DJungle, da Ty1 10 piani di spessore hip-hop

di Redazione Smemoranda

Le Smemo Interviste

DJungle è il nuovo disco di Ty1, colonna dell’hip-hop italiano che dopo aver fatto la storia del genere insieme, aver militato nella prima supercrew di DJ italiana, aver prodotto e suonato tutto e tutti, ha messo insieme un quarto di secolo di vita musicale in un disco. Infatti dentro ci cantano Marracash, Guè Pequeno, Paky, Massimo Pericolo, Pretty Solero, Myss Keta, Noyz Narcos, VillaBanks, Ernia, Capo Plaza, Jake La Furia, Speranza, Taxi B, Rkomi, Ketama126, Samurai Jay, Geolier, Neffa, Tiromancino. Pablo Chill-E, Mc Buzzz, Dosseh, Touchè, Vettosi. 24 artisti: se non tutti, almeno una parte di quelli che sono venuti a contatto con Ty1 nel corso della sua carriera.

DJungle è vario, spesso dieci piani, pieno di cose e di vita. Nonostante sia stato costruito durante un periodo difficile come quello che ci stiamo solo ora lasciando alle spalle.

“La via maestra questo disco l’ha presa durante il covid –  spiega proprio Ty1 – 4 mesi ininterrotti dove sono stato in casa a produrre. Non avevo voglia di fare DJ set come facevano tanti miei colleghi. Io per passare il tempo mi sono isolato a fare strumentali. Facevo solo beat. Due al giorno.”

Sulla varietà di DJungle
“Io sono un dj, per me è inevitabile spaziare tra diversi stili. Sono vent’anni che faccio questo mestiere, è stato inevitabile per me mettere insieme una fusion di suoni, una serie di influenze che si sono catalizzate nel disco. Fantasmi è ispirato a Free di Ultra Naté, che è una mega hit house. Ovviamente l’ho rifatta totalmente, così come ho rifatto dei break di cose hip-hop vecchie. Adesso non posso fisicamente fare il dj per i motivi che sappiamo… ma di base il mio approccio alla produzione è quello di un dj.”

Su come è stato prodotto DJungle
“Di solito i produttori mandano tante basi agli mc che devono cantare sull’album. Io ne ho mandata una ciascuno, buona la prima. Forse in un paio di casi ne ho mandate due, ma comunque o cercato sempre di ricamarli, di tagliarli su misura per la voce che avevo pensato. Ketama ho pensato di fare una roba grunge, con le chitarre, alla Lil’ Peep… poi per carità, è capitato di cambiare dei particolari in corsa, ma la base, lo scheletro era presente sin dall’inizio.”

Su vecchia e nuova scuola del rap italiano
“Non c’è più alcuna distinzione tra la nuova e la vecchia scuola. I grandi vogliono fare le cose coi giovani, e viceversa. Guarda Marra con Geolier, o con Taxi B e Paki. Guarda Jake la Furia e Samurai Jay. Ernia subito coi Tiromancino… e io avevo già prodotto il singolo di Neffa e Coez, quindi… Ma poi, dai, ci deve essere apertura mentale. Sarei un talebano se pensassi di fare un disco solo con quelli della mia generazione. È bellissimo fare un pezzo con uno come Touché, che è un ragazzo, ha un approccio nuovo, dice cose nuove…”

Sulla dimensione live di DJungle
“Sarebbe un sogno avere un tour bus che tiene 24 artisti e li porta in giro per l’Italia. Ovviamente è impossibile. Certo mi piacerebbe fare un tour con delle tappe in giro per l’Italia, coinvolgendo i singoli artisti. A Milano si potrebbe raccogliere un po’ di gente, a Roma pure… L’importante è che si possa ricominciare a suonare, perché io spero in bene, ma senza live è tutto molto frustrante.”

Su com’era il rap all’inizio, negli anni Novanta
“Era difficilissimo, era underground. Si suonava nei centri sociali e poi si dormiva in treno, pensavi solo a fare musica. Volevi solo migliorarti, non te ne fregava niente della Siae. Volevi evolverti, magari vincere le gare, certo… ma l’unico obbiettivo economico era al massimo raccogliere i soldi per comprarti il mixer nuovo. Questo è cambiato, oggi, è inutile negarlo. Vedo molto più cose che vengono fatte, anche da ragazzi moltio giovani, con un fine economico. Io però credo sempre molto nel fare musica senza sovrastrutture. Non penso mai di voler fare una hit, quando produco un pezzo. Non guardo i follower. Quando ho chiesto a Vettosi o MC Buzzz di collaborare, erano proprio emergenti… però se spaccano, spaccano. Bisogna puntare sulle persone non per i numeri che hanno, ma per quello che fanno, sulla qualità delle cose.”

Sul rap in napoletano
“Il napoletano è il rap, proprio come lingua. Sono tutte parole tronche, e quindi si avvicina molto all’inglese americano. Se ascolti uno che rappa in napoletano puoi far finta di stare ascoltando un americano. Il napoletano è avvantaggiato a livello di ritmica. Poi ha dentro già una melodia, nella lingua… Diciamo che secondo me quando gli artisti napoletani decidono di cantare in italiano, magari lo fanno benissimo, ma alle mie orecchie spesso perdono qualcosa. Non sto dicendo che uno non possa essere versatile, fare entrambe le cose, basta pensare a Luchè, a Clementino, a Samurai Jay… però per me un napoletano che canta in napoletano è fico.”