Young Fathers White men are black men too

di Michele R. Serra

Recensioni
Young Fathers – White men are black men too

Non credo che possa esistere un gruppo più contemporaneo degli Young Fathers. Prima di tutto perché si tratta di un gruppo scozzes-nigerian-libanese – perché queste sono le terre d’origine dei tre componenti del gruppo – e quindi già di per sé di un riflesso del megamix culturale di questi tempi. Tempi di remix e di crossover, si dice, che poi sono termini perfetti anche per la loro musica. Cioè, se ascolti la prima canzone del loro nuovo disco, è già chiaro che non riesci a definirla tanto bene. Cioè, è musica pop, ma è un po’ troppo sporca per essere davvero roba ad alta rotazione nelle radio. E del resto un gruppo che ha vinto il Mercury Prize (il premio più prestigioso della musica inglese) con un album che fino al momento della vittoria aveva venduto qualcosa come tremila copie, non esattamente un bestseller, non può essere giudicato con i classici canoni del pop. Eppure la loro è musica pop, in qualche modo. Solo, pop molto contemporaneo. E anche un po’ pazzo.

Ci sono gruppi che hanno un suono che li caratterizza, uno strumento usato in modo diverso dal solito, o magari un particolare uso del feedback… nel caso degli Young Fathers è una specie di ronzio di fondo, prodotto dai sintetizzatori ipervintage di Graham Hastings detto “G”, la parte scozzese della band. Che vi piaccia o no, è inconfondibile.

Gli Young Fathers non ci piacciono perché dentro le loro canzoncine sporche nascondono messaggi politici, non perché riescono a trasformare idee retro in un suono nuovo, non perché sono stilosi, non perché riescono a tenere insieme il fare festa e l’idea che in qualche modo la morte sia dietro l’angolo, anche se hai vent’anni. Ci piacciono per tutte queste cose insieme, e per il fatto che scrivono grandi canzoni. So che ci sarebbe bisogno di un’analisi più approfondita, ma per adesso va bene così.