Tarzan ci insegna che siamo tutti diversi… e va bene così

di Valerio Fiormonte

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L’arrivo di Disney+ ci ha dato l’opportunità di rivivere e riscoprire tantissimi cartoni che hanno caratterizzato la nostra infanzia, come Tarzan. Distribuito nelle sale cinematografiche nel 1999, è ambientato nel periodo finale del colonialismo inglese (seconda metà del 1800) e racconta la storia di un bambino che, dopo aver perso i genitori, viene allevato da un gruppo di gorilla in Africa, presumibilmente in una zona compresa tra Nigeria, Camerun e Gabon.

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Tarzan cresce letteralmente come un gorilla, si muove come loro ed è in grado di comunicarci. Il problema, però, è che nonostante ciò non riesce mai a sentirsi completamente integrato: man mano che gli anni passano si rende conto delle evidenti differenze fisiche che intercorrono tra lui e i componenti del suo branco. In più, a mettere il dito nella piaga ci pensa continuamente il capobranco Kerchak, che ha accettato di accoglierlo ma non di considerarlo uno di loro.

Il tema della diversità è quello che emerge di più in questo film d’animazione: Tarzan vive costantemente questo senso di inadeguatezza, anche se ha un rapporto bellissimo con tutti gli altri gorilla e soprattutto con la madre adottiva, Kala, che fa di tutto per tirarlo su di morale. Una scena chiave è quella in cui lui sbotta dicendole che le loro differenze fisiche sono evidenti; lei dal canto suo gli fa notare che entrambi hanno due occhi, un naso, e un cuore che batte allo stesso modo.

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Tralasciando le differenze tra uomini e animali e concentrandoci su di noi, la domanda sorge spontanea: siamo tutti diversi oppure no? La risposta è che non c’è una risposta sola e precisa.

È ovvio che le differenze fisiche e culturali esistono a seconda del posto in cui si nasce, quello che purtroppo tendiamo troppo spesso a dimenticare è che siamo tutti appartenenti alla stessa “razza” umana. I fantasmi del razzismo e delle credenze di superiorità di alcuni popoli su altri purtroppo non sono svaniti nel secolo scorso, anzi.

Sembra quasi che non abbiamo imparato nulla dall’Olocausto, dai neri in America, dagli innumerevoli genocidi colonialisti in Nord e Sud America, in Australia, in Africa. L’integrazione, l’accoglienza e il senso di umanità sembrano sentimenti che non ci appartengono più, ammesso che ci siano mai effettivamente appartenuti.

Il pregiudizio e il tentativo di incolpare lo straniero non si trovano solo in un cartone come Tarzan, dove ogni volta che succede qualcosa è sempre colpa di “quello diverso da noi”: si trovano nella vita di tutti i giorni, dal maledire gli sbarchi nel Sud del nostro Paese allo storcere il naso appena si incrocia per strada il componente di qualche particolare etnia (inutile specificare). Ci siamo dimenticati che siamo stati e siamo anche noi un popolo di migranti – circa 5 milioni di italiani vivono all’estero, senza contare quelli di seconda e terza generazione – e che abbiamo subito le stesse accuse e gli stessi pregiudizi che oggi riserviamo a chi viene da noi.

Non c’è bisogno di andare chissà quanto indietro per continuare su questo tema: a gennaio di quest’anno, con l’arrivo del coronavirus, quanti pregiudizi e quante maledizioni ci sono state nei confronti del popolo cinese? Non solo in Italia, ma nel mondo si sono registrati tantissimi casi di maltrattamenti su alcune persone “colpevoli” di avere tratti orientali. E poi che è successo? Il virus ha colpito l’Italia in maniera frastornante e, magia!, siamo diventati noi il popolo da guardare male, da evitare, da insultare. Siamo diventati noi i “diversi” del mondo, almeno finché non è diventata una pandemia.

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L’uomo fa continuamente differenze, ma il virus non ne ha fatta neanche una. Ha colpito tutti, fregandosene di chi avesse gli occhi a mandorla, di chi fosse bianco, nero, giallo, rosso.
È questo l’insegnamento che dovremmo fare nostro dopo questa situazione orrenda che stiamo vivendo: possiamo anche essere tutti diversi, ma la diversità non deve essere motivo di prevaricazione e non deve suscitare inadeguatezza. Perché, come dice Kala, abbiamo tutti due occhi, un naso ed un cuore.