“Jacopo Ortis è un ragazzo che ha dei problemi”: intervista a Valentina Petri

di Caterina Balducci

Le Smemo Interviste - News
“Jacopo Ortis è un ragazzo che ha dei problemi”: intervista a Valentina Petri

Una chiacchierata con Valentina Petri: insegnante, autrice della pagina Facebook “Portami il diario” e di “Vai al posto”, il suo ultimo romanzo appena uscito per Rizzoli.

Ciao Valentina, innanzitutto una nota disciplinare per averci fatto ridere sguaiatamente e in luoghi inopportuni durante la lettura del tuo libro… pensi che l’ironia salverà il mondo? Compreso quello iper burocratizzato della scuola?

Non dire la parola “burocrazia” a maggio a un’insegnante, potrebbe mordere! Ma per forza che l’unica è l’ironia, del resto le circolari scolastiche, se lette a dovere, sono già dei bellissimi pezzi di cabaret. Al fatale destino di soccombere, la strada più percorribile mi sembra sempre quella di prendere le cose con un minimo di leggerezza.

Vai al posto è ambientato in un’epoca ante Covid, che per tutti è considerata un utopico “mondo di prima”. Quanto forte era il tuo bisogno di liberare la scuola (e le aule, e chi le popola) da mascherine, quarantene, DAD e riportarci dentro la vita?

Fortissimo. L’ho scritto in piena follia da zona rossa e avevo voglia di urlare forte con le mie parole cosa fosse la scuola vera: quella dove si sta, volenti o nolenti, tutti insieme in una stanza a imparare a rispettarsi. O almeno ad aspettare che suoni la campanella.

“La scuola a volte è disarmante, per quanto è semplice.” Lo scrivi a conclusione di una trattativa tra uno studente in fuga e il suo prof., a cui va il merito di essersi sintonizzato sul ragazzo: più facile a dirsi che a farsi? Tu come ci riesci?

Sintonizzarsi sui ragazzi è un’immagine bellissima: è come per le vecchie radio, quando devi cercare la stazione con la manopola e non riesci mai a beccare la frequenza giusta. Vai un po’ avanti, un po’ indietro, appena appena, non sai bene come hai fatto e il giorno dopo, anche se non hai mosso la radio di un millimetro, devi ricominciare da capo e la frequenza è già scappata. Con i ragazzi è così, ci vuole pazienza, tenacia, lentezza e forse anche fortuna.
 

Valentina Petri, autrice di “Vai al Posto”, edito da Rizzoli

 Nel romanzo i dialoghi tra gli studenti, o tra proff. e studenti, sono freschissimi e genuini, cosa che pochi prodotti (film e serie tv, per esempio) riescono a fare, quando ci sono di mezzo gli adolescenti: tu fai per caso rivedere le bozze ai tuoi ragazzi? 

Immagino lo farebbero volentieri, pur di non fare lezione! Non lo faccio, ma li ascolto tanto e ho la fortuna di parlare tanto con loro. E poi certe frasi che ascolto me le rivendo. Faccio caso all’intercalare. Il “fra’” a inizio di frase, le parolacce quando ci vogliono. Le parole nuove me le faccio spiegare. Il poeta disposto a tutto per la donna amata, per esempio, è un sottone. E se nel romanzo l’effetto che ne è esce non è cringe ma di verosimiglianza, non posso che essere contenta.

 Alcuni stralci dei temi dei ragazzi sono tra le cause delle risate incontrollate di cui sopra (per esempio “Jacopo Ortis è un ragazzo che ha dei problemi. E si ammazza.”), eppure sembra di capire che un prof. di lettere apprezzi che, in qualche modo, il messaggio sia arrivato, seppure un po’ personalizzato: è così?

Io insegno in un istituto professionale, per me l’essenziale è che il messaggio sia passato. Gli autori del passato, sulle prime, sembrano così lontani ai nostri ragazzi. Sulla forma poi ci lavoriamo. D’altro canto, io apprezzo moltissimo chi ha una penna e non ha paura di usarla, chi ce la mette tutta per spiegarsi a modo suo e chi, piuttosto che consegnare in bianco, si butta e ti fa capire che, ok, magari non ha studiato tantissimo, ma in classe ti ha ascoltato e qualcosa è rimasto.

 Di scuola sembra sempre che si intendano tutti senza saperne quasi niente, un po’ come succede per il calcio, la salute e le previsioni del tempo ma con la scuola sempre un po’ di più: come mai, secondo te?

Perché a scuola tutti ci siamo stati. La tentazione di cadere nella nostalgia canaglia è forte. La realtà è che la società è cambiata e lo sono i ragazzi. Dall’altra parte va detto però che alla fine la scuola è sempre uguale, è ricorsiva, è fatta di riti, anche di passaggio, di situazioni che nonostante tutto sono sempre quelle: gli scherzi, i sotterfugi, i tentativi di copiare, i recuperi all’ultimo minuto, il prof terribile, il compagno che sa tutto, le note sul registro e quel maledetto banco in cui stare sei ore finché non suona la campana. E a settembre, qualunque settembre, di qualunque anno, si ricomincia, ancora e ancora.