Smemopedia dei fumetti: X-Men

di Michele R. Serra

Smemopedia del fumetto - Storie di Smemo

Nel settembre del 1963 New York brulicava di artisti. Non c’erano solo i grandi poeti, gli scrittori, i musicisti del revival folk come Bob Dylan… In quella New York c’erano anche altri tipi di artisti. Artisti che non si consideravano tali, al massimo artigiani, e che mettevano le loro penne e le loro matite al servizio dell’industria editoriale. Mica per scrivere il grande romanzo americano che sarebbe stato ricordato nei decenni a venire, ma semplice materiale di consumo, giornaletti da comprare, leggere e dimenticare: insomma, i fumetti. Due di quegli artisti-non artisti si chiamavano Stan Lee e Jack Kirby, e nel settembre 1963 lanciarono due nuovi fumetti pubblicati dalla giovane casa editrice Marvel Comics. Due supergruppi: da una parte i Vendicatori (Avengers in originale), dall’altra gli X-Men.

Gli X-Men, il contrario degli Avengers

Gli Avengers erano il simbolo stesso del progetto editoriale Marvel: un universo unitario in cui far muovere tanti personaggi che potevano incontrarsi e vivere fantastiche avventure insieme. Gli X-Men invece non erano frutto dell’unione dei più grandi eroi del mondo Marvel, ma un gruppo di outsider nato dal nulla, e assomigliavano più alla versione triste degli Avengers. Eh già, perché ai loro poteri si accompagnava un certo grado di disabilità: il loro mentore, il Professor Xavier, era sì un potentissimo telepate, ma anche costretto su una sedia a rotelle; Ciclope poteva sparare raggi potentissimi dagli occhi, ma non poteva mai togliere i suoi occhiali contenitvi, altrimenti avrebbe colpito tutti i suoi amici.

Un simbolo della lotta delle minoranze

Ma oltre a questi, c’era un ulteriore problema. Il problema vero degli X-Men era la loro natura: non erano umani, bensì mutanti. E questo li faceva guardare con sospetto da quella stessa società che difendevano combattendo i cattivi.

Gli X-Men erano uomini parte di una minoranza considerata diversa dalla società. Erano guidati dal professor Xavier, un uomo buono che professa la non violenza, e accetta l’uso della forza solo per difendersi. Ma subivano il fascino di Magneto, che a loro diceva: “gli umani normali ci odiano, perché ci temono. Noi dobbiamo cambiare questa situazione e prendere il potere, in ogni modo. Perché abbiamo un fine che giustifica i mezzi.” Sarà stato un caso, eh, ma proprio nel 1963, lo stesso anno in cui Stan Lee e Jack Kirby inventarono gli X-Men, il movimento per i diritti civili dei neri in America si divideva tra i seguaci di Malcom X e quelli di Martin Luther King, che proprio un mese prima dell’uscita degli X-Men aveva pronunciato il suo discorso più famoso.

X-Men: sempre diversi, sempre uguali

Nel corso degli anni, gli X-Men sono cambiati, sono diventati una delle testate più vendute della Marvel, sono stati trasformati in film, cartoni animati, merchandising venduto in tutto il mondo. I membri della squadra sono cambiati, sono stati creati altri gruppi, nuove generazioni di mutanti, universi paralleli. Ma non hanno mai abbandonato quel sottotesto iniziale creato da Lee e Kirby: il discorso sull’intolleranza, una delle prime crepe sulla superficie della società americana a essere rappresentate in un fumetto Marvel.

Se negli anni Sessanta la Marvel era quanto di più moderno ci potesse essere nel fumetto mainstream, gli X-Men erano l’avanguardia di quel discorso. E se ancora oggi alcuni dei loro titoli sono stabilmente nella top 5 dei fumetti più venduti in America, significa che quel discorso non è ancora chiuso.