Contributi
21/01/2009
L'Alligatore intervista Massimo Bubola!
Bubola, rocker di lungo corso, intervistato dall'Alligatore

di L'Alligatore

Figura importante per la nostra musica più amata, Massimo Bubola è autore di un sacco di album (diciannove, contando compilation e live) e di trecento e passa canzoni. Tra le sue collaborazioni ricordo con piacere quella con i Gang (ha scritto con loro buona parte di “Storie d’Italia”, da “Kowalski” a “Eurialo e Niso”) e con il De André di album fondamentali tipo “Rimini” e “Fabrizio De André“ (quello passato alla storia come “L’Indiano”).
Il 2008 è stato per Bubola un anno molto intenso: oltre alla biografia, curata da Matteo Strukul per Meridiano Zero ("Il Cavaliere Elettrico: viaggio romantico nella musica di Massimo Bubola"), sono usciti ben due cd: “Ballate di terra & d’acqua” (un lavoro per chi vuol capire di cosa si parla quando si parla di cantautorato rock, tra l’Irlanda e il sudamerica, tra Bob Dylan e Leonard Cohen, folk di battaglia, canzoni d’amore e morte) e “Dall’altra parte del vento”, album per ripercorrere il lavoro fatto con Fabrizio De André, reinterpretando in chiave acustica pezzi storici scritti insieme dai due cantautori. Canzoni immortali come “Rimini”, “Volta la carta”, “Fiume Sand Creek”, “Hotel Supramonte”, “Don Raffae’”. Un modo per nulla banale di ricordare De André, lontano dalla santificazione di questi giorni, un modo per riscoprire quelle canzoni da uno che le aveva scritte.
Di questo e di molto altro abbiamo parlato in questa conversazione tramite posta elettronica…

Come nasce una tua canzone? Prima il testo e poi la musica o il contrario?
Parole e musica nascono assieme. Le parole contengono musica e la musica contiene parole. Così dopo la prima parte il resto procede per osmosi.
Il modo di scrivere una canzone e le modalità di farlo sono cambiati nel corso degli anni? Penso alle tecnologie di oggi, trent’anni fa manco le immaginavamo …
Usando la metafora della pittura, l’esperienza ti risparmia sempre più i disegni preparatori. Così passando alla canzone, impari nel tempo a elaborare una struttura di ballata o di canzone, come fosse la sceneggiatura di un film. Decidi le scene, le inquadrature e i dialoghi. Conosci lo svolgimento strofa per strofa, ma nel caso di una bella immagine sei anche pronto a variare la struttura quando ne vale la pena.

Come è nato l’inedito “Dall’altra parte del vento”, contenuta nell’omonimo cd dove canti canzoni scritte da te con De Andrè dal 1977 al 1990? Rivedi De Andrè come in un sogno, come in un film …
Credo che quando cominci a sognare una persona vuol dire che hai in qualche modo metabolizzato il lutto. Così dall’inverno scorso ho cominciato a sognare Fabrizio in una serie di sogni molto simili, spesso ambientati in un vecchio bar nel quartiere centrale di San Marco a Milano, dove si andava qualche volta a bere a fine di serata. C’erano vecchi divani di velluto rosso e dietro il banco un grande specchio inclinato. L’apparizione allo specchio del mio amico mentre mi sto sedendo al banco è l’immagine speculare di un fantasma. Un’apparizione emozionante e teatrale. Poi tutto tra noi assume dei tratti consueti, il fumare una sigaretta davanti ad un whisky ed il segreto divertente confidarsi. Le riflessioni su “quante canzoni lasciate a metà, dall’altra parte del vento” “il verticale silenzio” e “ la musica urgente” e poi il finale che, come in un antico dramma o in un film in bianco e nero, vede dissolversi l’immagine ai primi chiarori dell’alba e allora il fantasma dell’amico, guardando laggiù spegnersi le luci del Luna Park, proferisce le ultime parole ”quanti mercanti nel tempio”.

Alcune tue canzoni sembrano dei film. Qual è il tuo rapporto con il cinema? Sappiamo che sei un cinefilo …
Il cinema è stato la quarta grande passione dopo il calcio, la poesia e la musica e sbocciò verso i sedici anni. Credo di essere stato sempre affascinato dal linguaggio delle immagini e spesso uso la penna come un obbiettivo, facendo per esempio in una strofa un primo piano, poi un campo lungo, poi una dissolvenza ed un flash back. Le ballate antiche erano già cinema prima che il cinema esistesse, perché erano nate come delle microsceneggiature. Basti pensare a Henry Lee antica folk song inglese rivisitata anche da Nick Cave qualche anno fa, oppure House Carpenter cantata recentemente da Natalie Merchant, ma di cui esistono molte versioni tra cui anche una di Dylan, che è in origine una ballata di porto di area scozzese. Così come tante nostre ballate popolari, quelle con quegli story board disegnati cui si riferiva il cantastorie per narrare la sua vicenda. Così come possiamo pensare ad Omero come ad un cantore di ballate raccolte nell’area mediterranea della colonizzazione greca e racchiuse nell’Odissea che è già un film a puntate per sua natura.

Ritorniamo a De Andrè (argomento immenso). Molti ne parlano a vanvera, lo citano perché rende intelligenti, ma pochi lo conoscono veramente. Tu hai collaborato con lui dal 1977 al 1990. Sei l’autore con il quale ha composto di più (21 canzoni), collaborando più a lungo di tutti (13 anni). Solo la moglie o i figli potrebbero dirci qualcosa di più, forse… Come è nata la vostra collaborazione? Che ricordi hai di lui? Ci vuoi parlare di qualche album o canzone particolare?
E’ una risposta troppo lunga e impegnativa, vi rimando al libro-intervista scritto con Massimo Cotto “Doppio lungo addio” editore Aliberti, che approfondisce il nostro lungo sodalizio in 144 pagine. Oppure al recente libro scritto sulla mia opera da Matteo Strukul “ Il cavaliere elettrico” editore Meridiano Zero. Concordo in ogni caso con te che spesso se ne parli troppo e soprattutto troppo a vanvera.

Oltre all’inedito “Dall’altra parte del vento”, ci sono altri due pezzi dove non c’è lo zampino di Fabrizio. C’è “Colline Nere”, legata a quel capolavoro che è “Fiume Sand Creek” e “Invincibili”, scritta con Cristiano de Andrè. Ci vuoi parlare di come sono nate?
“Colline Nere” l’ho scritta a seguito delle letture per la composizione dell’album dell’Indiano. A quei tempi gli LP dovevano durare al massimo quaranta minuti e quindi ad un certo punto ci si è fermati. Con l’introduzione del CD probabilmente ci sarebbe entrata.
“Invincibili” è uno dei rari testi che ho scritto su una musica altrui, in questo caso era di Cristiano De Andrè ed era una sorta di lettera scritta a Fabrizio in cui ricordo le nostre notti genovesi.

Blog, myspace, Facebook, tra un’ora chissà cosa ci sarà… Cosa ne pensi di quello che ha scritto lo scrittore e poeta Aldo Nove (cacciato 3 volte da Facebook) su Facebook? Dice: “…su FB non si pensa. Su FB non si inventa? Su FB si fa esattamente quello che sotterraneamente ti viene detto di fare, nell’illusione che sia tu a sceglierlo.” Insomma, una democrazia assoluta “di facciata”. Perfetta metafora della società attuale, dico io …
Non me ne intendo abbastanza da esprimere un giudizio, ma in generale credo che le illusioni di libertĂ  siano le migliori esche per la politica ed il marketing.
Conosco personalmente Aldo Nove come poeta, avendo tra l’altro fatto un reading con lui a Milano qualche anno fa e credo che sia molto sensibile alla questione della comunicazione indotta o semi-coercitiva e come per tanti poeti le sue azioni non hanno secondi fini e nella loro purezza sono ovviamente degne di un’analisi più profonda.

Per la musica la Rete è positiva o solo una vetrinetta? Qual è il tuo rapporto con Internet?
Mi piace per esempio avere risposte veloci sulla mitologia su Wikipedia o se ho qualche dubbio su qualche autore od opera, quindi uso molto la parte enciclopedica di internet, poi ricevo e rispondo a lettere, che non confondo con quelle che scrivo invece a mano sulla carta, che sono un altro tipo di letteratura e di affetti.

Ti piace di piĂą scrivere, registrare o suonare dal vivo?
Suonare dal vivo è la risultanza di un’opera preparatoria, che è lo scrivere una commedia e poi allestirla e recitarla.

Chi è per te la più grande truffa del rock’n’roll?
Non ne ho idea. Le piccole truffe discografiche sono all’ordine del giorno, ma le grandi truffe sono pressoché impossibili da valutare, perché sarà il tempo a dare risposte. Il rock è una letteratura giovane che ha solo sessant’anni ed ancora presto perché ci siano risposte sicure, anche se abbiamo già la certezza che Bob Dylan, che ne è stato uno degli epigoni, è uno dei più grandi poeti di sempre e come Shakespeare ha inventato una nuova lingua dei sentimenti, anche se l’uno ha immesso la sua poesia nella canzone e l’altro nel teatro.

Grazie Massimo, e grazie Erika per la collaborazione.

QUESTO E’ IL SUO SITO http://www.massimobubola.it/
QUESTO E’ IL SUO MYSPACE http://www.myspace.com/massimobubola

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