Call me if you get lost di Tyler è un mixtape-romanzo

di Redazione Smemoranda

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Domande grosse: cos’è stata la musica nell’ultimo decennio? Cos’è la musica nel 2021?

Domande grosse, risposte complicate. Ma se parliamo di musica occidentale in generale e americana in particolare (che gli Stati Uniti per certe cose sono ancora leader, o almeno influencer), una buona mappa per orientarsi sta nei dischi di Tyler, The Creator. È appena uscito l’ultimo, che si intitola Call me if you get lost, “chiamami se ti perdi”. E in effetti…

Album o mixtape?

In effetti Tyler, che adesso ha trent’anni ed è un nome importante della musica americana da una decina (concediamogli che è ancora piuttosto giovane, dai), non ama dare troppi punti di riferimento. Tipo. Lui è noto per aver costruito alcuni degli album-più-album di un momento storico in cui alla musica e ai musicisti degli album (intesi come raccolta di canzoni che hanno un senso se sentite tutte insieme) frega poco. Quindi ci aspettavamo un altro album bello monolitico, con una storia e un senso, invece lui ha detto che faceva un album-mixtape. Nel senso che ha chiamato uno dei guru storici del mixtape hip-hop americano, DJ Drama, e si è fatto aiutare a mettere insieme questo disco in cui le canzoni effettivamente sfumano le une nelle altre.

Ma è davvero un mixtape? Ha senso dire che fai dei mixtape nel 2021, in generale? I rapper lo fanno sempre, ma praticamente ormai dire “è un mixtape” serve più che altro a segnalare che fai un disco con meno risorse produttive del solito, e lo fai un po’ più di getto, senza pensarci troppo. Cosa che francamente non si può dire di Tyler: lui è uno che vuole controllare sempre tutto, dalla musica alla grafica al merchandising, fino all’ultimo particolare. Quindi no, non è un mixtape. Se volete, al massimo è un omaggio ai mixtape, ecco.

Un disco-romanzo-autofiction

Dicevamo. Se ti perdi e chiami Tyler, alla fine è probabile che ti perdi ancora di più. Perché – anche se questo disco si capisce subito che è suo, perché alterna momenti super aggressivi ad altri super confessionali – non si capisce mai quanto c’è e quanto ci fa. Cosa assolutamente normale con i rapper, ma che nel caso di rapper come lui diventa davvero una specie di enigma.

Già all’inizio, ti dice che non è lui che parla, ma un suo alter ego. Poi racconta cose palesemente autobiografiche, ma altrettanto palesemente sconfinanti nell’autofiction. Del resto, lui è quello che dopo aver inciso su vinile alcuni dei peggiori insulti a donne e omosessuali sentiti nel rap americano, ha fatto canzoni strappalacrime sulle sue delusioni d’amore, e perfino un disco intero in cui raccontava fondamentalmente l’amore per un ragazzo. Quindi?

Quindi niente. Quindi, forse dobbiamo smetterla di farci domande, dobbiamo trattare i cantanti in generale e i rapper in particolare per quello che sono, e cioè scrittori che raccontano storie. Tyler the creator lo fa, lo fa bene, la musica è potente, e quindi anche se non c’è davvero una mappa, o un manuale di istruzioni, va bene lo stesso.

Se proprio non ci ritroviamo, chiameremo la mamma.