Vinicio Capossela presenta “Da solo”

di Alessia Gemma

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Vinicio Capossela presenta “Da solo”

Entra in scena così: scarpe di vernice bicolore, calzini che rappresentano i tasti del pianoforte, pantalone bianco, giacca bordeaux tatuata con revers di seta nera. “È la giacca della magia”, ci dice. Immancabile cappello di velluto bordeaux.

Siamo dentro un freak show: avvolti da tele (dipinte dal cartoonist e leader dei “tre allegri ragazzi morti”, Davide Toffolo) che riproducono le immagini dei personaggi del “vero” Freak Show, quello newyorchese di Coney Island, del luna park reso famoso dal cult “I guerrieri della notte”. Le stesse immagini che ritroviamo sul volto di Vinicio, in copertina: “stanno a rappresentare, così proiettate sul mio viso fototesserato in un luna park, l’uomo che ha stravolto la sua faccia con le storie che si è raccontato, immagini che popolano la sua mente e segnano il viso”. La copertina infatti si intitola “The storyfaced man”, ed è opera di Jacopo Leone.

“Salve, potete ridere e rilassarvi”. Impazzano le macchine fotografiche. “Grazie per questi applausi meccanici!”.
L’idea del disco, ci racconta Vinicio, nasce in poche settimane, tra novembre e dicembre del 2007, nella solitudine della casa a Milano con vista sulla stazione centrale. “Inverno, legna, pianoforte e il tram giallo e crema numero 1 che passa sotto casa e che mi ricordava un po’ San Francisco e il tram sul quale sale Thelonius Monk nella copertina di Alone in San Francisco”. E nel disco c’è tutta l’America di oggi: “non quella leggendaria del West, ma quella desolata dei nostri giorni. Ho voluto l’America come grande scenografia, come un grande teatro vuoto, che sventola la sua resa nel silenzio. La nazione nuova che si era posta a guida del mondo è un grande magazzino, e trasforma tutto, le vite dei suoi cittadini per primi, in mercificazione, in grande distribuzione. Nel ribollire apparente dell’informazione è il suo silenzio senza rimedio. Sventolano sempre bandiere in America, spesso nel silenzio, in ogni angolo ce n’è una. Bandiere che sembrano troppo chiassose mentre sventolano sui funerali dei corpi tornati dall’Iraq, sui campi verdi perfettamente rasati dei cimiteri. Sventolano nel silenzio, rotto dalla fanfara della banda che suona sempre con la grazia sgangherata dell’Esercito della Salvezza” e ha scelto l’inverno “come stagione dell’intimità che ti costringe alla resa dei conti arrivato ad una certo punto della tua vita e ti costringe ad uscire dalla clandestinità, quella vissuta con gli amici di sempre”. E loro in effetti sono presenti in sala, nell’ombra: Vincenzino Cinaski, Dummy, Benzina, Franchino…

Nel disco si parla di “questioni di carattere”: mettere a fuoco quanto si è stato incapaci di essere sinceri, quanto ci si sia sempre protetti dietro alle ombre, una visione fatta di consapevolezza, che a volte assume i toni dell’ epica. “È un disco di inni, di piccole solennità per farsi trovare in piedi davanti ai colpi che la vita ti riserva, per quando la battaglia è già passata ed è stata anche già persa, ma ne conserva l’epica e talvolta l’atteggiamento”.

Il centro musicale di Da Solo è rappresentato da piano e voce, “affinché il messaggio arrivi in modo semplice e diretto”. Attorno ad ogni brano ruotano poi “gli strumenti inconsistenti, che evocano il fantastico”. E qui inizia la consueta magia e poesia di Vinicio Capossela che ci spiega e ci racconta gli strumenti inconsistenti: il theremin, che evoca spettri, il piano Tallone, creato da un certo Augusto Tallone e “usato per assonanza nel brano il paradiso dei calzini!”, gli strumenti giocattolo di Pascal Comelade e il Mighty wurlitzer teather organ” consigliato dal suo amico mago, una sorta di organo con tantissimi tasti “uno strumento protetto come la foca monaca!”.

I brani sono tutti originali, scritti da Vinicio, ad eccezione di “non c’è disaccordo nel cielo”, che riprende il titolo di un vecchio inno composto nel 1914 da Frederick Martin Lehman, “che pare abbia scritto questo brano in un periodo di gravi ristrettezze economiche. Ho ascoltato questa canzone nella magnifica versione di Jimmy Scott. Il testo non è una traduzione fedele, ma il mio modo personale di sentire l’argomento: un cielo a portata delle preghiere di tutti, che forse ci accoglierà e forse si farà trovare vuoto, ma dove di sicuro finiscono tutte le lacrime di quando ci siamo sentiti migliori”.
Ci racconta tanto, tante cose: ogni strumento ha la sua storia, ogni luogo il suo aneddoto ed ogni brano un’intenzione e suggestioni, e sorprende e commuove e conforta tanto impegno, tanta ricerca, tanta grazia e tanta magica poesia in un tempo troppo veloce e approssimativo e superficiale e volgare.

Poi, si congeda: “grazie, e vedrete che fuori starà nevicando…”