Valerio Jovine (feat. Zulù): intervista + videosveltina

di Laura Giuntoli

Recensioni
Valerio Jovine (feat. Zulù): intervista + videosveltina

Valerio Jovine la musica ce l’ha nel sangue: primo, è napoletano; secondo, ha iniziato giovanissimo con una lunga gavetta nei peggiori locali della città; terzo, è il fratello di Massimo “JRM” Jovine, voce dei 99 Posse. Con lui nel 1998 ha fondato il gruppo che ha dato alla luce proprio in questi giorni il sesto album, nato in collaborazione coi 99 Posse, in perfetto equilibrio tra sonorità jamaicane e napoletanità. Il disco s’intitola SEI – che poi è anche il numero dei membri della band Jovine – e ha una missione tosta: raccontare la realtà per cambiare il mondo attraverso la musica. Mica poco. Ma il punto di partenza e ritorno, la musa, è sempre lei: Napoli.

Valerio, il tuo è reggae partenopeo contaminato dall’hop hop, in cui gioca un ruolo fondamentale la denuncia sociale…

«L’impegno politico nella mia musica c’è sempre stato, non per niente ho iniziato con l’hip hop. Con gli Jovine abbiamo scelto il reggae perché è una forma musicale ritmica in levare, un sound positivo nato per esprimere disagio e povertà. Le sue radici sono jamaicane, ma il reggae attecchisce ovunque ci sia bisogno di rivendicare i propri diritti e gridare le proprie sofferenze. In più noi ci mettiamo dentro l’essere napulitan: l’orgoglio, la prepotenza, gli ori e i dolori di una città piena di contraddizioni, difficile e bellissima allo stesso tempo». 

E infatti il singolo Napulitan, che hai suonato per noi nella sveltina (la trovate alla fine dell’intervista!), è sia un inno alla napoletanità sia un brano antirazzista…

«Questa traccia l’ho scritta in collaborazione con Luca “O’Zulù” Persico e racconta di come si può appartenere visceralmente a una città pur sentendosi cittadino del mondo. Vuol dire che «So’ Jamaicano, Africano, so’ nato a Milano, so’ Napulitan», perché Napoli è una città cosmopolita in cui convivono persone di tante nazionalità, e nello stesso tempo i napoletani esportano la loro cultura in ogni parte del globo da 150 anni. Vuol dire che nel mio orgoglio d’essere napoletano so’ tale e quale a n’albanese. E anche a un milanese, mica bisogna essere razzisti nei confronti di quelli del nord, io a Milano c’ho pure i parenti. Ma se avessi potuto scegliere un’altra identità mi sarebbe piaciuto essere africano. Noi partenopei abbiamo in comune con l’Africa il concetto di no problem: non rassegnarsi mai di fronte alle brutture della vita».

E come si sta oggi a Napoli?

«C’è una crisi mondiale, figurati a Napoli, che in crisi lo è sempre stata. Ma i napoletani hanno dentro una spinta forte ad emergere che rende la nostra città terreno fertile per la cultura. Noi lo chiamiamo le ceneri del Vesuvio: da lì sta sorgendo il rinascimento partenopeo, che si esprime soprattutto attraverso la musica. In SEI c’è una traccia che s’intitola Napl’ sona: canta il talento musicale che è da sempre la linfa vitale della mia città, da Mario Merola a Sergio Bruni, tutte le voci di dolore di un posto che lotta, che è in fermento, che è vivo. L’ho scritto in collaborazione con “Dope One“, cantante dei Freestyle Concept. Il risultato è un reggae contaminato da metriche hip hop in napoletano stretto. Invece della monnezza, della delinquenza, di “Napoli spara!” come nel film degli ’70, noi preferiamo cantare che Napl’ sona!»

E infatti la tua band, composta da Alessandro Aspide (basso), Francesco Spadafora (chitarra), Michele Acanfora (tromba), Guido Amalfitano (batteria) e Paolo Bianconcini (percussioni), porta avanti molte collaborazioni con artisti partenopei… insomma, a Napl’ si sona assai!

«Eh sì. Il disco contiene 12 brani inediti concepiti insieme a tre dei componenti dei 99 Posse: Luca “O’Zulù” Persico, Marco “Kaya Pezz8” Messina e mio fratello Massimo “JRM” Jovine. Alla sua realizzazione hanno partecipato anche Speaker Cenzou, mio compagno di viaggio nei 99posse (ndr: noto esponente della scena hip hop napoletana, ha esordito in Rigurgito Antifascista dello storico disco dei 99 Curre curre guaglió), Ivan “Dope One” Rovati, nuovo talento dell’hip hop italiano, e DJ Uncino. Sono fiero di far parte dei 99posse perché alimentano tra i giovani la passione per la musica, fanno crescere la mia città. Napoli sta producendo un sacco: ci sono tante realtà che hanno voglia di emergere e sperimentare mescolando generi diversi, come gli Slivovitz che fanno una contaminazione di jazz e rock e Almamegretta, che è una miscela di reggae, dub, canzoni napoletane e nenie arabe.»

Torniamo indietro nel tempo: è il 2004 e allegato a Il Manifesto esce il tuo album “ORA”, che contiene la traccia Ci Sono Giorni ispirata ai fatti del G8 di Genova. Recentemente la Cassazione ha dichiarato: Le violenze alla Diaz 
screditano l’Italia davanti al mondo. Cosa ne pensi?

«Penso a quando ho scritto Ci sono i giorni, sugli spalti dello stadio Carlini a Genova proprio quel maledetto 20 luglio 2001. Carlo Giuliani era appena stato ammazzato. Ho impressi nella memoria il rumore confuso degli spari, l’odore della paura che subito dopo ha invaso la città. Ricordo il panico e la rabbia per le bugie che cominciavano a circolare in tv. Fortunatamente il G8 è stato uno degli eventi più mediatizzati del nuovo millennio e il tentativo di insabbiare questa terribile violazione dei diritti umani è fallito miseramente. Telecamere e persone hanno potuto testimoniare quello che è successo, che poteva accadere a me come a qualsiasi altro, tutta gente che manifestando voleva essere presente al cambiamento del nostro paese e del mondo. Per questo tornerei in piazza ancora oggi. E sempre per questo l’album l’ho intitolato ORA: per non dimenticare mai che il 20 luglio è ogni giorno. Manifestare è un nostro sacrosanto diritto: la società civile che si mobilita dovrebbe ricevere aiuto  dallo stato e non mazzate.»

E adesso, per restare sul tema di gente che vuole cambiare le cose, una domanda a “O’Zulù”: il movimento studentesco ha scelto una vostra canzone del 2001,  L’anguilla, come inno della protesta contro i tagli alla scuola pubblica e ha adottato come slogan il ritornello del brano: “non ci avrete mai come volete voi”. Che ci dici a riguardo?

«Il primo movimento studentesco a cui ho partecipato era legato ai licei del centro storico di Napoli, che essendo siti di rilevanza storica non avevano l’impianto di riscaldamento. Faceva un freddo cane e noi studenti volevamo semplicemente le stufe! Ricordo che cantavamo sulle note di Yellow Submarine ” ‘e stufe ‘e stufe ‘e stufe c’ata da’ pecchè pecché pecché c’amma scarfa’ “ (le stufe ci dovete dare perché ci dobbiamo scaldare). Le stufe non le abbiano mai avute, è andata quasi sempre così per i successivi trent’anni di proteste a cui ho partecipato. Nessuna delle nostre manifestazioni si è conclusa in maniera vittoriosa, ma non importa. Io ho vinto ogni volta che ho inquadrato i miei problemi personali, politici e lavorativi in un ambito collettivo. E ho vinto ancora quando, dopo averli inquadrati, li ho anche affrontati insieme ai miei compagni. Le vertenze passano, il collettivo resta. D’altronde si sa, quando si sogna da soli, è solo un sogno, quando si sogna insieme, la realtà si sta già trasformando. NON CI AVRETE MAI COME VOLETE VOI!» Luca Zulù Persico

Per dimostrare la loro solidarietà agli studenti che in questi giorni si stanno mobilitando in nome dei propri diritti, Valerio Jovine e Zulù hanno aderito alla fotopetizione VENDESI SCUOLA PUBBLICA indetta da UDS – Unione degli studenti: