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Quattro soli a motore - Intervista a Nicola Pezzoli

di L'Alligatore
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Un libro (esordio di un bravo blogger) che racconta com'era esser ragazzi alla fine degli anni Settanta

Nicola Pezzoli

Quattro soli a motore

Neo

Nicola Pezzoli ha scritto il romanzo che avrei voluto scrivere io. Atteso da un sacco di lettori del suo blog (già, è un blogger), Quattro soli a motore racconta l’infanzia di Corradino, ragazzo della provincia lombarda di fine anni Settanta che non abbocca alle falsità dei grandi, e cerca di sopravvivere tra la chiesa ancora onnipresente, un padre che lo picchia con la cinghia (lo chiama Videla, come il dittatore assassino che ha visto premiare i calciatori della sua Argentina nel mondiale del ’78), una madre alcolista che lo ama e difende quanto può, un mondo senza pc e telefonini, ma con le prime tv a colori.
Nel libro si parla di giochi, della follia della guerra, dei segreti di una villa misteriosa, di uno strano romanzo di fantascienza, di un tenero/buffo amore platonico, di prime esperienze sessuali, della violenza stupida di alcuni ragazzi. Un vero e proprio romanzo di formazione, quasi trecento pagine da leggere tutte d’un fiato, dato alle stampe per l’indipendente Neo edizioni.
Leggendolo ho pensato al Bukowski di Panino al prosciutto, a tanti racconti di John Fante, a Sclavi e ai suoi cimiteri lombardi senza Dylan Dog, a certi film di Pedro Almodóvar. Insomma, ho pensato ai miei preferiti, per questo l’avrei voluto scrivere io questo romanzo, per questo ho bombardato di domande tramite posta elettronica l’amico scrittore. Tipo:

Come nasce un tuo scritto? Poesia, racconti, romanzi, … hanno una radice comune?
La radice comune è un passionale e istintivo amore per lo scrivere. Ma, come emerge già dalla tua domanda, la mia produzione è troppo variegata e schizoide per nascere con modalità immutabili. Semplificando, potrei dire che una battuta umoristica è folgorazione, una poesia è scintilla (ma come poeta, devo ammetterlo, sono scarso), un racconto breve è illuminazione. Un romanzo è tutte queste cose assieme, con l’aggiunta di qualche altro elemento magico e misterioso. (E molto, molto lavoro in più). Perché un Romanzo, quando è bello, quando è riuscito, quando è destinato a entrare nel cuore dei lettori, è per me fra le più elevate espressioni dell’animo umano. (Per questo certa grande editoria italiana è imperdonabile: fa scappare la voglia di leggere romanzi italiani).

Com’è nato Quattro soli a motore? Come hai deciso “questo è il mio scritto che diventerà un romanzo”, tra i tanti tuoi scritti?
È nato subito come romanzo, da zero, anche se poi ho utilizzato un po’ di materiale pregresso. L’incipit (insieme all’idea di basare la storia su un vecchio racconto di Saki, il cui protagonista si chiamava proprio Corradino) è sgorgato di getto dopo aver scritto la parola “fine” in fondo a Gigolo per cliente unica, col quale non ha quasi nulla in comune né come stile né come storia. Sentivo il bisogno di misurarmi con una sfida nuova, un respiro, un ritmo, un piano, un passo narrativo diverso. (Per fare un esempio volutamente grossolano: passare da Bukowski a Paul Auster, o a Philip Roth – nomi che faccio col dovuto rispetto, sapendo che al loro livello potrei arrivare, forse, fra dieci o vent’anni). L’altra sfida era provare a dare un contributo italiano ad uno dei miei generi preferiti, che è il romanzo di formazione all’americana.

Racconti l’infanzia di un ragazzino nato sul finire degli anni ’60, che ha molte somiglianze con te, anche se non è totalmente il Nicola Pezzoli, ovviamente. Quanto c’è di te nel Corradino protagonista e perché hai voluto tornare agli anni ‘70?
Corradino, c’est moi. Corradino ce n’est pas moi. Quale di queste affermazioni è vera? Entrambe.
Le due caratteristiche della Narrativa che amo sono il Tragicomico (ma di questo ho già parlato diffusamente altrove) e il Fanta-autobiografismo. Il mio vissuto mi serve per avere verità, profondità, intensità psicologica, credibilità emozionale. E per non produrre sterile e dozzinale fiction da bambocci e per bambocci, artificiosa, stereotipata e stucchevole. Ma poi è essenziale l’innesto di tanta fantasia e di tante invenzioni, perché le autobiografie nude e crude sono (quasi) sempre di una noia mortale. E la noiosità, per chi scrive, è il primo e forse unico Peccato Capitale.
Gli “anni ‘70” non li ho programmaticamente cercati (ricordo con un certo divertito sconcerto un editore che liquidò il romanzo dicendo che “sugli anni ‘70 è stato detto tutto”, come se anziché di una storia originalissima, intima e fantastica stessimo parlando del solito trattatello sociopolitico all’italiana…). Sono solo una conseguenza dell’aver voluto un protagonista undicenne, che vivesse nel periodo in cui avevo anch’io la stessa età. E poi il ’78 in particolare offriva agganci con una moltitudine di storie, a cominciare dai mondiali di calcio in Argentina.

Quattro soli a motore è il racconto di un’infanzia, ma intrecciata ad essa c’è una storia di fantascienza, il ricordo della I guerra mondiale, un giallo. Come mai hai voluto mischiare più generi? Hai avuto qualche punto di riferimento per questo?
Peculiarità della mia scrittura è tentare di offrire ai palati dei Lettori un menu originale, prelibato e ricchissimo (il che non necessariamente si concretizza sempre in intertestualità spinta, in romanzi “al quadrato del cubo”, o in sperimentalismi pirotecnici.) Anche come degustatore di romanzi altrui esigo chef che siano generosi con gli ingredienti, oltre che ovviamente bravi nel mescolarli. Non amo i risottini insipidi, o gli svolgimenti di scolaretti sciatti e ripetitivi, paurosi di andare fuori tema. Inutile dire che bisogna poi stare attentissimi, per non trasformare l’abbondanza di sapori in indigestione, la ricchezza di colori in ipersaturazione. Io spero di esserci riuscito.

Oltre a leggere e scrivere molto, tu hai anche un blog, seguitissimo, pieno di commenti di altri blogger, tra i quali ci sono spesso io. Come riesci a mandare avanti tutte queste attività di scrittura? Cosa ha dato a te come scrittore, il blog? … in generale e per questo romanzo.
Quella del blog è stata una delle avventure più entusiasmanti e inaspettate della mia vita: nata per caso e decollata alla grande. Chi avrebbe mai detto che una cosa scritta nella solitudine del mio eremo, nell’isolamento siderale del mio scriptorium, poteva diventare visibile nel mondo, e venir presa d’assalto da decine di meravigliosi lettori? È un vero miracolo, è un message in a bottle che finisce sul New York Times. Da un lato il blog sottrae parecchio tempo alla scrittura, dall’altro mi stimola a perfezionare le cose vecchie e a sfoderarne di nuove per farle apprezzare a queste persone ogni giorno più numerose. (Persino nel postare assaggi di questo romanzo apportai dei minimi ritocchi, una sorta di pre-editing). Non nascondo che è anche un ottimo veicolo promozionale: quando uscì il mio primo romanzo, Nicola Pezzoli non esisteva per nessuno, mentre adesso avevo tantissimi lettori e amici in attesa della sospirata uscita del mio secondogenito! Lo dimostra anche il moltiplicarsi di queste piacevoli occasioni di web-intervista. E poi diciamocelo: oggi per un outsider che ha la sventura di essere italiano non è che ce ne siano molte altre, di possibilità per farsi conoscere.

Leggendo il tuo romanzo mi è parso di riscontrare qualche parentela con John Fante, oltre al Bukowski di Panino al prosciutto, ma anche Tiziano Sclavi, per certi orrori di casa nostra, tra cimiteri e brutture di provincia. Altri hanno parlato di Mark Twain, Stephen King, Sherwood Anderson, J.D. Salinger … chi ci ha preso?
Scrivere è un esaltante dialogare con chi scrive e con chi ha già scritto. Mesi fa una domanda via mail di un amico e collega mi spinse a fare mente locale su tutte le letture che potevano aver influito su questo romanzo, magari per il mero fatto di averle affrontate nel periodo che precedeva di poco la prima stesura. Credevo che avrei scovato due o tre titoli, e invece rimasi sorpreso per l’affollamento. Si va da Juan Rulfo a Salinger, da Roth a Lansdale, da King a Bukowski, da Golding a Bradbury, da Paul Auster a formidabili scrittori veneti come Alberto Ongaro, o l’immenso Luigi Meneghello di Libera nos a Malo. Ma riecheggia anche il Saramago di Tutti i nomi, perché il mio è soprattutto un romanzo sui nomi e sul nominare, su quell’atto di imperio a volte prepotente e violento che è il “dare il nome”, si tratti di un nomignolo buffo, di un soprannome odioso, del semplice atto di battezzare un figlio (non a caso si parla di “imporre” il nome). La mia storia è piena zeppa di momenti, a volte trascurabili, a volte cruciali, dove il modo in cui qualcosa o qualcuno viene chiamato si rivela decisivo per il suo destino. In Quattro soli a motore mi sono poi divertito a disseminare omaggi a Borges, a Kurt Vonnegut, e molti altri ancora. Ma anche a Tex e a suo padre, l’indimenticabile Bonelli.
Sherwood Anderson l’ho letto solo in seguito. I suoi Racconti dell’Ohio sono qualcosa di grandioso, di molto “avanti” per l’epoca in cui sono stati scritti, e quello intitolato “Mani” è fra i più belli e i più toccanti di sempre.

Cosa preferiresti tra uno scudetto della tua Inter, o l’acquisto dei diritti per farne un film da parte di Spielberg?
Credo che da questo romanzo si potrebbe trarre un film di quelli memorabili. Delle cose che ho scritto finora è forse la più filmabile. Come interista, dico sempre che dopo aver esultato per il Triplete del Mago Mou posso godermi una pensione dorata, e che tutto ciò che verrà in più (leggi il già mitico Stramaccioni) sarà grasso che cola. Quindi, i fratelli nerazzurri mi perdoneranno, scelgo Spielberg. (Anche se poi, chissà perché, ci vedo più un bel film francese, tenero, delicato e divertente).

Per saperne di più

zioscriba.blogspot.it

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