Wu-Tang Clan a Milano

di Michele R. Serra

Recensioni
Wu-Tang Clan a Milano

EPISODIO 1:

Wu-Tang Clan

Milano, Ippodromo del Galoppo

Sabato 13 Luglio

Per andare a Staten Island si prende un traghetto che salpa dalla punta meridionale di Manhattan: parti circondato dai grattacieli costruiti con i fiumi di denaro mossi dalla borsa, il ferry si muove piano, sfiora Liberty Island e la statua, ma non si ferma. Arrivati dall’altra parte della baia il paesaggio cambia: case basse, più verde rispetto alla media newyorchese, ma francamente è difficile che un turista trovi granché da vedere. La città che tutti desiderano è vicina, eppure altrove.

La musica del Wu-Tang Clan è figlia anche di quella distanza, dell’essere a un passo dalla scena che conta: quella distanza che ha permesso loro di rimanere musicalmente indipendenti, un mondo a parte; di coltivare ossessioni personali, uniche. Il rap da classifica nei primi anni Novanta era soprattutto quello della costa ovest: Dr.Dre, Tupac, Snoop Dogg avevano spostato il centro di gravità dell’hip-hop in California, ma dal 1993 le cose sarebbero cambiate. Tutto grazie all’esordio di quel gruppo di Staten Island, arrivato nei negozi americani a novembre, mentre il gelo stringeva come ogni inverno la baia di New York.

Enter the Wu-Tang: 36th Chambers era un disco di rap diverso dal rap che aveva scalato le classifiche in estate. Non si apriva con strumentali o rime d’attacco, ma con un dialogo tratto da un vecchio film di kung-fu, di quelli prodotti a Hong Kong dai celeberrimi Shaw Brothers tra i Settanta e gli Ottanta. RZA – che aveva debuttato come rapper solista con l’etichetta Tommy Boy un paio di anni prima, per poi essere scaricato in favore degli House of Pain – aveva costruito l’intero album come un viaggio attraverso quei film che amava: ogni brano era scandito da un estratto, da una frase che estrapolata dal contesto prendeva un significato nuovo e diverso dall’originale. Idea neanche male, ma sarebbe stata niente senza le canzoni. Per fortuna quelle non mancavano: i beat erano ipnotici, duri, incazzati, a volte pieni di tristezza, emozionanti. Sopra ci cantavano Method Man, GZA, Raekwon, Ghostface Killah, Ol’Dirty Bastard, Inspectah Deck: MC diametralmente diversi l’uno dall’altro, in competizione continua, eppure capaci di suonare come una squadra. Quasi un miracolo.

E in effetti lo era, se ha convinto perfino ragazzini da questa parte dell’oceano a procurarsi dischi, cd, cassette, in un’epoca in cui né internet né i masterizzatori erano diffusi, e l’hip hop in Italia era tutt’altro, rispetto a quella roba lì. Ma la musica era affascinante, anche se capivi metà delle parole (e quelle che capivi, mica riuscivi a metterle insieme). Era un esercizio di comprensione da sviluppare nel tempo, eppure qualcosa passava fin dal primo ascolto.

Vent’anni dopo il Wu-Tang Clan riporta in tour quel disco straordinario: forse gli anni avranno appesantito qualche rapper, ma anche solo metà della magia di quell’esordio dovrebbe bastare a riempire uno stadio. Alcuni dicono che chi ascolta rap oggi, neppure sa cosa sia il Wu-Tang Clan.

Mah. Impossibile.