L’uomo invisibile nel 2020 parla di una donna

di Michele R. Serra

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L’uomo invisibile nel 2020 parla di una donna

Non è una novità, che a Hollywood amino la ripetizione. Nel senso che è più facile riproporre storie vecchie, titoli già sentiti, che imporre all’attenzione del pubblico qualcosa di nuovo. Aggiungete pure che da sempre c’è un genere che i produttori americani amano, perché costa poco e guadagna molto, e questo genere è l’horror. Quindi se mettiamo insieme questi due fatti, capiamo bene che non c’è da stupirsi se continuano a uscire così tanti remake di horror classici, più o meno aderenti agli originali. Tipo, il primo Uomo invisibile al cinema è del 1933, e dopo quasi cento anni possiamo tranquillamente dire che questa versione del 2020 è poco aderente all’originale. Intanto perché, a ben guardare, parla di una donna.

Da horror a metaforone

La donna in questione, la protagonista, è interpretata da Elisabeth Moss, una delle ormai molte attrici e attori capaci di fare il salto dalle serie televisive al cinema, e infatti il suo viso è familiare a noi spettatori grazie a telefilm come Mad Men e The Handmaid’s Tale. Lei è la protagonista, ma anche la vittima dell’uomo del titolo. Che prima di diventare invisibile è molto concreto: un compagno violento. Quindi, visto che la violenza di genere colpisce ogni giorno milioni di donne in tutto il mondo, ed è uno dei problemi irrisolti della nostra società, beh, se volevate una versione moderna dell’uomo invisibile, siete serviti.

L’idea alla base di questo L’uomo invisibile versione 2020 è geniale: il regista Leigh Whannel mette in piedi un’enorme metafora cinematografica dell’idea stessa della violenza domestica. Perché? Perché si tratta effettivamente di una violenza invisibile alla società, e poi perché chi abusa della persona che dice di amare spesso lavora anche attraverso una violenza psicologica, cercando di manipolare la vittima, di sfruttare le sue debolezze per portarla a dubitare di se stessa, dei suoi ricordi, per negare persino che le violenze siano accadute. E il film insiste proprio su questo possibile: l’uomo invisibile c’è, o sono io che sto impazzendo?

L’uomo invisibile fa ancora paura

Certo, le metafore eccitano i critici, ma servono a poco per costruire un grande horror. Per fortuna Leigh Whannel è co-creatore della saga di Saw – L’enigmista, quindi è uno che di horror se ne intende, e sa come spaventarci. Lo fa non con grande dispendio di effetti speciali, ma con i trucchi più vecchi e più efficaci del cinema: i movimenti della cinepresa e le inquadrature. Se non si perdesse un po’ per strada verso la fine, sarebbe già uno degli horror del decennio. Così, rimane comunque una delle migliori sorprese di questo strano 2020.