The People’s Republic

di Marina Viola

Attualità
The People’s Republic

Prima di passare ad altro, sento la necessità di fare un’ultima analisi su quello che è successo a Boston, e più precisamente a Cambridge, la settimana scorsa.

Vivo a Cambridge da sei anni, e la prima cosa che si nota arrivando in questa città è la multicultura che gironzola per le sue cinque piazze principali, senza neanche menarla troppo. Massachusetts Avenue, il viale che attraversa la città, è pieno di pub, di ristoranti etnici, di negozi,  negozietti, di studenti di Harvard, di MIT, studenti del Ridge and Latin, l’unico liceo pubblico. Gente che parla tutte le lingue, che si sente libera di portarsi con sé i simboli del proprio paese d’origine.

Cambridge ha un apparato politico anomalo: il sindaco (adesso una donna nera e lesbica) è parte integrante del tran-tran quotidiano della città: la si trova al parco, al supermercato, alle riunioni rionali che decidono se tagliare un albero o no. Altri apparati pubblici inclundono un comitato per l’uguaglianza delle donne, un comitato che si occupa di pace, uno che si occupa di diritti civili. La polizia, che non è mai aggressiva e che si incontra spesso a chiacchierare coi barboni di Central square, quando da le multe per divieto di sosta, aggiunge alla multa un bigliettino che mostra posizioni yoga per rilassarsi. Cambridge è stata la prima città che ha celebrato nozze gay, al Comune. Quella del 2004 è stata una giornata di gioia per tutti i cittadini, i Cantabridgians, come veniamo chiamati noi che ci abitiamo. Il pub più conosciuto si chiama The People’s Repubblic, e il simbolo è una stella sovietica. Ci sono chiese cattoliche, protestanti, sinagoghe con rabbine donne lesbiche, moschee.

I miei figli, che vanno nelle scuole pubbliche, conoscono bambini di tutto il mondo: bimbe di sei anni col velo, ragazzini che vengono da ogni parte dell’Africa, dell’Asia, medio orientali, australiani. Noi bianchi di origine europea siamo la minoranza. E non solo differenze di razza, ma anche di classe: ricchi e poveri sono spesso tutti insieme, perché le scuole pubbliche distribuiscono equamente persone di ogni tipo di diversità. Passa da casa mia una fetta delle nazioni Unite ogni giorno. E i ragazzi non si accorgono che i loro compagni sono diversi uno dall’altro: Emma, che ha sei anni, dice che il suo amico Nikhil (nero, figlio adottivo di due mamme, una bianca e una indiana) assomiglia a Dan.

Tutto questo per dire che scoprire che a sei isolati da casa mia vivessero due fratelli ceceni, uno dei quali fosse andato al liceo di mia figlia e venisse al parco dove i miei bimbi vanno ai giardinetti per farsi le canne non è notizia degna di articoli, neanche dei giornali rionali. Mi ha sconvolto che in una città come Cambridge, iper-liberale, possa covare in questo appartamento che io passo quotidianamente in bici, tanto odio, tanta voglia di distruzione. Mi ha sconvolto che gli amici di questi ragazzi li descrivano come persone normalissime, che andavano alle feste, che andavano al fiume a limonare con le loro ragazze, ch fossero parte integrante di questa città che, posso assicurare, non ha mai pensato per un secondo di trattarli diversamente per la loro etnia, perché qui non frega niente a nessuno di dove sei.

“Per me Dzhokhor era un figo perché ha vinto per la seconda volta l’oro alle gare statali”, dice il suo amico; “ Vedere quello che è successo è come accorgersi che il tuo eroe non è la persona che credevi fosse.” Continua: “Non ha mai parlato del fatto che fosse musulmano. Siamo a Cambridge, abbiamo una squadra multirazziale, e nessuno parla della propria religione. era semplicemente uno di noi”. Aggiunge: “Quando ho visto la sua foto, è stata come se una bomba fosse scoppiata dentro il mio cuore”.*

Fa ribrezzo pensare a un ‘manhunt’, una caccia all’uomo, che poi è un ragazzino, della nostra città: un nostro compagno di classe, un nostro vicino che diventa il nemico di cui tutti hanno paura, che migliaia di poliziotti cercano di braccare in ogni angolo della città. Mi sono sentita in colpa a pensare di volere anche io che trovassero un teenager che sicuramente ho visto cento volte per la strada. Perché potrebbe essere stato un qualsiasi teenager che frequenta casa mia ogni giorno.

Cambridge è una città piccola, e molte persone conoscono qualcuno che in qualche modo è rimasto vittima delle bombe di lunedì scorso: la professoressa di mia figlia, per esempio, era proprio lì e una scheggia di metallo le si è infilzata nel torace, a pochi millimetri dal cuore. L’ho sentita ieri e sta meglio. Dice di sentirsi estremamente fortunata, e ha ragione: molta gente è rimasta mutilata, molti sono ancora in fin di vita. Lo sgomento per quello che è successo lo si palpa nell’aria.

Ma lo sgomento più grande è il fatto che la nostra città, di cui tutti andiamo esageratamente fieri, ha dentro il suo cuore persone (ragazzi) talmente gonfi di odio di pensare di mettere delle bombe e uccidere i loro amici.

Una vera bomba dentro nel cuore della città.

Ma adesso passiamo ad altro: Napolitano? Un’altra vota? In Italia si fa sempre più largo ai giovani…