Indie a primavera (2020) parte 3

di L'Alligatore

News - Recensioni

MyOwnMine – Everything is in perspective

Tutto può essere qualcosa d’altro, Everything is in perspective questo il significato del titolo del disco d’esordio dei MyOwnMine, trio calabrese di autentico pop sofisticato con uso ben calibrato dell’elettronica. Canzoni apparentemente leggere, molto anni ’80, dai Depeche Mode a Phil Collins, ma con molti strati di complessità. Come parlare della possibilità di essere indipendenti all’interno di una storia d’amore, o un viaggio dentro al vulcano oscuro e pericoloso per ritrovarsi più forti (se non ci ammazza), o ancora, l’amore visto come liberazione e prigione allo stesso tempo… cose così, per dire delle tematiche delle otto canzoni del disco. Surreale e malinconico il video di “Shut The Door” a metà strada tra il primo Nanni Moretti e il biopic su Elton John, ma anche un po’ Almodovar … sempre anni ’80, comunque, marchio di fabbrica dei Myownmine.

Chris Obehi – Obehi

Scoperto per strada Chris Obehi, come nel neorealismo, come nelle fiabe, scoperto nelle strade di Palermo mentre suonava come busker. Venne notata la sua originale interpretazione di “Cu ti lu dissi”, del mito Rosa Balistreri, poi un video virale con quel pezzo, quindi l’incontro con Fabio Rizzo di 800A Records, benemerita label che ha prodotto il suo primo disco ufficiale Obehi, nato grazie alla campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso. Afrobeat, pop-folk-rock senza tempo, cantato in diverse lingue, dall’inglese al dialetto palermitano (“Cu ti lu dissi”), dal dialetto esan all’italiano con il quale chiude il disco. Il pezzo s’intitola “Non siamo pesci”, grido di dolore poetico che racconta il viaggio della speranza che anche Obehi ha fatto, fuggito dalla natia Nigeria e dalle carceri libiche. Tutte canzoni che invitano a riscoprire la propria umanità, con un sound vicino musicalmente a miti internazionali “nostri” da Paul Simon a Tracy Chapman.

The Incredulous Eyes – Mad Journey

Mi piace questo ritornare ai concept album. Ne ho ascoltati diversi in questi ultimi mesi, come Mad Journey dei teramani The Incredulous Eyes. Il protagonista è Ken, biologo molecolare che vive a San Francisco e ha fatto una difficile quanto bella promessa: trovare una cura contro il cancro. Ma sembra non riuscire a mantenerla e durante un esperimento ha delle allucinazioni con le cellule tumorali che iniziano a prendersi gioco di lui. Preso dal panico tenta il suicidio, ma viene salvato da un alieno chiamato Kaef, che lo condurrà in un folle viaggio… Non dico altro, solo che alla fine riuscirà a capire le poche cose che hanno valore nella sua vita sul pianeta Terra. Storia tipicamente anni Settanta, come la musica, avvolgente e maestosa, con le chitarre a costruire veri e propri muri del suono, un gran ritmo, un cantato a tratti enfatico, quasi recitato. Alternative – Rock tra l’acustico e l’elettrico.

Ubba Bond – Mangiasabbia

Mangiasabbia è il nuovo disco degli Ubba Bond, scanzonato duo made in Bologna (Guglielmo Ubaldi e Andrea Bondi attivi sin dal 2011), che molto spesso si è ritrovato a essere un collettivo. Infatti i pezzi dell’album hanno quell’afflato da grandi concerti live di una volta, stile “Banana Republic”. Non a caso in molte canzoni sembra di sentire una parentela con il Dalla e De Gregori di quel mitico concerto. Un rock da balera tra la Via Emilia e il West, passando per il mare raffigurato non a caso nella copertina nostalgica. Nuovo cantautorato italiano un po’ pop, un po’ classico, tra ironia e malinconia, fiato e fiati, testi irridenti e strumentali quasi Blues Brothers. “Mangiasabbia ospita 1732 parole alloggiate in 12 brani per una durata di 55 minuti … orchestre stonate chiuse in comode celle”, così, in nude cifre, presentano il loro esordio gli Ubba Bond. Anche in vinile.

Moai – MOAI

Esordio molto bello quello dei bresciani MOAI, un gruppo di sette musicanti (due ragazze e cinque ragazzi), che hanno preso il nome non dalla fantastiche statue dell’isola di Pasqua, come si potrebbe credere, ma delle reti di famiglie allargate tipiche di Okinawa, dove per vivere meglio (e più a lungo), ci si aiuta a vicenda all’interno di micro-comunità. Molto curioso che questi ragazzi bresciani l’abbiano preso ad esempio, ma ancora più curiosa la musica che fanno. Un indie-folk cantautorale con venature di blues, rock, irish, che conquista al primo ascolto. Undici pezzi dove la voce celestiale di Valentina viene accompagnata, anzi si fonde, tra chitarre, violino, mandolino, tastiere, contrabbasso, batteria. Il risultato è grande musica, che dal vivo deve fare ancora più impressione. MOAI è un nome promettete e curioso da segnarsi sulla Smemoranda.