La vera storia del Joker

di Michele R. Serra

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La vera storia del Joker

Il vero Joker (dei fumetti)

Joker nasce nel 1940, la sua prima volta è in Batman numero 1. Che non è il primo fumetto di Batman in assoluto, intendiamoci: lui appare prima in una collana antologica che si chiama Detective Comics, dal numero 27 in poi. Se ce l’avete in casa, quel numero del 1939 vale un milione, per cui – nel caso – non buttatelo via con le Converse vecchie. Batman numero 1 (che vale solo mezzo milione, per inciso) arriva dopo che il suo protagonista aveva già vissuto una decina di storie su Detective Comics. Dieci storie che avrebbero stremato chiunque: gli ammazzano mamma e papà, decide di diventare Batman, se ne va al circo a prendere un ragazzino che costringe a seguirlo un po’ dappertutto vestito solo di un mantello giallo e un paio di buffe mutandine verdi a squame (mi sono sempre chiesto: povero Robin, già deve schivare pallottole e coltellate, perché non regalargli almeno la minima protezione di un paio di pantaloni?); come se non bastasse, nel frattanto Batman combatte contro nemici tremendi, tipo il Dottor Morte. Capite? Il. Dottor. Morte. Chi può essere peggio del Dottor Morte? Ecco, qui arriva il Joker, regalino per il primo numero del fumetto personale di Batman.

Joker si presenta subito con un’idea super inquietante: ammazzare la gente con un gas che ti lascia non solo cadavere, ma – per di più – con la faccia deformata in un ghigno.

Gli autori di Batman avevano pensato di far morire Joker, alla fine della sua prima apparizione: ai tempi capitava che i nemici di Batman durassero lo spazio di una storia, e capitava anche che fosse lui ad ammazzarli, magari con una pistola. Quindi, il Joker doveva finire male. Poi però, arriva l’intuizione: gli stessi autori si rendono conto che il Joker è potente. Può tornare, anzi deve. Così gli danno fiducia e cambiano il finale di quella prima storia. Avevano capito che il Joker aveva un futuro, che sarebbe diventato una star. Ottant’anni di successi daranno loro ragione.

Perché Joker ci piace tanto?

La spiegazione più semplice è spesso la migliore: il Joker funziona proprio perché ha questo aspetto così sopra le righe, folle e minaccioso. Tanto che a metà degli anni Cinquanta il suo aspetto fu considerato troppo offensivo, e quelli della DC Comics sospesero le storie del Joker per un annetto. Erano tempi difficili, per i fumetti: negli Stati Uniti una campagna politica della destra conservatrice li aveva accusati di corrompere le menti dei ragazzini, perfino di spingerli alla criminalità. Niente di troppo originale, per carità, se pensiamo che ancora oggi periodicamente qualcuno vuole vietare, tipo, i videogame. Comunque. Siccome l’erba cattiva è difficile da estirpare, tempo di far calmare un attimo le acque, ed ecco che sceneggiatori e disegnatori ritirarono fuori il Joker dalla naftalina, una volta per tutte.

Pensare che doveva morire nella prima storia, che sarebbe bastato un tratto di matita in più per fargli fare una brutta fine. E invece, nuova vita. Anche sullo schermo, anche grazie all’attore che lo interpreta nel 2019: Joaquin Phoenix.

La storia di Joaquin Phoenix

Joaquin è uno degli attori più importanti della sua generazione, feticcio di alcuni tra i più grandi autori del cinema americano, come Paul Thomas Anderson. Però non è sempre stato così.

La storia della famiglia Phoenix inizia dai futuri signore e signora Phoenix, due hippie che si conoscono alla fine degli anni sessanta a Los Angeles, per poi iniziare a vagare attraverso diverse comunità e diverse comuni. Nel 1972 si uniscono alla setta dei Bambini di Dio, ne diventano missionari – nel senso che iniziano a fare pesante uso di droghe psichedeliche come l’LSD e a viaggiare attraverso il Messico e il Sud America sul loro furgoncino Volkswagen.

Il leader spirituale di quella setta era David Berg, un uomo conosciuto dalle autorità per aver abusato delle sue due figlie e per essere stato indagato per favoreggiamento alla prostituzione e rapimento. Il padre di Joaquin era un’autorità in questa setta, con il titolo di arcivescovo del “Venezuela e dei Caraibi”. Beeene. Seguono anni poco chiari, durante i quali la famiglia Phoenix si allarga con 5 figli. Fratello maggiore di Joaquin è River Phoenix, destinato a diventare uno dei sex symbol di Hollywood nei primi anni Novanta (Stand by me, Belli e Dannati, Indiana Jones e l’ultima crociata…), a essere considerato il James Dean della sua generazione, a morire di overdose a 23 anni. Ma torniamo alla famiglia Phoenix, in America latina con i bambini di Dio: a un certo punto i genitori rinsaviscono, mollano quei pazzi e si trasferiscono a Los Angeles. Lì cambiano ufficialmente il cognome di famiglia in Phoenix, nel 1979.
Con il ritorno negli Stati Uniti la famiglia si rimette in sesto, e i piccoli Phoenix – che, tipo, non erano mai andati a scuola – iniziano a vivere una vita semi normale. Non navigano nell’oro, però, tanto che sono costretti a esibirsi in canti e balli per le strade della città per racimolare qualche soldo. E lì (siccome siamo a Hollywood) vengono notati da una talent scout e iniziano a fare cinema e televisione. Gli unici due ad avere successo inizialmente sono Joaquin e River, però insomma: le cose iniziano ad andare sempre meglio, per la famiglia. Un periodo felice che si conlcude in una sera del 1993, in cui Joaquin e River sono a una festa, di quelle da mega star di Hollywood. Sono al Viper Room, il locale di proprietà di Johnny Depp. Immaginatevi la scena: Depp sul palco intrattiene gli invitati suonando con una band improvvisata insieme al bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, mentre gli ospiti, da Leonardo di Caprio ai fratelli Phoenix, si aggirano per il locale fatti come mine. La serata non va a finire bene, purtroppo: a un certo punto River si accascia, batte la testa, inizia ad avere le convulsioni. La diagnosi è overdose, ed è una diagnosi post-mortem. Joaquin a quel punto molla tutto.

I media americani gli avevano riservato un trattamento mostruoso, ad esempio continuando a trasmettere la registrazione della sua telefonata al 911, il numero di emergenza negli stati uniti. Non solo suo fratello è morto, ma in televisione continuano a far sentire la sua voce, la voce di un ragazzo di 19 anni che chiama l’ambulanza e dice solo: venite presto, mio fratello sta male. Comprensibile che uno possa pensare: questo mondo non fa per me, non ci voglio stare, lasciatemi in pace. E quindi se ne va altrove, in giro, per due anni. Poi, convinto dai suoi amici registi, torna a fare l’attore. E la sua carriera comincia davvero. Per fortuna, perché è segnerà i vent’anni hollywoodiani successivi. Fino a raggiungere l’apice, truccato da clown cattivo.