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I migliori indie del 2017

di L'Alligatore
| News | Musica | Dalla palude dell'Alligatore | 0 commenti

L'anno appena passato ci ha portato un sacco di musica nuova. Altro che X Factor

Si è chiusa un’annata musicale, e noi ripensiamo a quanto abbiamo ascoltato nella palude dall’Alligatore nel corso di tutto il 2017. Come sempre musica underground, giovane, italica. 
Riascoltiamoli, rivediamoli, rigodiamoceli.

Ant Lion con “A common day was born”, (La genesi di un giorno comune), vogliono raccontare quello che c’è dentro, quello che c’è dietro, per stimolare un pensiero nuovo, per vivere con stupore ogni giorno. Dieci pezzi che mantengono quello che promettono, dall'iniziale "No belly", saltellante/scampanellante psycho-noise con il giusto ritmo, la giusta acidità e una voce di donna meravigliosamente inquietante (quella di Isobel Blank, autrice dei testi) alla conclusiva nonsense "Spring doesn't Fall", che chiude in maniera dilatata/dilatante questo lavoro perturbante. In mezzo pezzi onirici come "Last day of night", con un organo commovente e la voce impertinente, "Stay dog, still god", psichdelia pura con un coretto che non si scorda tanto facilmente, l'ipnotico e coinvolgente punk-rock di "Ashtray's anarchy", che sembra un classico al primo ascolto …
Belli, dannatamente belli, mi hanno conquistato fin dalla fumettosa copertina.

 


Droning Maud con “Beautiful Mistakes”, fanno un lavoro soave, semplice e diretto, quanto intenso e stratificato. Otto pezzi facili, ma allo stesso tempo elaborati, di nuova elettronica italica aperta al mondo. Come i colori e i segni della perfetta copertina, i suoni e le parole di questo “meraviglioso errore”, danno forma a un mondo. Con “Some Call Love” iniziano in modo impeccabile, pop elettronico dal sapore internazionale con voce ispirata e chitarre che restano nel cuore, come quelle di “On the Corner”, malinconico pezzo corale, o di “Dust”, carezzevole e dai cambi di ritmo, con la band a suonare come un solo uomo. Ma la canzone più rappresentativa dell’intero album è “Storyteller”, un brano per nulla improvvisato, un brano che viene da lontano, una storia da raccontare con voce, piano, ritmo, elettronica.
“Beautiful Mistakes” è un viaggio onirico al centro dell’uomo; per chi si accontenta di un’etichetta, diremo: Indietronica.
 

 

Band Bunker Club con “È da troppi giorni che non prego” hanno creato un mantra alternative-pop in salsa elettronica, che non sentivamo dai tempi dei CSI o di Battiato o dei Diaframma, giusto per fare dei nomi. Nove brani psichici, in grado di entrati nel cervello con i loro testi apparentemente facili e di non uscirne più. La title-track per prima, messa non a caso ad inizio disco, un cantautorato moderno molto elettrificato, ma anche “Quando tutto riaccadrà”, per la semplicità, il gran ritmo, la voglia di raccontare l’oggi con parole giuste, ma anche “Fare e meno di me”, suggestiva nella musica quanto nel testo che rimane a lungo nella testa. Plauso a “Immagini di me e di te”, canzone d’amore senza rime baciate, molto primi La Crus.  
Questi tre coloratissimi piemontesi fanno spettacoli unici, da vedere oltre che sentire: Francesco, cantante e chitarrista si alterna al synth con la danzatrice Irene, mentre Betta è da sempre al basso.

 



Massimo Donno e la sua banda, una banda musicale di venti elementi a suonare questo disco intenso, ricco, stratificato. “Viva il Re!” pezzo messo in testa, è un chiaro omaggio a Dario Fo e alla sua mitica “Ho visto un Re”, solo che ora il re, per Donno, sono i social, felici di vederci distratti e felici idioti a condividere le nostre povere vite. Una riflessione forte, da cantautore classico pensante, condita di fiati e invettive. Maestoso è il pezzo seguente “Roma (F.Fellini)” cantato a due voci con Lucilla Galeazzi e la band in gran spolvero per un testo suggestivo omaggio alla città eterna. Clarinetto protagonista in “Amore e marchette” e nella filastrocca folk-rock da cantautore boccaccesco “Il mio compleanno”.
Lavoro curato nei minimi dettagli, come ci ha da sempre abituati la Squi[libri], qui a produrre insieme a Visage Music, con un bel libretto interno dedicato alle bande.


SKoM con “Chi odi sei” hanno fatto il disco più vibrante e caldo dell’anno. L’Odissea come pretesto per parlare del mondo circostante, dell’odio sotto molte forme, tramite un psych-pop-pop davvero trascinante. Da “Polifè”, possente punk-rock dal cantato dionisiaco di Gianluca a “Motsu Zai O Ku Kai”, storia torbida e danzereccia interpretata ironicamente da Ester, la mia coda non riesce a stare ferma. Come del resto nei pezzi cantati in siciliano da Simona Norato dei Caminanti, band che accompagna Cesare Basile, o in “Nausicaa”, con Ester e Gianluca  ad alternarsi nel cantato, suggestioni elettroniche, sarcasmo e sensualità mediterranea.
In copertina sei chiodi arrugginiti, ripresi per caso dalla regista per il video “Circe”, che hanno fatto pensare ai tre SKoM a un disegno preciso, trovando così titolo e copertina dell’album: chi-odi sei.

 


Edoardo Baroni è un nuovo cantautore romano che si propone con la fresca semplicità dell’album “Il momento di pensare alla cose”. Un esordio ironico e autentico come la foto che ritrae Baroni stesso sulla copertina. Il titolo è preso in prestito da una delle frasi finali di “Into the Wild” libro-culto, poi film di Sean Penn, che rifletteva sulla rottura tra società e natura. Qui Baroni pensa, più borghesemente, al momento di crescere, entrare nella società e essere produttivi. Così la title-track dal testo minimalista e l’elettronica in evidenza, così “Pazzo”, intimo voce/piano per raccontare la propria estraneità dal mondo, così “Germania”, che racconta con le parole pesate lo smarrimento di una generazione intera. La chiusura, “Sempre così”, è sbarazzina, da cantautori di oggi, disincantati, tra voce, chitarre e coretti.
A me è piaciuto, vediamo il seguito.
 

 

Bushi, che in giapponese significa il praticante del Bushido, ovvero il Samurai, è un nuovo progetto sonoro hard-rock, di quelli che spaccano dentro e fuori, partorito dalle menti vibranti della Dischi Bervisti (Bologna Violenta, di Manzan, per capirci). Un power-trio con musicanti provenienti da diverse esperienze del rock più autenticamente estremo, qui riuniti in questo folgorante omonimo esordio. Un disco da ascoltare come un’unica composizione, dalla quale emerge “Rolling Head”, ad aprire le danze con un ritmo insistente, un cantato corale per un pezzo alternative fino al midollo, “The Book Of Five Rings”, pompante ponte tra il math-rock e il jazz più sperimentale, “Death Poems”, dilatato/dilatante finale dell’album con chitarre gajarde.
Altro che suicidio dei Samurai, qui sono vivi e vegeti, come ci si aspetta dal vero indie-rock!

 



Giovanni Succi all’esordio solista con questo “Succi con ghiaccio”, dopo i diversi dischi targati Bachi da Pietra, gran nome dell’underground europeo. Rock surreale uscito con Ala Bianca Group/La Tempesta e in edizione limitata in 300 copie numerate a mano con la mitica Tannen Records. Un lavoro originale che si ascolta tutto d’un fiato dall’iniziale “Artista di nicchia”, dove si presenta direttamente come un Carmelo Bene dei nostri giorni, al finale rock “Con ghiaccio”, perché l’amaro si scoglie nel giaccio, e l’amaro “sono io”, mi ha detto scherzando. Ma forse non scherzava, se ascoltiamo “Bukowski”, racconto pieno di sarcasmo su quando, negli anni ’90, fece Bukowski (ma andò male, per colpa di collaboratori poco coraggiosi e pretenziosi), “Il giro”, ennesimo mitico omaggio al ciclismo che fa venire in mente la “Bartali” del suo conterraneo Paolo Conte, “Remo” erotico/eretico senza dimenticare ritmo e ironia.
Cercate di prenderlo vivo, possibilmente con ghiaccio.

 



Le Furie con il recente “Il futuro è nella testa” hanno fatto un piacevole e tipico disco da cantautorato anni zero, da Le Luci della Centrale Elettrica ai Fast Animals And Slow Kids, per intenderci. Dieci pezzi apparentemente facili per questo loro secondo cd. Dieci pezzi intensi e dinamici, da “Artisti da fast food” con magico intro di chitarra per narrare la nostalgia degli anni ’60 (quando si aveva un nemico da battere, c’erano gli intellettuali, Tenco, Pasolini, gli Stones …) al finale “Il futuro è nella testa”, piena di sarcasmo rock, che scoppia (nella testa) a furia di reprimere i sogni. Sogni, che vanno cercando anche nel viaggio di “Questo nostro continente”, dallo stupendo inizio voce/piano, con un testo surreale, magico, oppure in “Caterina”, dal gran ritmo per cercare di raccontare la bellezza delle scoperte del sesso.
Dieci canzoni dove si ritrova pienamente il piacere di leggerne il testo, anche senza musica. Musica fondamentale, s’intende, in questo disco della rabbia giovane.
 

 

Non Giovanni, è tornato con un secondo disco più rilassato e pacificato dell’esordio “Ho deciso di restare in Italia” del 2014, emblematicamente intitolato “Stare bene”. Uscito ancora una volta con la sofisticata Irma Records di Bologna, l’album è costituito da dieci tracce di cantautorato pop che sembrano leggere, ma invece lasciano il segno. Come la quasi title-track “Stare bene con te”, pop elettrico e colorato sull’amore e la decisone di mettere al mondo un figlio, come “Erasmus”, ispirato da “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam, ironico e disincantato pezzo sul bisogno della pazzia per vivere oggi (ma anche ieri), come “Piccola te”, romantico, dolce, ottimista, quasi jovanottiano con la sua recente paternità al centro di tutto … poi “Dan Brown” e “Dan Brown – radio edit”, singolo che apre e chiude il disco in maniera elettrizzante, facendoti stare bene.
 

 

Luciano Panama cantautore siciliano, all’esordio con “Piramidi”, primo disco solista dopo i due usciti come leader degli Entourage. Un rock-blues dal piglio cantautorale, che sale dritto come i palazzoni della copertina (è la città di Panama), come le piramidi del titolo. L’album il ragazzo l’ha pensato nel corso degli ultimi due anni, progettato nel suo YouthStudio, ora lo propone anche dal vivo. La struttura è solida e brilla in punta con “Messina guerra  e amore”, una canzone intima, dedicata alla sua città dalle chitarre soffici e decise, un gran sfavillio di archi (il contrabbasso, studiato, da autodidatta negli ultimi anni). Poco prima di questa “Hey My (all’improvviso)” rock-blues dal gran ritmo per una meta-canzone sulla musica del diavolo arricchita da una tromba insidiosa. Belle anche “Gente del presente” con il piano-rhodes a fare magie e “L’osservatore”, pezzo orecchiabile, quasi pop.
Otto semplici tracce piacevolmente cantate in italiano.
 

 

Alberto Bettin è un giovane veneziano all’esordio con “L’impossibile l’imprevedibile”, titolo novecentesco e copertina rossa disegnata da Jim Stoten. Disegni stupendi anche nell’interno, colorati e magici come The Yellow Submarine dei Beatles. La musica di Bettin invece, è un miscuglio di generi ben congegnato, lui suona il pianoforte, il piano Rhodes, e l’organo Hammond, il Rhodes, facendosi accompagnare da un terzetto di giovani chiamati Gli Implacabili, a fare magie tra chitarre, basso e contrabbasso, percussioni e drum machine. Ricorda, a tratti, il giovane Paolo Conte, come ne “Le luminarie”, bozzetto invernale ben ritmato e una bella melodia suonata dal piano, o “Un citofono in America”, o la title-track, pop esaltato dall’Hammond, con un testo da intellettuale libero e pensante.
Tutto il disco è uno spasso, tra rock, pop, funk, canzone d’autore, jazz, latin, fiati e fiato …
 

 

Dollaro D’Onore è un nuovo interessante progetto sonoro costituito da quattro giovani musicanti appassionati di cinema e colonne sonore. Anche se il titolo del disco, “Il lungo addio”, farà pensare al noir, si tratta della mitica epopea dello spaghetti western, interpretato in maniera impeccabile. Tre pezzi di Ennio Morricone, uno di Ritz Ortolani e il resto tutta farina del sacco dei Dollaro D’Onore, ovviamente sempre in linea con la musica del western all’italiana. “Il lungo addio”, che ha dato il titolo al disco, è un crescendo di suggestioni ed emozioni con l’organo moog in evidenza, le trombe, certi vocalizzi tipici. Suggestive anche “E lo chiamarono giustizia”, beat dal gran ritmo, tra fischi e frustate, la reinterpretazione di “C’era una volta il West” dal classico di Sergio Leone, l’omaggio a Bud Spencer “La mano sinistra del diavolo” con fiati celestiali.
Un album molto affascinante, che spesso e volentieri gira sul nostro lettore cd senza interruzioni per ore e ore …
 

 

Lebowski, come “Il grande Lebowski”, con “Cura violenta” sono giunti al disco della maturità. Sia nei suoni, sia nelle tematiche si sente una certa sicurezza. L’album è un mantra ininterrotto sulla modernità e sulla diversità, su come viene sentita e vissuta, tra falsi cambi e una reale necessità di trovare spazi. Dieci pezzi che si aprano proprio con “Cura violenta”, sette minuti e rotti strumentali/glaciali, tra il sax dilaniante e il basso, e si chiudono con “Journal Noir”, cantato in francese da Perinne Feriol. In mezzo il minimal-rock umanista “Little B”, l’indignata “Animali nella notte” dal cantato lieve, “Mi sento uh!” intenso pop-rock buono per la radio più alternativa d’Europa.
Copertina che colpisce al pari della musica, omaggio indiretto alla creatività ribelle e surreale del ’77 da parte di chi allora non c’era.

indie
rock
pop

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