Willie Peyote con “Iodegradabile” ci fa muovere culo e cervello

di Laura Giuntoli

Le Smemo Interviste - Senza categoria

Sapessimo il tempo che resta, sapremmo davvero usarlo meglio?

Da questo dubbio amletico nasce “Iodegradabile”, l’ultimo album di Willie Peyote, al secolo Guglielmo Bruno. Il rapper torinese ha lo sguardo di chi, in un’epoca velocissima scandita da tweet e skip, si ferma a guardarsi intorno. E la voce di un “nichilista, torinese e disoccupato perché dire rapper fa subito bimbominkia e dire cantautore fa subito festa dell’unità”, come recita la bio del suo profilo Instagram. Il risultato è una tracklist travestita da scontrino fiscale, perché ormai siamo tutti in vendita, che fa un ritratto quasi antropologico dell’Italia, spaziando dal razzismo alle fake news, dagli haters alla caducità dell’amore. L’album, suonato dal vivo e prodotto a Torino da Frank Sativa, già al fianco di Willie Peyote nei lavori precedenti, vede ancora una volta il sodalizio artistico degli ALL DONE. Sarà per questo che quando ascolti “Iodegradabile” il culo si muove. E il cervello pure. Lo abbiamo intervistato.

Nella copertina del disco c’è la tua faccia incelofanata come fosse una bistecca. È un manifesto programmatico?

Iodegradabile parla di quanto siamo tutti in vendita, di quanto la musica e le relazioni oggi si consumino più in fretta. Per rendere questo concetto di vendita massiva da supermercato e di scadenze a breve termine con i grafici di EBLTZ ci siamo ispirati all’opera Fresh Meat di Sadler, che riassumeva perfettamente ciò che volevamo dire.

E infatti tema portante del disco è “il tempo e il rapporto dell’uomo con esso”, come recita l’Intro dal sapore retrò, il brano strumentale che introduce all’ascoltatore sia i contenuti che le atmosfere sonore del progetto musicale. La domanda che poni è: “sapessimo il tempo che resta sapremmo davvero usarlo meglio?”. Hai trovato una risposta?

In realtà non è importante dare una risposta a quella domanda lì, ma farsi la domanda. Ci sono domande alle quali non serve rispondere, ma bisogna farsele per cambiare il proprio percorso. Nell’intro c’è una citazione delle “signorine buonasera”, le annunciatrici televisive che fino agli anni 90 scandivano i palinsesti (ndr: il sound del disco si avvicina molto alle atmosfere elettroniche e rock anni 90).

Mostro è il pezzo più politico dell’album. Il focus è sul governo precedente, quello gialloverde, e il tema centrale è il nostro approccio con l’informazione, o meglio con la disinformazione e con le fake news. Siamo sempre alla ricerca di un capro espiatorio, di un “mostro da sbattere in prima pagina” a cui imputare tutti i nostri problemi. Adesso il governo è cambiato, il pezzo resta valido?

Certo che è valido, è cambiato il governo ma non è cambiato l’elettorato. E non abbiamo votato per cambiare questo governo. Anzi, vedendo quello è successo in Umbria con le elezioni regionali in realtà quell’elettorato è assolutamente presente ed è ancora più forte. Non è cambiata la situazione sociale ma solo quella politica all’interno del Palazzo. Le fake news esistono, come esistono ancora la rabbia e l’odio sfogati sui migranti.

A proposito di odio sfogato sui migranti,  Io non sono razzista ma… dell’album Educazione Sabauda è uno dei brani che più ti ha fatto conoscere dal pubblico. Anche in quel caso affronti temi sociali importanti, però il pezzo è super divertente e si balla un sacco. Pensi che in questo modo i concetti arrivino meglio? 

Anche in questo disco il tentativo è il medesimo: far muove il culo e il cervello contemporaneamente. Siamo convinti che si possa fare. Da giovane andavo ai concerti di I Rage Against the Machine, dei Subsonica, dei 99 Posse: gruppi che riuscivano a fare questa sintesi fra divertirsi, muoversi e ragionare, sentirsi parte di qualcosa. Questo è quello che abbiamo cercato di fare con Iodegradabile.

Nel disco, oltre alla politica, affronti anche l’amore, ma da un’angolazione diversa dal tuo solito. L’amore quello con gli occhi a cuoricino, ma che poi è destinato a finire, come in La Tua Futura Ex Moglie e Semaforo. Non è che per caso ti sei innamorato?

In passato ho sempre scritto alla fine di una relazione, mentre questa volta l’ho fatto durante. Non vedo perché mentire a chi mi ascolta: ho raccontato il periodo in cui ho cercato di costruire una relazione vera e stabile con una persona, che poi è la protagonista di entrambe le canzoni. Sono cresciuto, sono cambiato, non vivo una relazione d’amore solo come “due cuori e una capanna”, ma se uno è innamorato non vedo perché debba nasconderlo.

In “Catalogo” parli del rapporto tra ego e social media. I social ci hanno messi in vendita, come se fossimo merce su un catalogo, sempre a caccia di recensioni positive. Tu che rapporto hai con i social?

Con i social ho un rapporto conflittuale: sono mezzi di comunicazione importantissimi ma io li uso soprattutto per diffondere la mia musica, ho la fortuna di doverci stare per lavoro come Willie Peyote e non come Guglielmo. Questo mi salva da tutta una serie di meccanismi, tra cui l’essere in vetrina, perché in vetrina c’è il mio alter ego artistico, e questo è alienante fino a un certo punto. Detto ciò, mi guardo intorno e cerco di capire che rapporto hanno gli altri con i social.

A proposito di social, com’è la vita di un artista che oggi si espone su temi politici e sociali come fai tu? Hai ricevuto delle critiche sui social? Che rapporto hai con gli haters

Con gli haters non ho nessun rapporto. C’è qualcuno che si è lamentato sulla mia presa di posizione su temi politici, ma è libero di farlo come ritengo di essere libero io di prendere una posizione. è il gioco delle parti e va bene così. Non ho preso così tanti insulti come si penserebbe, peccato perché forse vorrebbe dire che la cosa sta venendo fuori molto di più (ndr ride). Però il confronto lo cerco spesso e lo affronto volentieri, anche con chi ha idee opposte alle mie. Finché non si trascende con i toni mi sta benissimo anche chi la pensa diversamente da me.

Dal punto di vista musicale mescoli rap, swing, rock e sonorità elettroniche in modo sempre nuovo. Come fai?

Lavoro con un team di persone e ognuna di loro mette sul piatto le sue esperienze e i suoi gusti, così riusciamo a tirare fuori sempre cose nuove e diverse. Abbiamo proprio quest’esigenza qui, di non fare due volte lo stesso brano e di non far suonare il disco tutto uguale, perché ci annoierebbe. Questa non è una risposta che ti posso dare da solo, perché sotto l’aspetto musicale si tratta di un lavoro collettivo. Posso dirti che grazie all’esperienza di tutti gli altri si riesce a fare questa amalgama di diversi generi. Io ci metto i testi, quindi si parte dal rap, perché il rap si può fare su tanti generi e si adatta bene a varie situazioni.

È vero che noi italiani siamo razzisti?

Lo siamo stati, e lo siamo ancora. Io vengo da una città (ndr Torino) dove c’erano i cartelli con scritto “Non si affitta ai meridionali”. Abbiamo attraversato diverse fasi di razzismo, anche interno tra nord e sud. Il razzismo esiste dappertutto, in America e nelle grandi democrazie occidentali, in Francia. C’è sempre stato e sempre ci sarà, come esisterà sempre la paura del diverso, soprattutto nei momenti di crisi, quando si acuisce la rabbia. Siamo un paese razzista come lo sono molti altri paesi che fanno finta di essere illuminati.

E i più giovani come vivono il razzismo secondo te? Penso al dibattito sullo Ius Soli e sulle seconde generazioni.

Loro forse saranno meno razzisti, perché perché l’integrazione non si dichiara, si fa vivendola sul pianerottolo di casa con persone che sono diverse da te, con l’abitudine e non con le parole. Se ne parla sempre troppo e si pratica poco. Se le persone convivono con gli stessi problemi, la stessa casa, la stessa via, la stessa vita, saranno meno razzisti dei loro nonni. O almeno, ce l’auguriamo.

Quali sono i tuoi mai senza?

Le sigarette, purtroppo. Bere alcol quando mangio. E poi, non posso fare a meno di pensare, di avere dei dubbi. Queste sono le cose che non devono mai mancare. Posso stare senza musica, ad esempio. Ma non posso stare senza il cervello che si muove.

BIO

Willie Peyote, pseudonimo di Guglielmo Bruno, nasce a Torino nel 1985 da padre torinese di Barriera e madre biellese. Il suo nome d’arte unisce Wile E. Coyote con il peyote, pianta allucinogena proveniente dall’ America settentrionale. Willie è un riferimento al suo vero nome, Guglielmo.  È considerato una delle figure più interessanti e innovative della scena Indie italiana contemporanea. Nel 2011 pubblica il suo primo album solista, “Il manuale del giovane nichilista”, che già dal titolo suggerisce la sua visione del mondo e il suo modo di comunicarlo ai suoi ascoltatori, condensato in un provocatorio mix di cinismo, autoironia e denuncia sociale.  Due anni dopo, nel 2013, esce “Non è il mio genere, il genere umano”, che sembra riconfermare il suo pseudo-pessimismo antropologico Nel 2015 pubblica per ThisPlay Music “Educazione Sabauda”, disco che lancia definitivamente Willie.  L’album è costellato di citazioni più o meno dirette, rivolte ai grandi nomi del rap, del rock e della canzone d’autore (Cypress Hill, The Clash, Francesco Guccini), tanto che si chiude con un testo intenso e poetico “(E allora ciao)” in cui viene citato Luigi Tenco. Particolare attenzione ha suscitato la canzone “Io non sono razzista ma…”, contenuta nell’album, che è stato eseguito il 23 aprile 2017 nel programma televisivo Che tempo che fa presentato da Fabio Fazio. Il 6 ottobre 2017 esce “Sindrome di Tôret”, prodotto da 451. Il disco, che secondo Willie è la coniugazione ideale dei suoi due istinti musicali, quello rock e quello hip-hop, è stato accolto molto positivamente. Nel 2018 esce “8” dei Subsonica, contenente una collaborazione di Willie Peyote che canta nel brano “L’incubo”, pubblicato come singolo l’8 marzo 2019. Il 25 ottobre 2019 esce il suo nuovo progetto discografico, “Iodegradabile”, anticipato dal singolo “La Tua Futura Ex Moglie”, che ha ottenuto un ottimo riscontro sui principali network radiofonici.