Emmeline Pankhurst e la lotta per il voto alle donne

di Michele R. Serra

Rivoluzionari - Storie di Smemo
Emmeline Pankhurst e la lotta per il voto alle donne

(Illustrazione di Ana Sanfelippo)
 

Non so se è colpa di Mary Poppins, ma nella testa della gente l’immagine delle suffragette è stata spesso limitata a quella di un gruppo di simpatiche signore benestanti e protestatarie, quasi gente che usava l’attività politica per occupare il tempo. In realtà la storia della lotta per il voto alle donne è quella di una grande rivoluzione di civiltà, combattuta con sudore e sangue, con una chiara visione del futuro che volevano.

Oggi quel futuro è realtà: un presente in cui le donne occupano alcuni dei posti di potere più importanti d’Europa, e presto, chissà, anche quel simbolo assoluto per il mondo occidentale che è la presidenza degli Stati Uniti.

Ma se oggi esistono donne come Angela Merkel, ciò è possibile solo grazie alla decisione di un gruppo di altre donne che nell’Europa di inizio Novecento hanno lavorato per prendersi quella parità che – come per un inspiegabile maleficio – era loro negata da lungo tempo. Donne come Emmeline Pankhurst.

La lotta di Emmeline Pankhurst

“Sono qui come un soldato, temporaneamente in licenza dal campo di battaglia, per raccontarvi com’è una guerra civile combattuta dalle donne.”

Soldato, battaglia, guerra. Queste sono le parole pronunciate da Emmeline Pankhurst durante un discorso pubblico nel 1913, nel pieno della sua personale guerra politica e sociale per cercare di far ottenere il voto alle donne nel suo paese, quell’Inghilterra che da un paio di secoli era diventata monarchia costituzionale governata da un parlamento, e da un paio di decenni aveva concesso il voto a tutti i suoi cittadini. Maschi.
Alle donne restava il lavoro, anzi, lo sfruttamento. Perché questo era il sistema lasciato in eredità alla società inglese dal lungo regno della Regina Vittoria. Ma Emmeline Pankhurst non era disposta ad accettare un tale status quo. Forse perché figlia di una famiglia già politicamente molto impegnata, forse perché figlia di Manchester, città industriale nella quale molte donne lavoravano come e più degli uomini, senza avere in cambio alcun diritto: per Emmeline la lotta politica era naturale come respirare. Anche il suo primo amore, Richard Pankhurst, era un avvocato che si batteva per i diritti delle donne. Quando lui morì, nel 1898, Emmeline si buttò con ancora maggior vigore nella sua lotta.

Emily Davison e le altre suffragette

La lotta non fu certo semplice: le suffragette del Women’s Social and Political Union fondato da Emmeline Pankhurst mettevano in scena dimostrazioni violente, rompevano vetrine, appiccavano incendi. Una volta arrestate, si rifiutavano di mangiare, e venivano sottoposte ad alimentazione forzata. Molte rimasero ferite o uccise dalle cariche della polizia, durante le dimostrazioni. L’immagine più forte di questa lotta rimane quella di una delle più determinate alleate di Emmeline Pankhurst, Emily Davison. Fu lei a lanciarsi contro il cavallo di re Giorgio V durante la corsa più importante del regno, quel derby di Epsom che ai tempi in Inghilterra era seguito quanto oggi una finale di Champions League. Emily voleva agganciare la bandiera del voto alle donne al cavallo, ma venne travolta e uccisa dall’animale in corsa. Il re non si preoccupò di lei, ma solo del suo cavallo e del fantino che lo montava.

In effetti Emmeline Pankhurst e le sue suffragette non si fermarono. Fino a quando, nel 1928 il parlamento inglese dichiarò il suffragio universale esteso a tutte le donne che avessero compiuto 21 anni. Lei morì due settimane dopo, come se il suo compito su questa terra fosse ormai finito.