#viviamaridi, le interviste: Caparezza

di Michele R. Serra

Recensioni
#viviamaridi, le interviste: Caparezza

#vivi – ai tempi della scuola
“Chiaro, uno mi vede sul palco e ha l’impressione di avere davanti un tipo… come dire, istrionico. Ma nella vita reale tendo a defilarmi, e a scuola tendevo proprio ad annullarmi, nel senso che mettevo la mia attenzione in quello che mi interessava, e quando qualcosa non riusciva a solleticare la mia curiosità, pensavo ad altro. Il che significa che ero piuttosto distratto. E a pensarci ero pure abbastanza sfigato: tipo che stavo al primo banco, ma alla fine non ero neanche così bravo… La conclusione è che la maggior parte delle cose che so le ho imparate in seguito, perché avevo voglia di conoscerle. La voglia di conoscere fa la differenza.

Sai, io sono cresciuo a Molfetta, che è un grande paese. Nel senso, non come quando dici “L’Italia è un grande paese”. Proprio un paesino, ma grande: sessantamila abitanti, ma con la mentalità di paese. All’ordine del giorno c’è il gossip: in giro si parla sempre di quelli che non ci sono. Ma questo succede in tutte le città, no? Di quel periodo, di quando ero piccolo, ricordo soprattutto che temevo i cosiddetti “dibusciati”, i ragazzacci, quelli che stanno in strada, quelli che ti menano. Non credo che sia cambiata molto la situazione, una volta ti menavano per un pacchetto di figurine, adesso sono passati alle bombe carta, ma insomma è lo stesso.”

#ama – il rap
“Il rap è entrato tardi nella mia vita… quando il rap italiano stava nascendo ero già adolescente, anzi tardoadolescente. Quindi bisogna considerare che prima di rimanere affascinato dal rap ascoltavo tutt’altro, e per tutt’altro intendo tutto quello che avanza: dal rock al trash alla musica disco. Poi è arrivato il rap e mi ha offerto un altro punto di vista. È stato davvero come trovarsi di fronte a una sorta di rivoluzione: io non sapevo nulla della cultura hip-hop che stava dietro al rap, ma ero affascinato dalla ritmica, dall’uso della parola. Mi interessava come mezzo, non mi interessava da dove venisse. E forse non m’importa neanche oggi. L’unica cosa che importa è potermi esprimere attraverso questa forma. L’ho sempre pensata così… e forse questa idea mi ha fatto compiere anche dei passi falsi. Ma alla fine, quando mi guardo indietro, l’unica cosa che penso è “come ho fatto a sopravvivere a tutto quello che mi è successo”?

Per me scrivere è un’esigenza, lo è sempre stata e ho decine e decine di nastri che testimoniano che ho sempre scritto e cantato, anche prima di sapere che sarebbe diventata una professione. A casa ho diari e agende piene di canzoni che ho scritto quando ero molto piccolo Quando ho voglia di scrivere scrivo, lo faccio per tirare fuori qualcosa, per fissare dei punti, lo faccio per me prima di tutto. È un po’ triste pensare che spesso quello che scrivo nasca da un disagio, da una riflessione stizzita sulla realtà… poi magari diventa una battuta ironica, diventa umorismo goliardico, ma l’origine rimane quella.

Io faccio in modo di farmi tornare la voglia di scrivere un disco, ecco perché passa tanto tempo tra un album e l’altro. Non potrei mai scrivere un disco in un mese.”

#ridi
“Credo che l’ironia sia uno dei mezzi più potenti per comunicare. Però sono molto selettivo nella ricerca di quello che mi fa ridere. Nei monologhi di George Carlin, ad esempio, c’è tutto il mio pensiero: non credo esista uno che sia capace di comunicare meglio il suo pensiero attraverso l’arma dell’ironia.
Io, personalmente, credo di averla usata in ogni tappa del mio viaggio… E se mi chiedi quale sarà la prossima, ti rispondo: spero sia lo spazio. Forse perché ho avuto un ritorno di fiamma nei confronti della fantascienza, che amavo tantissimo da ragazzo. Mi piacerebbe andare oltre il pianeta, oltre le nostre logiche, trovare altre forme di vita che ci permettano di dire davvero che la nostra vita è una cosa meravigliosa. Nel senso che ce lo dicono sempre, ormai è una frase fatta, ma che termini di paragone abbiamo per dire che la vita è davvero meravigliosa, la nostra?

… Intendiamoci, poi il fatto di usare l’ironia non ti solleva da ogni reponsabilità, se sei un cantante. Esiste la responsabilità della parola, nel momento in cui ti rendi conto che la tua audience è davvero varia, parte dai bambini piccoli e arriva agli adulti. Ma aggiungo un carico da cento: esiste anche una responsabilità dell’ascolto. Nel senso che anche l’ascoltatore deve essere critico, se no si arriva alla mitizzazione, all’infatuazione messianica, che è qualcosa di molto sbagliato. Bisogna essere anche ascoltatori consapevoli. Io capisco i giovani rapper che rifiutano ogni responsabilità riguardo a ciò che dicono nelle loro canzoni, perché questa cosiddetta “responsabilità” potrebbe trasformarsi presto in censura o autocensura…
L’unica cosa che non è giustificabile è la comunicazione “sbagliata” – qualsiasi cosa voglia dire, e qui bisognerebbe discuterne – quando è gratuita, quando è inutile. Ma sono convinto che il problema non esista, nel momento in cui c’è un pensiero dietro le cose che dici.”