La rivoluzione olimpica delle donne: Stamata Revithi

di Michele R. Serra

Storie di Smemo - Storie(s) Olimpiche

(Anche se nel 2020 le Olimpiadi non si fanno più, noi ne parliamo lo stesso!)

Le olimpiadi le conosciamo bene, no? I giochi moderni sono un miracolo di sport, pace e uguaglianza, che mette insieme atleti da ogni parte del mondo, superando guerre, differenze sociali, economiche e di genere. Ma non è sempre stato così. E basta pensare a una cosa molto semplice per capirlo: le olimpiadi di Londra 2012 sono state le prime a vedere almeno una donna partecipante per ogni nazione. Perfino nelle squadre di paesi come l’Arabia Saudita, che non è certo scontato. E in fondo quello del ruolo della donna nei giochi olimpici è in generale un discorso tutt’altro che scontato.

Donne e Olimpiadi, la lotta per la parità

Eh sì, le olimpiadi non sono tanto diverse dal mondo che sta loro intorno, e quindi non c’è da stupirsi se ai tempi del barone De Coubertin, nel 1896, le prime Olimpiadi dell’era moderna non avevano alcuno spazio per le donne. Lo stesso De Coubertin teorizzava l’ideale virile dell’atleta-soldato, pronto alla guerra così come a correre la maratona.

Dunque, alle Olimpiadi del 1896 la partecipazione femminile era tassativamente esclusa. Ma De Coubertin e i suoi soci non avevano fatto i conti con la prima dissidente dei giochi moderni. Un’atleta greca di nome Stamata Revithi.

L’impresa di Stamata

Stamata era conosciuta con il nome di Melpomene, musa della tragedia, figlia di Zeus e di Mnemosine. Stamata si voleva iscriviere alla maratona, ma non le fu permesso, perché era una donna. Allora lei la maratona la corse lo stesso, da sola, in modo indipendente e non ufficiale, il giorno dopo la gara degli uomini. Stamata tagliò il traguardo in 5 ore, due in più di quelle del vincitore maschio, ma il suo gesto esemplare, aveva aperto la strada alle donne per le successive Olimpiadi di Parigi. Ma forse non è neanche vero.

Era giovane e single, Stamata. Oppure no: aveva più di trent’anni ed era madre di due figli. E corse prima degli uomini, non il giorno dopo. E l’aveva fatto perché uno sponsor le aveva promesso dei soldi, non per idealismo. Dopo la corsa andò al porto di Rafina, a guardare l’orizzonte e le navi che partivano. Oppure no: finì la giornata flirtando con dei soldati in libera uscita. Oppure no: i soldati le impedirono l’ingresso nello stadio dove si era corsa la maratona maschile e dove lei voleva arrivare, quindi lei corse intorno allo stadio.

Chissà dov’è la verità.

I racconti si intrecciano e si sovrappongono. La verità storica è, insomma, incerta. Alcuni dicono addirittura che furono due le donne che gareggiarono da sole, il giorno dopo la maratona maschile. Ma in fondo, sapere la verità tutta intera conta poco, nel 2016. Perché dal 1984 la maratona femminile è parte del programma olimpico. E forse parte del merito è di quella ragazza greca e della sua rivoluzionaria cocciutaggine, nell’Atene del 1896. Che si chiamasse Stamata, Melpomene, o con qualsiasi altro nome.