Tutti i santi giorni: intervista + videosveltina a Paolo Virzì

di Laura Giuntoli

Recensioni
Tutti i santi giorni: intervista + videosveltina a Paolo Virzì

Paolo Virzì, parole sue, è uno curioso, a cui piace mettere il naso nella vita degli altri. In quest’ultimo film, Tutti i santi giorni, quasi ti pare di vederlo, il suo naso, perché i due protagonisti, Guido e Antonia, sono raccontati molto da vicino. Tanto che, anche quando le luci si accendono e la finzione finisce, ti sembra di conoscerli per davvero, e gli vuoi così bene che se potessi li inviteresti a cena a casa tua. Siccome invitarli a cena non si poteva, abbiamo fatto due chiacchiere con lui, il regista livornese. Se scendete dabbasso trovate pure una delle nostre sveltine, le video interviste ‘na botta e via. Ma prima continuate a leggere che vi diamo qualche informazione sul film, e c’è anche dell’altro perché Paolo Virzì c’ha detto cose interessanti che nel video da un minuto non c’entravano. Per cominciare, pressappoco, la trama:

C’era una volta ad Acilia, un quartiere della periferia di Roma, una giovane coppia che abitava in una casetta al pianterreno. Nonostante la ferocia del mondo, i caratteri opposti e un lavoro che non li faceva incontrare quasi mai, quei due, che speravano di diventare presto genitori, facevano l’amore con passione tutti i santi giorni. Da qui il titolo.

 La storia è tratta da La generazione (Dalai Editore /  pp. 160 – Euro 15,00) di Simone Lenzi, che ha anche collaborato alla sceneggiatura e alla colonna sonora del film. Perché Simone, livornese doc, mentre s’arrabattava con svariati mestieri – dall’accompagnatore turistico al programmatore, dal libraio al ghostwriter di grammatiche scolastiche – oltre a tradurre insieme a Simone Marchesi il primo libro degli Epigrammi di Marziale (2008) e Un’America di Robert Pinsky (2009), cantava e scriveva testi – e questo lo fa ancora – per suo gruppo indie rock, i Virginiana Miller. E trovava pure il tempo per buttar giù questo suo primo romanzo, che interroga il lettore sul desiderio di avere figli per come questo si declina al maschile e al femminile, proponendo con discrezione una via di uscita all’ossessione, una seconda chance che i protagonisti daranno a se stessi per tornare a vivere. Una cura oltre la medicina.

Il risultato, anche al cinema, è una fiaba moderna, che nasce da una strana alchimia di ironia e tenerezza, tanto che quando tiri fuori il naso dal libro, o esci dalla sala (almeno così è successo a me), resti per un bel po’ preda di un dolce struggimento, quello delle storie minute e autentiche, che ti si infilano dentro così delicate che nemmeno te ne accorgi, e lì restano. Cosa ci ha detto Simone del suo fortunato incontro con Paolo Virzì lo trovate qui.

 

E adesso, veniamo a noi, caro Maestro Paolo Virzì…

In questo momento di scandali politici urlati e grotteschi, proprio tu, che sei il re delle commedie corali e sarcastiche, fai un film così intimo, senza attori famosi, con una fotografia essenziale, che ha il sapore del cinema indipendente. Perché questo cambio di registro?

“Per il desiderio di esplorare. Tutti i santi giorni è un po’ come se fosse una mia nuova opera prima. A ripensarci, è la chiusura di un cerchio: anche La bella vita, il mio primo film, girato con pochi mezzi, era la storia di una coppia senza figli. A volte, tra un film e l’altro, mi sono domandato se non fossi troppo devoto alla Bottega artigianale classica della commedia italiana, quella di Age & Scarpelli, verso la quale noi allievi abbiamo sempre avuto, e abbiamo tutt’ora, una grande venerazione. Una tradizione che tutti ritenevamo importante innovare, per metterci dentro il nostro gusto, la nostra sensibilità e il nostro tempo, ma rimanendoci sempre dentro. E invece adesso mi è venuta voglia di sperimentare un po’ di più. E per sperimentare si fanno delle rinunce…

Tipo quali?

“Un esempio: La prima cosa bella, il film prima di questo, era un melodramma intergenerazionale con un dispositivo narrativo laborioso e un po’ astuto. Funziona come quando s’impara a giocare a pallone e dà anche la stessa soddisfazione: saper tener bene la palla, manovrare la narrazione per condurre lo spettatore verso certe emozioni. Te lo spiego: a un certo punto è come se in quel film spuntasse la mano del regista che acchiappa per il bavero lo spettatore e gli dice: “Oh disgraziato, proprio non ti vuoi commuovere per questa storia che ti sto raccontando? Che fai, non piangi?!”. E giù lacrime. Ammetto che l’ho fatto anche un po’ godendo, ma stavolta mi son detto: abbandoniamo la presunta sapienza e cerchiamone una nuova. Intanto rinunciamo alle tribù di personaggi e alle loro sottostorie, quelle che ho sempre amato da regista e da spettatore. Riduciamo gli elementi narrativi, e vediamo se la purezza di poche note, invece della potenza della solita sinfonia, alla fine non sia più emozionante. Magari così il film non ti zompa addosso e non t’acchiappa per il bavero. Però ti sussurra nell’orecchio una poesia…

Come le canzoni di Thony, la protagonista femminile di Tutti i santi giorni e autrice della colonna sonora, che nella vita fa davvero la cantante…

Eh sì. Pensa che Federica, questa misteriosa songwriter siculo-polacca col nome d’arte di un elettrodomestico, l’abbiamo trovata su MySpace. Volevamo una cantante vera per la parte di Antonia, che per l’appunto si esibisce in localacci dove non se la fila nessuno. Di Federica mi ha colpito subito una canzone, che, poi ho saputo, aveva inciso sdraiata a letto sussurrando nel microfono. Ecco, è quel sussurro che stavo cercando per dar voce al mio film: una storia dolcemente chiama lo spettatore, e lui pian piano entra nella testa e nell’anima dei due protagonisti.

 Hai rinunciato anche alle star. Com’è nata la scelta di due attori principali (quasi) sconosciuti?

Eravamo alla ricerca di due facce nuove, senza un vissuto artistico troppo vistoso alle spalle, volevamo che fossero più credibili possibile nei panni di due persone qualunque, per dare l’illusione che le vicende raccontate nel film fossero accadute proprio a loro. Così abbiamo trovato prima Federica (ndr nome per intero: Federico Victoria Caiozzo), a cui sembrava non importasse nulla di far l’attrice e ci guardava come se fossimo dei matti. E forse m’è piaciuta proprio per questo. Poi ci siamo imbattuti in Luca Marinelli, pupillo a teatro del grande Carlo Cecchi, che c’ha già di suo quell’aria schiva da martire protocristiano e quella mitezza impreziosita d’ironia che caratterizzano Guido, il protagonista. L’ho scelto anche perché nei due film a cui ha preso parte ha saputo sempre camuffarsi, nascondersi sotto altre spoglie (ndr: ne La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo ha recitato nei doppi panni di un ragazzo esangue e di un adulto sovrappeso, e ne L’ultimo terrestre di Gianni Pacinotti quelli iperfemminili di un transessuale). Insomma, Federica e Luca avevano quel dono che un attore può portare in dote ad un film soltanto una volta, la sua prima volta.

Un film con attori “vergini”, ispirato a un libro d’esordio, e girato con lo spirito (e i mezzi) di un regista alle prime armi. Perché?

Perché a una certa età c’è la voglia di scoprire nuove cose per sentirsi ancora ragazzi. Ci serviva una sfida: fare un film che avesse dentro l’incanto di un’opera prima. È venuta fuori questa fiaba ambientata nelle paure e nelle inquietudini di oggi. Abbiamo lasciato a casa tutte le certezze per battere strade nuove. Poi non lo so se ci siamo riusciti del tutto. Ditecelo voi…

Sì. Ci siete riusciti.