Sulla bocca di lui THE, (sulla bocca di lei END)

di Marina Viola dall'Ammmerica

Attualità
Sulla bocca di lui THE,  (sulla bocca di lei END)

La serata inizia con i re e le regine del cinema che camminano sul tappeto rosso e vengono intervistate da due tipe con una voce squillante che fanno finta di essere migliori amiche di Nicole Kidman che chiedono da dove viene il vestito: Vessacci, Guccei, rispondono gli stecchini col rossetto.

Molti vestiti tutti luccicanti stasera (mi devo rifare l’armadio).

Il presentatore, Seth Macfarlane, mi fa molto ridere e nasconde bene la sua agitazione ballando, cantando e prendendo per il  culo gli attori.

Ma se uno vuole vedere i film animati o i cortometraggi, dove deve andare? Sembrano sempre i più belli di tutti, quelli più lontani dalla happy ending tipica hollywoodiana. Eppure al cinema non si beccano mai…

Invece i documentari cerco di guardarli sempre e Searching for Sugar Man, che ho visto già due volte, è splendido. È la storia di Rodriguez, un cantante sfigato che però scopre che in Sud Africa è più famoso dei Beatles. Ho pianto come una bestia tutte e due le volte.

Mi fa sempre sorridere il discorso del regista che vince per il miglior film straniero. In mezzo a questo mondo americano steroidato per la serata, arriva il forestiero: sguardo spaesato, con un accento che non si capisce niente di quello che dice, di solito nettamente più basso e più magrino delle star di Hollywood che lo circando. Mi fa sempre una specie di tenerezza.

Tutti devono parlare velocissimamente prima che inizi la musica: ringraziare i nonni, i cugini, i genitori morti con un gesto verso il cielo, e soprattutto le mogli che se si dimenticano gli tocca dormire sul divano per sei mesi (giustamente). E comunque non è un sistema democratico: gli sfigati (quelli del trucco, per esempio) hanno trenta secondi per parlare, ma Ben Affleck (che non ha cambiato espressione dalla prima inquadratura del suo film) va avanti per mezz’ora. Non è valido, mi dico io. E poi: perché hanno tutti il fiatone?

Quelli che perdono: quando li inquadrano sorridono, contenti di aver perso, ma si vede benissimo che gli girano i maroni in un modo non indifferente. Poi, da bravi attori che sono, nascondono il tutto. Mi viene sempre in mente una frase scritta da mio padre: “quelli che quando perde l’inter o il milan dicono che in fondo è una partita di calcio, poi vanno a casa e picchiano i figli (oh yeah)”

John Travolta ha il parrucchino, e, come dice un mio amico, chapeau al chirurgo di Barbra Streisand.

George Clooney ha presentato la parte in memoriam: sono contenta che abbiano ricordato Tonino Guerra, e triste che non ci sia più. Gli altri non li conosceva nessuno. Magari l’anno prossimo ci saranno più facce note. 

Domani vado a vedere ‘sto benedetto Life of Pi, che ha vinto un sacco di oscar e io non me lo sono cagato per niente.

Tarantino, con il bottone della camicia slacciato, spettinto, sicuramente senza canottiera di lana, che sembra sempre trasandato, è il mio preferito. Riesce a essere dissacrante anche in una serata tanto pomposa e esageratamente luccicante. Avrebbe dovuto vincere anche come miglior film. Ma ha fatto l’errore di scegliere degli attori neri, che non vincono mai. Come sempre, è stata una serata bianchissima.

Dulcis in fundo: Jack Nicholson, con quegli occhi inquietanti che sembrano sempre lì lì per prendere l’ascia e urlare “Wendy” che ha come partner niente popò di meno che la First Lady, con la frangetta da diciassettenne e un vestito luccicante da pesce.

La parte più bella della serata, concludo spegnendo la tele, è stata mia figlia Emma di sei anni che imitava la camminata sculettante delle dive.

Fuori, a Boston, intanto nevica.