De Coubertin e l’invenzione delle Olimpiadi

di Michele R. Serra

Storie(s) Olimpiche

L’importante è partecipare“.

Eccola, la frase che meglio sintetizza lo spirito sportivo, quella che ci insegnano fin da bambini, e appena smetti di essere bambino sai che non è esattamente così, ma continui a ripeterla lo stesso. “L’importante è partecipare” è una frase attribuita al barone Pierre de Coubertin. Però in realtà pare non l’abbia pronunciata lui, bensì un vescovo della Pennsylvania, durante una predica agli sportivi che partecipavano alle olimpiadi del 1908. Ma non importa, perché quella frase rappresenta lo spirito olimpico, e lo spirito olimpico è incarnato da Pierre de Coubertin.

Bello raccontare storie di outsider, gente che nonostante le difficoltà della vita riesce a conquistare obbiettivi apparentemente irraggiungibili. Ma questo non è il caso di Pierre de Coubertin.

La vita del creatore delle Olimpiadi

Lui nasce ricco, in una delle situazioni migliori possibili tra quelle disponibili nella seconda metà dell’Ottocento. Lui nasce nel 1863 a Parigi, e non solo in una famiglia nobile, ma anche colta, amante dell’arte (il padre ad esempio per non annoiarsi troppo fa il pittore, con buoni risultati). Insomma, come dicono i francesi, fa parte della gens fortunés. E lui mette a frutto la sua fortuna viaggiando e studiando. Uno degli argomenti che più lo affascina è l’antica Grecia.

Perché furono create le Olimpiadi?

De Coubertin non si interesa tanto alla filosofia, quanto alla storia dei Giochi sportivi che si tenevano nell’antica Grecia a Olimpia. Forse anche perché proprio negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando De Coubertin aveva vent’anni, un archgeologo tedesco aveva ritrovato proprio i resti dell’antica Olimpia, e la notizia aveva girato il mondo suscitando l’interesse di una generazione di giovani. Ovviamente, soprattutto quelli che – come de Coubertin – potevano permettersi di pensare a qualcosa di diverso rispetto a: “Mangerò qualcosa, per cena?”

L’altro fatto che colpì profondamente la generazione di De Coubertin fu la sconfitta subita dalla Francia nella guerra franco-prussiana del 1870. E lo stesso Pierre, buon patriota come molti nobili di quei tempi, amava dire che gli intellettuali francesi pensavano troppo al proprio cervello, e poco al fisico. Ecco, questi sono i fertilizzanti che hanno fatto crescere nella testa di Pierre de Coubertin quel progetto che avrebbe cambiato il mondo: i Giochi Olimpici moderni.

De Coubertin ci pensava da un po’, quando prese la parola alla Sorbona di Parigi, durante i festeggiamenti per il quinto anniversario dell’unione delle società sportive francesi, la sera del 25 novembre 1892, per spiegarlo a tutti quanti. De Coubertin ricorda così la reazione dell’uditorio:

Avevo previsto tutto, eccetto quel che in realtà avvenne. Opposizioni, proteste, ironia o addirittura indifferenza? Niente di tutto ciò: i presenti applaudirono, approvarono e mi augurarono gran successo. Ebbi subito la netta impressione che nessuno avesse capito.

Alle prime Olimpiadi, niente medaglie d’oro

Eh sì, forse non avevano capito bene: pensavano a una fiera, a una baracconata, ma appoggiarono l’idea di de Coubertin, che si diede da fare per trovare sponsor e finanziatori. E così, nell’estate del 1896, il Re Giorgio di Grecia parlò nel rinnovato stadio di Atene, pronunciando le parole fatidiche: “Proclamo aperti i Giochi della prima Olimpiade dell’era moderna”.

Erano solo 14 le nazioni rappresentate alla prima olimpiade. E non c’erano medaglie d’oro, ma d’argento per il primo e di rame per il secondo. Al terzo, niente, che bisognava andare al risparmio. Ma era l’inizio di una storia che non si sarebbe fermata.

Pierre de Coubertin ha fornito la scintilla che ha acceso il sacro fuoco, però non ha visto l’enorme successo delle sue olimpiadi. È morto Il 2 settembre 1937, durante una passeggiata nel Parc des Eaux-Vives a Ginevra, la città dove aveva spostato la sede del Comitato Olimpico durante la prima guerra mondiale. In ottemperanza al suo ultimo desiderio, il suo cuore è conservato nel luogo più consono a quella che era stata la missione della sua vita: in un’urna di bronzo, a Olimpia.