ci interessa dire quanto è brutto il mondo. Il nostro è un film visionario: vogliamo dire quanto è bello il mondo che abbiamo sognato nel nostro folle viaggio. Vogliamo dire che esiste un’alternativa. Che si può essere amici, si può stare insieme, si può trovare il coraggio per disobbedire. Ed è fondamentale. Perché un mondo senza frontiere deve essere prima di tutto bello. Altrimenti perché desiderarlo? Perché lottare per questo?”

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