Vita di Pi Recensione

di Michele R. Serra

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Vita di Pi – Recensione

A Hollywood ogni anno fanno un sacco di film: film poetici per bambini, film divertenti per ragazze, film tutti muscoli e niente cervello per trentenni mai cresciuti. Insomma, a ognuno il suo pubblico. Poi una volta ogni tanto ti capita sotto gli occhi un film che non sembra essere per nessuno, ma solo per il gusto di fare cinema. L’ultimo film di questo tipo che mi è capitato di vedere si intitola Vita di Pi.

Vita di Pi, e allora: chi è questo Pi? è un ragazzo indiano, un tipo un po’ strano, molto spirituale. Nel senso che Pi fin da bambino è molto interessato alla fede, cerca qualcosa in cui credere. Ad esempio è convinto che gli animali ospitati nello zoo di suo padre, che ne è proprietario e guardiano, abbiano un’anima. Lo legge negli occhi della tigre, che per uno scherzo del destino ha un nome da uomo: si chiama Richard Parker.

La prima mezz’ora di Vita di Pi sembra una tranquilla favoletta familiare, un racconto di formazione senza toni drammatici. Ma poi arriva il naufragio: Pi si trova solo, in mezzo all’oceano, su una piccola scialuppa. Con lui c’è solo un sopravvissuto, ma non è umano. E neppure particolarmente amichevole.

Eh già: un uomo in mezzo al nulla, alla deriva su una zattera, con unico compagno di sventure, una tigre del bengala. In effetti non è mica facile da credere. Eppure questo è il succo del romanzo opera dello scrittore franco-canadese Yann Martel, che il regista Ang Lee ha adattato per il cinema. E se vi state chiedendo come si fa a reggere quasi due ore di film con sullo schermo solo un uomo e una tigre in mezzo al mare, bè… Ang Lee dimostra ancora una volta di essere uno che non ha paura delle sfide, di essere un regista coraggioso.

Qua gira in 3D, e riesce a fare sì che gli occhialini non pesino affatto sul naso dello spettatore. Ma soprattutto riesce a tenere sempre alta la tensione e l’interesse, e questo nonostante tutto il film giri intorno allo stesso problema: come fa un ragazzo adolescente a sopravvivere in mare per 200 giorni, insieme a una tigre che lo vuole uccidere? Anche perché lui, la tigre, invece non la vuole uccidere: anche le tigri hanno un’anima, no? Forse.

A volte lo spettatore moderno, quello del 2012, si chiede. Ma a cosa serve il 3D? A cosa servono gli effetti speciali digitali? Bè, Ang Lee risponde a queste domande con Vita di Pi. Un film in cui animali digitali possono recitare in modo più realistico di quelli veri, un film in cui la terza dimensione serve. Anche se poi, alla fine, c’è poco più che un uomo, una barca e una tigre.