Un San Valentino in ritardo

di Colette Depero

Attualità
Un San Valentino in ritardo

Un giorno sono stata innamorata. Un giorno mi sono presa una cotta. Un giorno ho solo limonato. Ho avuto le farfalle allo stomaco: di notte, e la sera prima di andare a letto, e pensavo a e lui, e sentivo che lui pensava a me, ma non pensava a me perché non me lo diceva. Non gliene fregava niente. Dovevo dimenticarlo. Un giorno mi sono innamorata. Era una donna, ed era era bella come me. E sentivo che mi pensava, che mi amava, come io amavo quegli uomini. Lei sentiva le farfalle nello stomaco. Io no, ma forse sì. Dovevo essere dimenticata. 

E allora mi è toccato cancellare tutto: email, telefono, il nome su Facebook, le hashtag su twitter, tutto. Una mia amica di 158 anni mi diceva che ai suoi tempi non andava cancellato niente, e che il caso decideva se due persone si sarebbero riviste. Ai semafori, agli incroci… e certo si poteva, certo sì, si poteva calcare la mano, diciamo aspettando una persona sotto casa, o dopo il lavoro, o andando nel suo stesso bar, ma adesso lo chiamano stalking.

Che cambia? Cambia che con Facebook, twitter, ecc, le ferite restano sempre un po’ aperte, ma soprattutto restano sempre nel silenzio. C’erano tempi in cui si strillava col megafono: TI AMO ANCORAAAAAAA da sotto la finestra.

E poi? E poi è finita. E oggi come oggi non ricordo più come sia andata, so che ho cancellato tutto: numeri di telefono, fotografie, lettere, restituito i regali, gli ori, gli argenti. Lei mi ha restituito niente, il suo cuore a pezzi – niente regali tra donne che si amano.

Ma che diamine. Nessuno ha dimenticato nessuno, perché tutti sapevamo tutto dei nostri nomi e dei nostri cognomi, e ci rincorrevamo dappertutto.
Google implacabile sapeva definire ogni nostra mossa.
Facebook per mezzo degli amici ci rincorreva.
Twitter diceva dove erano rivolti gli interessi sotto forma di instragrammate e hashtag.

E niente, in un’ipotesi del tutto futuristica, per dimenticare un amore ho dovuto cancellare il suo ricordo. Mi sono fatta impiantare un chip per cancellare tutto, come in quel film*. E nemmeno quello si poteva fare ché cancellare i ricordi senza fare fatica era immorale. Che la vita è fatta di ricordi. E allora ho cominciato a sopportare la sua presenza, costante, nella mia vita. La sua presenza sui social, l’ho sopportata, in silenzio. Ché non lo potevo inseguire sul serio: si chiama stalking!

Ma non volevo scrivergli, e lei non voleva scrivermi. E non lo avrebbe fatto, non l’avrei fatto nemmeno io, se non mi fosse bastato solo il suo nome: il suo nome a ricordarmi, che grazie a quell’aggiunta di gmail.com, io lui, l’avrei sempre ricordato. E io, a lui, gli avrei sempre scritto.
Se – e solo se – avessi voluto farlo.

Lei mi scrisse.

Io gli scrissi.

Lui mi rispose.

Io risposi.

E nessuno dimenticò veramente nessun amore, come se dovessimo vivere l’inferno, in eterno.

Lui mi scrisse che il futuro era libero, grande, immacolato. Io gli risposi: sì, ma anche finito. E da un giorno all’altro, con o senza Facebook, ciascuno si meravigliò di non ricordarsi più l’indirizzo email dell’altro.

*il film è in questione è ‘Eternal Sunshine of the Spotless Mind’, 2004, diretto da Michel Gondry