Trap. Bene o male, l’importante è saperne parlare!

di Pablo Franchi

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Trap. Bene o male, l’importante è saperne parlare!

Sarebbe fin troppo ovvio iniziare questo articolo con un’analisi dell’assetto mediatico e culturale del nostro Paese dall’inizio della Seconda Repubblica ad oggi. Passando dall’arrivo di Internet al monopolio televisivo di Mediaset degli anni 2000, non si può negare quanto l’influenza dei mass media sia sempre più forte sulla percezione degli eventi che si manifestano in Italia, a partire dai fenomeni culturali del nuovo millennio.

Fra questi spicca “la trap”, messo fra le virgolette perché, ogni volta che sento menzionare in televisione questo movimento musicale, so già cosa aspettarmi: un concentrato di puro bigottismo carico di disinformazione, condito con la solita retorica dei giovani allo sbando e dei testi diseducativi, senza menzionare le critiche rivolte ad una presunta mancanza di musicalità e la condanna dei temi tipici di questo genere.

Paragonare la risonanza mediatica della trap a quella che ebbe il rock ai tempi in cui mio padre era solo un adolescente non mi sembrerebbe tanto azzardato: in fin dei conti, la maggior parte delle figure più rappresentative di entrambi i generi ha causato scalpore ed indignazione, specie in una società meno aperta mentalmente o in un paese come l’Italia, ancora legata alla censura in stile “Ultimo Tango a Parigi”.

Il panorama giornalistico italiano e le grandi emittenti televisivi proseguono su direzioni opposte alla musica trap, ma quando questi due mondi collidono sfocia tutto nella retorica perbenista o nella più completa disinformazione.

La vittima preferita da chi ha ancora un approccio ostile e diffidente nei confronti della musica trap è sicuramente Sfera Ebbasta, capostipite del genere nel Bel Paese ma soprattutto l’icona di un movimento messo sempre in cattiva luce, e, a detta di molti, indegno di cotanta rilevanza mediatica.

Ed è proprio quest’ultima ad essere la chiave del successo di ogni artista di punta ai giorni nostri: l’alone di curiosità che aleggia attorno queste figure, l’essere artisti trasversali su un piano mediatico sempre più vasto e ricco di contenuti, trovare un modo di porsi al pubblico su più facciate, tramite la presenza sui social o per mezzo di apparizioni televisive (nel panorama musicale moderno, i media e la comunicazione giocano un ruolo più che cruciale nel solo successo di un singolo).

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Foto di Cottonbro da Pexels

Sfera Ebbasta è stato uno dei primi ambasciatori italiani della musica trap, dobbiamo a lui l’immaginario collettivo che si è creato attorno questo genere, passando dagli aspetti positivi a quelli più negativi, come tutte le critiche a lui rivolte poiché egli ne è tutt’ora il maggior rappresentante nazionale(e tralasciamo le polemiche sterili sui fatti tristi di Corinaldo, le quali vittime sicuramente sono causa di un’organizzazione scorretta e non curante, dunque la musica trap non è artefice di quest’evento spiacevole ma più che evitabile).

La gogna mediatica a cui Sfera è posto, così come altri suoi colleghi che per loro fortuna ricevono meno attenzione dagli inquisitori del giornalismo, è un segno visibile del rifiuto costante da parte di un sistema culturale tradizionalista di accettare un fenomeno che si è dimostrano ben altro che passeggero, in Italia così come a livello globale.

La cultura urban in Italia non è ancora stata smaltita da questo sistema culturale che ripudia forme d’espressione non convenzionali o provocatorie, una mentalità che ha spesso respinto una cultura in tutte le sue ramificazioni artistiche (per la musica troviamo il rap e la trap, per l’arte la Street Art ecc.).

Risulterebbe banale affermare che negli Stati Uniti movimenti come quello trap sono ben assimilati dalla massa o dal mercato, poiché essi sono nati proprio in territorio statunitense e a grandi passi si sono stabiliti a livello internazionale.

Del resto, per quanto riguarda il mercato, in Italia si sta offrendo sempre più spazio alla trap; purtroppo non si può dire la medesima cosa per quanto riguarda frangenti giornalistici o televisivi, se la maggior parte delle volte lo spazio dedicato è puramente critico e denigratorio. Nel caso questo processo non dovesse avvenire, è perché si assiste ad un “lavaggio” a scopo purificatore dell’immagine dell’artista trap, sia a livello estetico che a livello musicale.

È inconfutabile il fatto che artisti come la Dark Polo Gang o Ghali si siano alleggeriti per essere digeriti meglio dal pubblico nostrano, perché, sia chiaro, esiste una netta differenza fra l’evoluzione artistica e l’adeguamento a dei canoni appartenenti alla musica pop e rivolti ad un pubblico generalista che apprezza i visi puliti e i bravi ragazzi, proprio con gli stessi criteri di giudizio utilizzati dalle nonne per analizzare il fidanzato della nipote.

Arrivati alla conclusione di questo discorso, si può constatare che il lavoro da fare per offrire al pubblico della trap, e non solo, una corretta copertura mediatica è ancora tanto: il fatto preoccupante è che tutto derivi da una mentalità ancora arretrata su troppi fronti. Di certo la divulgazione non deve essere compito di testate come “Libero” o “ L’Avvenire” , ma quantomeno dovrebbe essere tollerato un (t)rapper sulla copertina di Rolling Stone o sulla sezione “Cultura e Spettacoli” del Corriere.

Secondo il pensiero di Oscar Wilde “Non importa che se ne parli bene o male. L’importante è che se ne parli”. A me verrebbe da dire che, per la Trap in Italia, l’importante è che se ne parli in maniera oggettiva e professionale.

di Pablo Franchi