Unbroken

di Michele R. Serra

Recensioni
Unbroken

Lui si è rifiutato di mollare, e ha dato il meglio di sé (…) un uomo che combatteva, che provava, dando tutto se stesso, senza arrendersi mai.

In molte delle varie interviste reperibili in rete, Angelina Jolie usa queste parole per spiegare perché ha deciso di tornare dietro la macchina da presa, per raccontare la storia di Louie Zamperini. Esatto: dietro la macchina da presa, da regista; non davanti all’obbiettivo, da attrice. Potrei fare molte battute su quanto questa scelta sia alle fondamenta sbagliata, ma non vorrei alzare troppo il livello di sessismo di questa recensione. Dunque. La prima cosa da fare nel parlare di Unbroken, il nuovo film di Angelina Jolie, non è rimpiangere che non sia anche con Angelina Jolie, ma piuttosto raccontare chi è Louie Zamperini, il protagonista, quello che – come da titolo – non si è spezzato.

Sono due le vite di Zamperini, un ragazzo americano di origine italiana negli anni Trenta: prima è un campione dell’atletica, che da un piccolo paese di privincia nello stato di New York corre fino alle Olimpiadi di Berlino, quelle volute da Hitler e cementate nella storia dalle imprese dell’afroamericano Jessie Owens. Louie non vince, ma convince: è una speranza del fondo statunitense, avrà un grande futuro. E invece non avrà una seconda occasione, perché in breve tempo la sua vita da atleta finisce, e inizia quella da soldato nella Seconda Guerra Mondiale.

Eh sì, è un film di guerra, il secondo film da regista di Angelina Jolie. Come il primo, del resto, diranno tutti quelli che hanno accesso a Wikipedia. Però questo non racconta una guerra recente come quella della ExJugoslavia, protagonista di Nella terra del sangue e del miele, ma un conflitto lontano nel tempo, il più importante dell’ultimo secolo per il mondo occidentale.

La storia di Louie Zamperini è, riassumendo, un sogno che diventa incubo: Louie è bello, giovane, forte, fondamentalmente buono. Finisce in guerra, e lì assiste alla morte dei suoi amici, fa naufragio e rimane per 40 giorni in mare nell’Oceano Pacifico, poi viene fatto prigioniero dai giapponesi… Insomma, dal titolo si capisce che lui resiste, però si prende tante di quelle botte che francamente non si capisce come faccia.

E non si capisce neanche perché a noi dovrebbe interessare vedere questo eroe americano senza macchia e senza paura che viene torturato per due ore sullo schermo, visto che il finale – l’unica cosa che poteva dare un vero senso alla storia! – non fa parte del film, ma è solo una scritta sullo sfondo nero. Un po’ poco.