X-Men: Dark Phoenix non è così cosmico

di Michele R. Serra

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X-Men: Dark Phoenix non è così cosmico

X-Men: Dark Phoenix racconta tante cose sul momento vissuto dal genere più redditizio del cinema americano, cioè quello supereroico, l’architrave che sostiene il sistema dei grandi studios grazie agli incassi milionari. Perché è un film sospeso tra quello che questa industria-nell’-industria è stata e quello che vuole diventare, grazie alla via tracciata dai Marvel Studios.

Dark Phoenix è l’ultimo film degli X-Men a essere prodotto dalla 20th Century Fox e a svolgersi in un mondo a parte rispetto al resto dell’universo cinematografico Marvel. La storia è risaputa: alla fine degli anni Novanta l’industria del fumetto statunitense entra in crisi, e la Marvel è costretta a vendere i diritti di sfruttamento cinematografico dei suoi personaggi a diverse case di produzione. Nella diaspora, gli X-Men finiscono nelle mani della Fox insieme ai Fantastici Quattro.

Fast Forward al 2019, ed ecco che il più grande gigante dell’intrattenimento contemporaneo, la Disney, si è comprata sia la Marvel che la Fox. Quindi a partire dal prossimo film gli X-Men entreranno a far parte della saga Marvel ufficiale (a.k.a. MCU), quella che comprende i film degli Avengers e che si è trasformata nella più incredibile macchina da soldi dello spettacolo americano. Ripartiranno da zero con nuovi attori, e consegneranno al dimenticatoio i film a marchio Fox degli ultimi vent’anni. Per i quali, però, questo Dark Phoenix è a tutti gli effetti un Endgame, un gran finale. Ma capite bene che, a causa di questi intrecci industriali, si presenta alla partenza già con un handicap.

Dark Phoenix è dunque l’ultima puntata di una storia che si sta già evolvendo in qualcosa d’altro e diverso. Allo stesso tempo, rappresenta esattamente la concezione del film supereroico che avevamo fino a qualche tempo fa, cioè un film puramente/semplicemente ispirato a una storia a fumetti. Quella di Fenice Nera è infatti una delle saghe più famose della Marvel degli anni Ottanta, l’ultima fase gloriosa per quel che riguarda il fumetto supereroico in America, prima dela sopracitata caduta. Opera di Chris Claremont, un autore diventato sceneggiatore di fumetti per caso, quando era solo un ragazzino, ma che voleva scrivere film per Hollywood. Infatti i suoi fumetti erano quanto di meno supereroico si potesse pensare: i personaggi scritti da Claremont parlavano tantissimo, spiegavano le loro motivazioni, evolvevano la loro personalità numero dopo numero. E l’azione, quando arrivava, era grandiosa, proprio perché era stata preparata da pagine e pagine di racconto.

Dark Phoenix nei fumetti era una saga meravigliosa, ogni colpo di scena preparato con cura. Dark Phoenix al cinema è per forza di cose una riduzione, una versione light che difficilmente può soddisfare chi ricorda il fumetto. Temo però che non riuscirà a conquistare neanche il pubblico casuale, ormai avvezzo a un più alto livello di grandiosità produttiva. Non che sia un brutto film di supereroi, davvero… ma anche i supereroi stanno cambiando, e Dark Phoenix sembra rimasto un po’ indietro.