#vivi Storie di musica live

di Michele R. Serra

Storie di Smemo
#vivi – Storie di musica live

Siccome in questo momento storico i tatuaggi vanno molto di moda, hanno un po’ perso di significato: molti tatuaggi si fanno perché sono belli, e basta. Non è il caso di The Game: da quindici anni è un pezzo fondamentale sullo scacchiere del rap west coast americano, da qualcuno in più il ragazzo nato Jayceon Terrell Taylor si fa scrivere e disegnare sul corpo le cose importanti. Mica moda.

Ogni tattoo, un frammento di vita. Gli stessi che poi tornano nelle sue performance dal vivo, tipo quella del Fabrique di Milano.

Primo tattoo: Compton, la sua città. Torna almeno nel 25% delle canzoni. Del resto, se sei nato e cresciuto a 33 gradi di latitudine nord, 118 di longitudine ovest, appena a sud di Los Angeles, e fai rap, bè quella provenienza è già una garanzia di qualità. Compton ha appena centomila abitanti, piccola se confrontata con la megalopoli che gli sta sopra, ma per il rap è una capitale. Culla del gangsta, con Ice Cube, Dr. Dre e gli NWA, poi avanti fino a Kednrick Lamar passando per Dj Quik e mille altri. Per diventare qualcuno in mezzo a tutta quella competizione, devi essere bravo. Tipo Game: trentacinque anni, e ancora rimbalza sul palco come un ragazzino, incastra un pezzo dopo l’altro senza perdersi in troppe chiacchiere. Il locale non sarà pieno da scoppiare, ma i presenti si divertono un bel po’.

Secondo tattoo (in realtà sono due): Tupac e Eazy-E, miti del rap west coast dei Novanta. Game li chiama spesso dal palco, soprattutto il primo. Indica il cielo. Molti dei ragazzi che stanno a guardarlo hanno la metà dei suoi anni, ma capiscono e approvano. Alla faccia di tutta la retorica sulla memoria corta e l’ignoranza del pubblico.

Terzo tattoo: “G-Unot“. Un tempo sul braccio sinistro Game aveva il nome del gruppo di 50 Cent, la G-Unit. Poi l’amicizia si è rotta, e l’unità è diventata una guerra. Ancora oggi, anche a migliaia di chilometri di distanza dagli Stati Uniti, dal palco Jayceon scandisce quel nome; subito dopo, dalle casse del Fabrique risuonano colpi di pistola. Il messaggio è chiaro, e non è di pace.

Quarto tattoo (anche qui, in realtà sono due): Barack Obama e Trayvon Martin, il primo presidente nero e il ragazzo afroamericano – diciassette anni appena – ucciso senza motivo da un volontario dieci anni più grande di lui che faceva ronde nella cittadina di Miami Gardens, Florida. Da vedere insieme, perché ricordano il nuovo impegno politico di Game, che dopo anni passati ad agitare emblemi gangsta (ancora oggi non esce di casa senza il rosso simbolo dei Bloods) sta cercando – parole sue – “di raccontare la sua vita, ma anche di offrire un pensiero positivo a chi ascolta.” Così ecco l’adesione a battaglie sociali in America: l’ultima, la più importante, è quella di chi protesta contro la violenza della polizia e il razzismo dell’intero sistema giudiziario americano.

Game ricorda dal palco l’assassinio di Michael Brown, avvenuto nel Missouri proprio quest’estate, poi quello di Eric Garner a New York, e tutti gli altri casi che stanno provocando grandi manifestazioni in tutti gli Stati Uniti. L’applauso del Fabrique è sincero. Poi prova ad andare oltre, e propone al pubblico un die-in (lo stesso che aveva già messo in atto poche ore prima nel centro di Milano): tutti sdraiati per terra, come morti, per uno scatto da diffondere sui social network. Una forma di protesta simbolica che sta prendendo piede in molte città americane. Qui il risultato è un po’ a metà: difficile convincere qualche centinaio di ragazzi a mettersi sdraiati lì dove sono. Qualcuno non capisce, alla fine molti si limitano ad accovacciarsi. La foto forse non è venuta proprio come avrebbero voluto dal palco, ma il tentativo di far passare un messaggio più importante non è certo roba da poco. Poi il concerto continua – c’è Hate it or Love it, ovviamente – fino al finale con il palco riempito dal pubblico delle prime file. Dallo stesso palco si parla di pace e di violenza, di omicidi e di perdono, di orologi d’oro e povertà. Una musica fatta di contraddizioni, direbbe qualcuno. O forse semplicemente viva.

Chi: The Game
Dove: Fabrique, Milano
Quando: 6 dicembre 2014
Come: Organizzazione Barley Arts