Un’americana a Roma

di Marina Viola

Attualità
Un’americana a Roma

Arrivo in Italia lunedì sera, dopo un Boston-Roma sull’Alitalia con il mio amico Richard. Devo ammettere di essere rimasta sorpresa dal fatto che l’Alitalia avesse abbastanza benzina da portarci oltreocenao: unico dazio da pagare è stato un gatto portato da un compagno viaggiatore, che, di fianco a noi, ha miagolato e vomitato tutto il tempo, e il vicino dall’altra parte che starnutiva perché allergico al suddetto gatto. Dopo otto ore così, siamo arrivati. Incazzati, ma sani e salvi.

Dopo anni di America, a volte comincio un po’ a sentirmi straniera in Italia, soprattutto a Roma, dove ho notato ci sono un sacco di romani, un traffico pazzesco e moltissimi preti e suore. Comincio anche a notare più fortemente le differenze tra i due Paesi: differenze piccoline, di gesti quotidiani che facciamo tutti, senza pensarci.

Mi spiego:
-in Italia non si possono pagare le sigarette con il Bancomat, come faccio nel negozietto all’angolo
-qui in Italia hanno tutti freddo anche se ci sono otto gradi, che è il clima primaverile, per me. Quello in cui si comincia a togliersi le calze, per dire
-in Italia nessuno ti dice :’hi, how are you?’ quando ti incorcia sul marciapiede. Questo, devo dire, non mai molto piaciuto degli americani: che gli frega a loro come sto? O devo rispondere? Perché quando qualcuno lo chiede a Richard, lui dice la verità e racconta del suo ginocchio che quando cambia il tempo gli fa sempre male, ma due aspirine e passa tutto.
-nel Belpaese non sei tenuto a lasciare il 20% di mancia nei ristoranti, e non devi calcolare la tassa sul prezzo di ogni cosa. Io adesso che sono in America da tanto, sono diventata un’esperta in percentuali e addizioni con la virgola, per esempio, che secondo me è una bella cosa. Son soddisfazioni, ecco.
-in Italia se fumi non ti rompe le palle nessuno, e nessuno ti giudica come persona volgare, ignorante e di bassissimo rango. E non devi stare a nascondere il pacchetto quando arriva qualcuno a trovarti a tua insaputa
la birra qui fa schifo. So di offendere qualcuno con questa affermazione, ma raga: non avete idea di quello che bevo io. È la stessa differenza che c’è tra il Tavernello e uno Chardonnay
-qui in Italia i negozi chiudono dall’una alle tre (a Roma dall’una alle quattro), e se ti sei dimenticato qualcosa, aspetti. Gli italiani sono molto più pazienti anche per questo, credo. Anche per le lunghe, lunghissime file che qui si fanno con un’espressione di arresa.
-in Italia tutti sanno abbinare le scarpe all’abito, e gli uomini sono eleganti e ti portano la valigia su e giù dalle scale, anche se pesa molto, troppo. Specie se hai una maglietta un po’ attillata, e un buon rossetto. Coi tacchi ti fanno anche la spesa, immagino.
-qui in Italia ci sono un sacco di chiese, quasi tutte cattoliche. In America invece, ci sono un sacco di chiese, e quasi tutte di tantissimi tipi di protestantesimo
-qui chi parcheggia è dotato di enorme fantasia e spiccato senso dello spazio, e dovrebbe essere premiato.

Noto, ogni volta che vengo in Italia, questo e molto altro, che adesso non sto qui a menare il torrone. E concludo sempre (quasi sempre) che non è vero che è meglio qui o è meglio lì: è tutto molto diverso e basta (cessi compresi, che in America l’acqua arriva a metà tazza e qui no. Ecco, adesso sapete anche questa e potete andare a letto belli tranquilli).